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Craxi, 35 anni dopo

Oltre le monetine e l’esilio: perché la lezione di sovranità e visione industriale di Bettino Craxi è ancora attuale (e scomoda) per l’Italia di oggi.

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La maturità di una Nazione si misura anche dalla capacità di riconoscere i meriti di chi ha servito lo Stato, indipendentemente dalle appartenenze politiche e dalle contrapposizioni del proprio tempo. È con questo spirito che, proprio oggi, mentre ad Hammamet si è svolta una commemorazione alla presenza di personalità del mondo politico italiano, appare doveroso tornare a riflettere sulla figura di Bettino Craxi, sottraendo il giudizio alla contingenza emotiva e restituendolo alla responsabilità della storia.

Non appartengo alla tradizione socialista e non ho mai condiviso quella cultura politica. Proprio per questo, il riconoscimento che oggi esprimo assume un valore che va oltre ogni schieramento: è il riconoscimento dovuto a un uomo che ha esercitato le massime responsabilità di governo con visione, decisione e senso dello Stato, operando nell’interesse del Paese.

Nel panorama dell’Italia unita, gli autentici statisti sono stati pochi. Camillo Benso Conte di Cavour, artefice dell’Unità nazionale; Giovanni Giolitti, protagonista della costruzione dello Stato moderno; Alcide De Gasperi, guida della ricostruzione democratica; Luigi Einaudi, garante dell’equilibrio istituzionale ed economico; Giulio Andreotti, interprete della continuità dello Stato nelle relazioni internazionali. In questo ristretto e rigoroso novero, Bettino Craxi occupa un posto che la Storia non può legittimamente negare.

Da Presidente del Consiglio dei ministri, Craxi contribuì a rafforzare il ruolo dell’Italia sul piano internazionale e a riaffermarne la sovranità decisionale. L’episodio di Sigonella resta emblematico: in quella circostanza, lo Stato italiano seppe far valere la propria autonomia anche nei confronti dell’alleato storico degli Stati Uniti d’America, dimostrando che la lealtà tra alleati non implica rinuncia alla dignità nazionale. Fu una scelta di fermezza istituzionale che ancora oggi rappresenta un riferimento raro nella prassi di governo.

Le vicende giudiziarie che investirono Craxi si collocano in una fase di profonda crisi del sistema politico della Prima Repubblica. Il finanziamento irregolare della politica era un fenomeno diffuso e strutturale, adottato, in forme diverse, da tutte le principali forze politiche dell’epoca. Craxi fu l’unico leader di primo piano ad assumersi pubblicamente la responsabilità politica di quel sistema, riconoscendone l’esistenza senza infingimenti e senza ipocrisie.

In quel contesto, l’azione giudiziaria si intrecciò con una forte pressione dell’opinione pubblica, alimentata anche da avversari politici e da una campagna mediatica che contribuì a una delegittimazione personale senza precedenti. Episodi come il lancio delle monetine e gli attacchi sistematici sulla stampa segnarono una stagione in cui il giudizio politico e morale precedette, e talvolta condizionò, quello istituzionale. Craxi divenne così il simbolo di una responsabilità che era in realtà collettiva, pagando in solitudine per un sistema che coinvolgeva l’intero ceto dirigente.

Morì in esilio, lontano dalla sua patria. Che oggi, proprio ad Hammamet, luogo in cui è sepolto, rappresentanti delle istituzioni italiane tornino a rendergli omaggio, è un segnale che va colto nella sua portata storica. Non come gesto di parte, ma come atto di riconciliazione con la verità e con la complessità di una stagione che ha segnato profondamente il Paese.

Riconoscere i meriti anche dell’avversario politico è segno di forza, non di debolezza. Se questo principio fosse oggi patrimonio condiviso della vita pubblica, l’Italia sarebbe un Paese più maturo e, soprattutto, più capace di tutelare i propri interessi nazionali. In questa prospettiva, il giudizio su Bettino Craxi non è solo una riflessione sul passato, ma una lezione ancora attuale per il presente e per il futuro della Nazione.

Antonio Maria Rinaldi

Domande e risposte

Perché l’episodio di Sigonella è considerato così importante nella storia politica di Craxi? Sigonella rappresenta il momento più alto della difesa della sovranità nazionale italiana nel dopoguerra. In quell’occasione, Craxi rifiutò di consegnare i dirottatori dell’Achille Lauro alle forze speciali americane, insistendo affinché fossero processati in Italia poiché il reato era avvenuto su suolo (nave) italiano. Dimostrò che l’Italia, pur essendo un fedele alleato NATO, manteneva la propria autonomia decisionale e dignità giuridica, rifiutando un rapporto di sudditanza passiva verso gli USA, cosa rara nella politica estera dei decenni successivi.

Craxi era l’unico responsabile del finanziamento illecito ai partiti? Assolutamente no. Come ammise lo stesso Craxi nel suo celebre discorso alla Camera del 1992, il finanziamento irregolare era una prassi consolidata e strutturale che coinvolgeva l’intero arco costituzionale, necessaria per sostenere le immense macchine di partito in un’epoca senza rimborsi elettorali trasparenti. La peculiarità di Craxi non fu l’unicità del reato, ma il fatto di essere stato l’unico leader di vertice ad ammettere pubblicamente l’esistenza del “sistema”, mentre altri partiti negarono ipocritamente le proprie responsabilità, lasciando che lui diventasse il capro espiatorio.

Quale messaggio politico si trae dalla commemorazione odierna ad Hammamet? La presenza di rappresentanti istituzionali ad Hammamet segna un tentativo di storicizzazione della figura di Craxi, separando le vicende giudiziarie dal giudizio politico complessivo. È un segnale di maturità che invita a riconoscere i meriti di uno statista che ha modernizzato l’Italia e ne ha rafforzato il ruolo internazionale, superando le demonizzazioni tipiche della stagione di Tangentopoli. Indica la necessità per il Paese di fare i conti con la propria storia recente in modo equilibrato, recuperando il concetto di interesse nazionale al di sopra delle fazioni.

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