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Corso di Relazioni Internazionali: quattordicesima lezione. La globalizzazione finanziaria

relazioni internazionali

 

La Globalizzazione Finanziaria

All’inizio degli anni Sessanta, la maggior parte dell’attività bancaria era puramente domestica e coinvolgeva valuta e clienti del Paese in cui avevano sede le banche. Cinquant’anni dopo, invece, molte banche ottenevano gran parte dei profitti da attività internazionali. Nello stesso tempo sono state aperte filiali della Citibank a San Paolo in Brasile e filiali della britannica National Westminster Bank a New York.

Ma c’è di più, già da tempo è diventato normale per una filiale di una banca americana a Londra accettare un deposito in yen da un’impresa svedese, o prestare franchi svizzeri a un produttore olandese. Per cui è rilevante una partecipazione notevolmente maggiore delle istituzioni finanziarie non bancarie nei mercati internazionali e un enorme aumento del volume delle transazioni internazionali.

Il mercato in cui i residenti in Paesi diversi scambiano attività è detto mercato internazionale dei capitali. Questo in realtà non è un mercato unico; è un gruppo di mercati strettamente interconnessi, in cui hanno luogo scambi di attività di rilevanza internazionale.

Gli scambi internazionali di valuta hanno luogo sul mercato dei cambi, che è un’importante componente del mercato internazionale dei capitali. I principali operatori del mercato internazionale dei capitali sono gli stessi del mercato dei cambi: banche commerciali, grandi imprese, istituzioni finanziarie non bancarie, banche centrali e altre agenzie pubbliche. .

Le attività scambiate includono azioni e obbligazioni di Paesi diversi, oltre ai depositi bancari denominati nelle diverse valute.

Gli interrogativi che ci poniamo sono:

– Come può questa rete finanziaria globale amplificare i guadagni dal commercio internazionale?

– Cosa ha provocato la rapida crescita dell’attività finanziaria internazionale a partire dagli anni Sessanta?

– Quali pericoli emergono da un mercato mondiale dei capitali integrato a livello internazionale?

– Come possono i policy maker minimizzare i problemi causati dal mercato internazionale dei capitali senza rinunciare ai benefici che esso produce?

Il mercato internazionale dei capitali e i vantaggi dal commercio

Nel parlare di commercio, la discussione dei vantaggi ad esso legato si concentra sugli scambi di beni e servizi. Costituendo un sistema mondiale di pagamenti che riduce i costi di transazione, le banche attive sul commercio internazionale dei capitali amplificano i guadagni derivanti da questi scambi. Ma la maggior parte degli scambi che hanno luogo sul mercato internazionale dei capitali è costituita da scambi di attività tra i residenti in paesi diversi, per esempio, lo scambio di un’azione IBM con titoli di stato italiani.

Sebbene tali scambi di attività siano talvolta ritenuti attività di “speculazione” improduttiva, essi in realtà producono guadagni che possono migliorare la posizione di tutti i consumatori.

Tutte le transazioni tra residenti in Paesi diversi rientrano in una delle seguenti tre categorie: scambi di beni e servizi- contro- beni e servizi, scambi di beni e servizi- contro- attività, scambi di attività- contro- attività.

Di solito un Paese è coinvolto simultaneamente in tutti e tre i tipi di scambio, ognuno delle quali comporta un diverso tipo di vantaggio.

In un primo tipo di scambio, un Paese può guadagnare concentrandosi sulle attività produttive in cui è più efficiente e usando parte della produzione per pagare le importazioni di altri beni dall’estero. Per cui questo tipo di guadagno richiede lo scambio di beni e servizi con altri beni e servizi.

Un secondo tipo di guadagno emerge dallo scambio intertemporale, che è lo scambio di beni e servizi correnti contro crediti su beni e servizi futuri, cioè contro attività. Quando un Paese in via di sviluppo prende a prestito dall’estero (cioè vende titoli agli stranieri) così da poter importare materiale per un progetto di investimento all’interno, sta effettuando uno scambio intertemporale. Se per esempio il Paese A ha un avanzo del conto corrente con il Paese B, è un esportatore netto di attività e un importatore netto di beni e servizi.

Il terzo tipo riguarda le transazioni internazionali invece, ci riferiamo allo scambio di attività contro attività come ad esempio lo scambio di immobili in Spagna con i titoli del Tesoro degli Stati Uniti. Il volume degli scambi di attività tra Paesi avviene perché il commercio internazionale di attività, al pari del commercio di beni e servizi, può generare benefici per tutti i Paesi coinvolti.

Tuttavia esistono anche altre ragioni meno vantaggiose alla base degli scambi internazionali di attività. Quando gli individui selezionano le attività, un fattore molto importante delle loro decisioni è la rischiosità dei loro rendimenti. A parità di altre condizioni, alla gente non piace il rischio. Gli investitori in attività estere avversi al rischio basano la propria domanda di una particolare attività sulla sua rischiosità (misurata dal premio al rischio) oltre che sul rendimento atteso.

