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Credito privato, l’allarme di Jamie Dimon: “Standard in calo, le perdite supereranno le attese”

Il CEO di JPMorgan avverte sui rischi del mercato dei prestiti a leva. Covenants deboli e pagamenti ritardati: perché la prossima crisi del credito farà più male del previsto, mentre l’Europa arranca dietro gli USA.

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Il credito privato è cresciuto a dismisura nell’ultimo decennio, nutrendosi degli spazi lasciati vuoti dalle banche tradizionali in seguito all’inasprimento normativo. Ora, però, il conto rischia di essere molto più salato del previsto. A lanciare l’avvertimento non è un osservatore casuale, ma Jamie Dimon, storico amministratore delegato di JPMorgan Chase.

Nella sua attesissima lettera annuale agli azionisti, Dimon ha puntato i riflettori su un settore che oggi vale 1.800 miliardi di dollari. L’allarme è chiaro e privo di mezzi termini: quando il ciclo del credito inevitabilmente girerà, le perdite legate ai prestiti a leva finanziaria (quelli concessi ad aziende già fortemente indebitate) saranno superiori a quanto il mercato stia attualmente prezzando.

Perché le perdite saranno peggiori del previsto?

Il cuore del problema, secondo l’amministratore delegato, risiede in un progressivo e generalizzato rilassamento delle tutele per i creditori. Dimon spiega dettagliatamente i tre fattori tecnici che stanno minando la solidità del sistema:

  • Previsioni troppo ottimistiche: I prestatori stanno basando le loro valutazioni su “ipotesi aggressive e positive sulle performance future” delle aziende debitrici. In pratica, si scommette su scenari rosei, ignorando i rischi di flessione.
  • Covenant più deboli: Le clausole di salvaguardia inserite nei contratti di prestito, progettate per proteggere i creditori se le finanze del mutuatario peggiorano, sono diventate sempre più permissive.
  • L’abuso del meccanismo PIK (Payment-in-kind): Si tratta di una pratica in cui i debitori, invece di rimborsare in contanti, ritardano i pagamenti degli interessi aggiungendoli al debito principale. È un espediente che rinvia il problema, ma ne aumenta la gravità finale.

Come ha ricordato Dimon, utilizzando un termine ormai diffuso a Wall Street, il mercato è pieno di “scarafaggi” (prestiti problematici nascosti). Il fatto che il sistema non affronti una vera recessione del credito da molto tempo ha generato un’eccessiva e pericolosa compiacenza.

Il quadro macroeconomico del 2026: Stati Uniti vs Europa

Oltre al credito, la lettera offre una panoramica sullo stato dell’economia globale, evidenziando una netta divergenza tra le due sponde dell’Atlantico.

Area GeograficaCondizioni attuali e ProspettivePrincipali driver e criticità
Stati UnitiEconomia ancora resiliente, trainata dai consumi, ma con paesaggio incerto e potenziali shock sui prezzi di petrolio/materie prime.Venti a favore: “One Big Beautiful Bill Act”, agenda di deregolamentazione, piano di acquisto bond della Fed e forti investimenti in infrastrutture IA. Sull’IA, ci sarà una ridistribuzione dei posti di lavoro.
EuropaRischio di stagnazione strutturale in un “decennio decisivo”, con un’incapacità cronica di agire in modo coeso.Criticità: Unione economica incompiuta . Il PIL europeo, che nel 2000 era al 90% di quello USA, è sprofondato a circa il 70% di oggi. Una crisi permanente.

In sintesi, mentre gli USA, pur con le loro fragilità, continuano a sostenere l’economia con un mix di politiche fiscali espansive, spesa in innovazione e supporto della banca centrale, l’Europa sconta i ritardi di un’architettura istituzionale ed economica rimasta a metà guado, che non è più stato nazionale, ma neppure qualcosa di diverso.

L’autore Fabio Lugano è laureato con il massimo dei voti alla Bocconi , è un esperto di mercati, criptovalute e intelligenza artificiale. In passato è stato consulente al Parlamento Europeo e al Ministero per gli Affari Europei. Oggi aiuta le aziende a creare piani di sviluppo per l’innovazione tecnologica e per l’energia. Linkedin a questo link

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