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Corso di Relazioni Internazionali: tredicesima lezione. MOLTO RILEVANTE: cos’è una AVO

relazioni internazionali

Questo articolo è essenziale per la comprensione del disastro dell’euro.

La teoria delle Aree Valutarie Ottimali

Il processo europeo di integrazione monetaria ha avuto alla base degli obiettivi politici dei suoi fondatori, mentre la sopravvivenza e lo sviluppo futuro della moneta unica dipendono soprattutto dalla misura in cui esso potrà aiutare i Paesi a raggiungere i propri obiettivi economici.

Le aree valutarie ottimali sono gruppi di regioni con economie strettamente integrate fra loro attraverso lo scambio di prodotti e servizi e la mobilità dei fattori (capitale e lavoro). Un’area a tassi di cambio fissi soddisfa meglio gli interessi di tutti i suoi membri se il volume degli scambi di beni e di fattori tra questi Paesi è elevato.

Una domanda interessante e certamente la più importante per valutare il successo economico dell’UEM, è se l’Europa sia davvero un’area valutaria ottimale.

La teorie delle AVO ci offre un utile schema per analizzare i fattori che determinano se un gruppo di Paesi guadagnerà o perderà dal fissare i tassi di cambio reciproci. I guadagni e le perdite di una nazione in un’area a tassi di cambio fissi sono difficili da misurare numericamente, per cui si va a valutare il grado complessivo di integrazione economica guardando ai mercati dei prodotti, cioè all’intensità degli scambi fra il Paese aderente e l’area valutaria, e all’integrazione dei fattori quali la facilità con cui il lavoro e i capitali possono migrare fra un Paese aderente e l’area valutaria.

Nel gennaio 1999, al momento dell’introduzione dell’euro, la maggior parte dei membri dell’UE esportava dal 10 al 20% della propria produzione verso altri Paesi UE. Tuttavia queste cifre sono molto più piccole del valore degli scambi tra le regioni degli Stati Uniti. Nell’iniziale processo di integrazione in seguito all’Atto Unico Europeo del 1986 c’è stata una sostanziale convergenza dei prezzi ma negli anni Novanta tale convergenza è diminuita.

Uno studio recente sui dati di commercio dell’UE ha risotto in modo consistente le stime basate sull’esperienza finora nell’eurozona: l’effetto massimo stimato è un aumento del livello del commercio causato dall’uso dell’euro di circa il 9%, e la maggior parte dell’effetto ha avuto luogo nel primo anno di vita dell’euro.

Se consideriamo che Svezia, Danimarca e Gran Bretagna che non hanno aderito all’euro e che il loro commercio con l’eurozona è di circa il 7% nello stesso periodo, ciò dimostra che il guadagno sarebbe minimo a fronte della cessione di sovranità monetaria se fossero all’interno dell’UEM.

Per quanto riguarda la forza lavoro, è pur vero che non vi sono più barriere alla mobilità, ma le differenze di lingua e di cultura scoraggiano i movimenti del lavoro fra i Paesi europei più di quanto succede, per esempio, negli Stati Uniti.

Al momento quindi, sembra improbabile che la combinazione delle riforme dell’Atto Unico Europeo e della moneta unica abbia già trasformato il gruppo dei Paesi dell’UEM in un’area valutaria ottimale.

Un’altra considerazione riguarda la capacità dell’AVO di trasferire risorse economiche dai membri con economie in buona salute a quelli che soffrono di crisi economiche. Negli Stati Uniti per esempio gli Stati relativamente poveri rispetto al resto del Paese ricevono automaticamente aiuti finanziari nella forma di sussidi e trasferimenti federali che vengono finanziati con le tasse pagate dagli altri Stati. Questo federalismo fiscale può aiutare a bilanciare la perdita di stabilità economica dovuta ai tassi di cambio fissi.

Sfortunatamente per l’Unione Europea questo federalismo fiscale è attuato solo su scala molto limitata: ciò sembra andare bene a quegli elettori che non vogliono pagare maggiori tasse per sostenere trasferimenti ai Paesi più deboli all’interno dell’area euro.

