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Costruzioni. Caso-Trevi: il superiore interesse aziendale va dimostrato, non soltanto proclamato (di Marco Minossi)

 

 

Quante volte un grande imprenditore ha chiamato in causa le ragioni del “superiore interesse aziendale” nel rapportarsi con gli stakeholder, o parlando ad un pubblico esterno?

Arriva sempre, però, il momento in cui questo richiamo deve valere per egli stesso, e per la propria famiglia di comando.

I signori Trevisani di Cesena vanno lodati per il know-how innovativo, tecnologico e finanziario, che apportano da decenni nel settore edile delle fondazioni per le grandi opere mondiali e – prima ancora – nella produzione dei relativi, meravigliosi macchinari da perforazione, richiesti da tutto il mondo.

Hanno anche contribuito, di riflesso, a far diventare grandi altre aziende, come ad esempio due operanti in Osimo (Ancona, da dove scriviamo), tant’è che si può parlare a nostro avviso di un distretto del medio Adriatico grande esportatore mondiale, nel settore delle “Drilling rigs for foundation piles”. Direttrice Osimo-Cesena delle trivelle, per l’appunto, rinomata internazionalmente nello specifico settore.

Ebbene, può essere considerata lodevole, tenace, la battaglia legale dei Trevisani per mantenere il controllo del gioiello di famiglia; essi ci ricordano nel loro sangue genetico la figura del mitico banchiere Giacomo Cirri (“da buon romagnolo, ogni tanto bestemmio”, egli diceva).

Tuttavia, agli stakeholder (ed anche agli shareholder, tranne che ovviamente ad uno) interessa Trevi Finanziaria Industriale SpA (Trevifin), e non Trevi Holding.

Le proiezioni di risanamento finanziario della prima, messe nero su bianco dal suo CdA, possono riqualificarne la competitività, dopo il deliberato aumento di capitale, e a seguito di quella che sarebbe la programmata ristrutturazione di buona parte dei 700 milioni di Euro di debito complessivo.

Ci auguriamo che se ne facciano una ragione questi imprenditori, e che non smentiscano la propria grandezza proprio ora, a colpi di egoismo suicida, ed anche omicida.

Chiedano alla famiglia Malacalza di Banca Carige cosa accade quando nuovi scenari internazionali travolgono le tue pur larghe spalle, e la tua forza di volontà a suo tempo vincente, con quella quota di proprietà aziendale attestata più o meno sul trenta-per-cento di un capitale sociale che viene ad essere inadeguato.

Peraltro, da pur modesti osservatori quali siamo, pensiamo che l’impugnativa contro la delibera del CdA risulterà soccombente presso il Tribunale di Bologna, senza che a nulla valga l’autorizzazione che esso ha dato alla convocazione della recente assemblea straordinaria, la sede della ripicca di cui sopra.

Non ci saremmo mai aspettati, nel 2019, che un rigurgito accentratore di finanza familiar-borghese di vecchio stampo si sarebbe frapposto in un turnaround, in una ristrutturazione complessiva che è intelligente e lungimirante.

Sì perché a nostro avviso, la collocazione finale di Trevifin sarà poi in quel “Progetto Italia”, grande aggregato italiano di building contracting (sicuramente inclusivo di Astaldi) che Salini Impregilo e Cassa Depositi e Prestiti (del coriaceo e capacissimo Amministratore Delegato Maurizio Tamagnini, specializzata nelle mid-cap con il fondo FSI Investimenti) stanno per presentare come in dirittura d’arrivo, per il rilancio internazionale della grande Edilizia italiana, a latere del decadente ANCE (discorso troppo lungo questo, vedremo di farlo in seguito).

A proposito di Salini Impregilo, gli eroi porta-bandiera dell’Italia nel mondo quali costruttori del canale di Panama, ricordiamo con altrettanto orgoglio la consegna appena realizzata della futuristica metropolitana di Copenaghen.


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