Diversificazione del portafoglio come determinante del commercio internazionale di attività

Il commercio internazionale di attività può migliorare la situazione di entrambe le parti dello scambio, gli avversi al rischio e i più propensi, permettendo loro di ridurre la rischiosità del rendimento. Il commercio consente questa riduzione del rischio permettendo alle due di diversificare il portafoglio, cioè di suddividere la loro ricchezza su uno spettro più ampio di attività, e quindi di ridurre l’ammontare di moneta investita su ogni singola attività.

Questa riduzione del rischio è il motivo fondamentale dello scambio di attività. Una delle funzioni quindi del mercato internazionale dei capitali è appunto quella di rendere possibile questa diversificazione.

Gli scambi finanziari internazionali possono coinvolgere molti tipi di attività scambiate sul mercato dei capitali, come le obbligazioni, le quote azionarie, i depositi denominati in valute diverse e strumenti finanziari molto molto più complicati come le opzioni sulle azioni e sulle valute e gli stessi derivati.

Un acquisto di attività immobiliari all’estero e l’acquisizione diretta di una fabbrica in un altro Paese sono altri modi per diversificare all’estero.

Nell’analisi delle transazioni di attività finanziarie è spesso utile fare una distinzione fra strumenti di debito e strumenti di capitale di rischio. Le obbligazioni e i depositi bancari appartengono alla prima categoria, dato che specificano che l’emittente ripagherà un valore prefissato (il valore nominale e gli interessi) indipendentemente dalle circostanze economiche. Viceversa, un’azione rientra nel secondo gruppo, perché rappresenta il diritto a ricevere una quota del profitto di un’impresa piuttosto che una somma fissa, e il suo rendimento varierà in funzione delle circostanze economiche.

Scegliendo come dividere il portafoglio fra titoli del debito e di capitale di rischio, gli individui e i Paesi possono mantenere i livelli desiderati di consumo e investimento nonostante le diverse eventualità che si possono verificare.

La distinzione fa le due categorie di strumenti non è così netta, in realtà: anche se il pagamento monetario di un titolo è lo stesso, il pagamento reale dipenderà dal livello interno dei prezzi e dai tassi di cambio del paese emittente tali attività.

L’attività bancaria internazionale (o offshore)

I principali attori del mercato internazionale dei capitali sono le banche commerciali, le imprese, le istituzioni finanziarie non bancarie – come le compagnie di assicurazione, i fondi del mercato monetario, i fondi speculativi (hedge funds) e i fondi pensione -, le banche centrali e altre agenzie governative.

1) Banche Commerciali. Sono al centro del mercato internazionale dei capitali, non solo perché provvedono al meccanismo dei pagamenti internazionali, ma anche per l’ampiezza delle tipologie di attività finanziarie che intraprendono. Le passività delle banche consistono principalmente di depositi con diversa scadenza e di prestiti a breve termine concessi da altre istituzioni finanziarie, mentre le loro attività consistono in gran parte di prestiti (concessi alle imprese e ai governi), depositi presso le altre banche (depositi interbancari) e obbligazioni. Una delle caratteristiche principali dell’attività bancaria internazionale è che le banche sono in genere libere di svolgere all’estero attività che non sarebbe loro concesso svolgere all’interno. Questo tipo di asimmetria delle regolamentazioni ne ha stimolato la crescita negli ultimi cinquant’anni.

2) Grandi Imprese. Le multinazionali (Coca-Cola, IBM, Toyota, Nike) finanziano normalmente i propri investimenti attingendo a fonti di finanziamento straniere. Per ottenere questi fondi, le imprese possono vendere quote del capitale sociale, che attribuiscono al proprietario un credito sulle attività dell’impresa o possono usare il finanziamento con debito. Quest’ultimo assume spesso la forma di prestito dalle banche internazionali o da altri prestatori internazionali; quando desiderano un prestito a lungo termine, le imprese possono vendere titoli di debito sul mercato internazionale dei capitali. Le imprese possono emettere obbligazioni denominate nella valuta del centro finanziario in cui queste vengono messe in vendita. Ma sempre più spesso, le imprese hanno messo in pratica strategie di denominazione delle obbligazioni che le rendono appetibili a un maggior numero di potenziali acquirenti.

3) Istituzioni finanziarie non bancarie. Le compagnie di assicurazione, i fondi pensione e previdenziali e i fondi speculativi, sono diventati attori sempre più importanti nel mercato internazionale dei capitali, poiché hanno cominciato a investire in attività estere per diversificare il proprio portafoglio. Particolare importanza le rivestono le banche di investimento che sono specializzate nel sottoscrivere le emissioni di azioni e obbligazioni da parte delle imprese e (a volte) dei governi.

4) Banche centrali e altre agenzie governative. Sono normalmente attive sul mercato finanziario internazionale attraverso i propri interventi sui mercati dei cambi. Inoltre, altre agenzie governative ricorrono di frequente al prestito estero. I Paesi in via di sviluppo e le imprese statali hanno acceso ingenti prestiti in banche commerciali straniere.