Quali problemi dovrà affrontare l’UEM?

1) L’Europa non è un’area valutaria ottimale. Di conseguenza, eventi economici asimmetrici in Paesi diversi dell’area euro, eventi che potrebbero richiedere tassi di interesse interni diversi da un Paese all’altro in un sistema di valute nazionali distinte, saranno difficili da gestire attraverso la politica monetaria. Asimmetrie economiche potrebbe portare a pressioni politiche sulla BCE più forti di quelle che emergono normalmente in unioni politiche di lunga data come quella degli Stati Uniti.

2) Un potenziale problema collegato al precedente è che la moneta unica ha portato l’unione economica molto al di là di quanto la UE sia stata in grado (o sia disposta) a spingere l’unione politica. L’unificazione economica europea ha un potere centralizzato per ora nelle mani della BCE che persegue gli obiettivi fondanti di controllo dei prezzi ma non gli obiettivi di crescita e sviluppo coordinato.

3) In gran parte dei Paesi dell’Ue, i mercati del lavoro rimangono sindacalizzati e soggetti a imposte e regolamentazioni pubbliche che impediscono la mobilità del lavoro tra settori e regioni. Il risultato è una disoccupazione persistentemente alta, e se non aumenta la mobilità, i singoli Paesi avranno difficoltà ad aggiustarsi agli shock economici, ma come abbiamo visto la componente mobilità del lavoro non può cambiare così facilmente per via delle lingue e culture troppo differenti. Per cui in presenza di shock e nella impossibilità di utilizzare lo strumento del cambio flessibile come difesa da eventi economici imprevedibili, non rimane che la deflazione salariale dei lavoratori.

4) Rimane da vedere se l’UE svilupperà istituzioni più elaborate per attuare i trasferimenti fiscali da un Paese all’altro all’interno dell’area euro. Prima dell’ingresso dell’euro come unità di conto i Paesi hanno fatto sforzi enormi per ridurre i disavanzi di bilancio al di sotto del limite del 3% del Pil come stabilito dal Trattato di Maastricht. Alcuni Paesi potrebbero però non rispettare, come già sta accadendo, il PSC in quanto gli apparenti tagli fiscali attuati sono stati spesso solo il risultato di misure una tantum di contabilità nazionale. Molti Paesi devono ancora introdurre ulteriori riforme fiscali per evitare crescenti disavanzi di bilancio e possibili crisi del debito in futuro. Ma tale compito sarà scoraggiato fino a quando non ritorni in Europa una crescita economica solida e, intanto, gli sforzi di consolidamento fiscale deprimeranno ulteriormente la crescita europea.

5) L’allargamento dell’UE solleva numerose evidenti e dirette implicazioni per il progetto dell’UEM. Per esempio, il consiglio direttivo del SEBC, dove ogni membro ha un rappresentante e un voto, diventerebbe ingestibile con il doppio dei rappresentanti nazionali, ma è anche difficile immaginare che la Germania ceda anche temporaneamente a rotazione la sua poltrona a Paesi piccoli come Malta e Cipro. Con un maggior numero di Paesi membri dell’euro, aumenterà la possibilità di shock asimmetrici, per cui i Paesi potrebbero essere meno disposti a delegare i loro voti ai rappresentanti regionali.

In conclusione, la possibilità di sopravvivenza della moneta unica è sempre più minata da una non cooperazione tra gli stati membri, tra cui la Germania che attraverso la violazione dei trattati manifestata con gli aiuti fiscali alle imprese e una politica di dumping salariale, sta sfruttando il vantaggio di avere una moneta sottovalutata in base ai suoi fondamentali economici. Il tutto a discapito dei Paesi periferici costretti ad una austerità fiscale senza paragoni i cui effetti si sostanziano in un aumento vertiginoso della disoccupazione e nella distruzione dello stato sociale.

Per ulteriori approfondimenti:

“Il fallimento dell’euro?”

“Europa Kaputt”

i due libri del prof. Antonio M. Rinaldi

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