Una delle caratteristiche più generali dell’odierno settore delle banche commerciali è che l’attività bancaria è diventata globale, in quanto sono state aperte filiali all’estero, nei centri finanziari stranieri.

Il termine attività bancaria “offshore” è usato per descrivere il giro d’affari che gli sportello bancari stranieri effettuano al di fuori del proprio Paese. Le banche possono condurre affari all’estero attraverso uno qualunque dei seguenti tre tipi di istituzioni.

1. Un’agenzia localizzata all’estero, che eroga prestiti e trasferisce fondi ma non accetta depositi.

2. Una banca sussidiaria all’estero che differisce da una banca locale solo in quanto il proprietario che la controlla è una banca straniera. Esse sono soggette agli stessi regolamenti delle banche locali, ma non a quelli del paese della banca proprietaria.

3. Una filiale straniera, che è semplicemente un ufficio della banca in un Paese straniero. Le filiali conducono le stesse attività delle banche locali e sono in genere soggette ai regolamenti locali e a quelli del paese d’origine. Spesso però, le filiali possono trarre vantaggio dalle differenze tra i regimi bancari dei due Paesi.

[ Precisazione. Un deposito offshore è un deposito bancario denominato in una valuta diversa da quella del Paese in cui la banca risiede, per esempio un deposito in yen in una banca a Londra, o un deposito in dollari in una banca a Zurigo.

Molti dei depositi oggetto di scambio sul mercato valutario sono depositi offshore. I depositi valutari offshore sono in genere chiamati Eurovalute, un nome in qualche misura ingannevole, in quanto la maggior parte degli scambi in Eurovalute avviene in centri non europei, come Singapore e Hong Kong.

I depositi in dollari localizzati al di fuori degli Stati Uniti sono detti Eurodollari. Le banche che accettano depositi denominati in Eurovalute (comprese gli Eurodollari) sono dette Eurobanche. L’avvento dell’euro ha reso questa terminologia ancora più confusa. ]

Uno dei motivi della rapida crescita dell’attività bancaria e del commercio valutario offshore è stata la crescita del commercio internazionale e la sempre più accentuata natura multinazionale dell’attività di impresa. Le imprese italiane che conducono scambi internazionali, per esempio, richiedono servizi finanziari all’estero, e le banche italiane hanno di conseguenza allargato i propri affari per seguire queste imprese nelle aree straniere.

Il commercio in Eurovalute è un altro prodotto naturale dell’espansione del commercio mondiale di beni e servizi. Per esempio, gli importatori britannici di beni americani hanno spesso bisogno di detenere depositi in dollari, ed è naturale per le banche con sede a Londra avranno modo di soddisfare il bisogno di questi importatori.

Comunque, la sola crescita del commercio mondiale non può spiegare la crescita dell’attività bancaria internazionale.

– Un motivo è in parte politico, ovvero il desiderio da parte dei depositanti di detenere valuta al di fuori della giurisdizione dei Paesi che l’hanno emessa. (La crescita del commercio di Eurodollari fu incoraggiata proprio per le motivazioni appena descritte.)

– Un altro fattore è il desiderio delle banche di sfuggire ai regolamenti nazionali sull’attività finanziaria (e a volte alla tassazione) spostando parte delle proprie operazioni all’estero e in altre valute.

Il fattore politico che stimolò l’iniziale crescita del mercato degli Eurodollari fu, sorprendentemente, la guerra fredda tra Stati Uniti e l’ex Unione Sovietica. Quest’ultima temeva che i primi potessero confiscare i depositi in dollari presso le banche statunitensi se l’ostilità si fosse aggravata. Così, i dollari vennero depositati nelle banche europee che avevano il vantaggio di risiedere al di fuori della giurisdizione degli Stati Uniti. A questo segue anche l’accumulo di ricchezza dei membri arabi dell’OPEC come conseguenza dei due shock petroliferi che li vide depositare i propri fondi nelle Eurobanche piuttosto che in quelle americane, per timore di una possibile confisca.

La causa principale della continua profittabilità del commercio di Eurovalute risiede comunque nelle regolamentazioni delle attività bancarie: v’è differente regolamentazione tra i depositi denominati nella valuta nazionale e quelli denominati in altre valute, e tra le transazioni con i clienti domestici e quelle con clienti esteri. I depositi denominati in valuta nazionali sono fortemente regolamentati al fine di mantenere il controllo sull’offerta di moneta interna, mentre le banche possiedono molta più libertà per i propri affari in valuta estera. In particolar modo Londra, Lussemburgo, Bahrein, Hong Kong e altri Paesi, si sono fatti concorrenza sugli affari bancari internazionali riducendo le restrizioni e le imposte sulle operazioni delle banche estere entro i propri confini. Ciò non ha fatto che aumentare lo “shadow banking”, ossia il sistema delle banche ombra che sono state regolamentate in misura ridotta rispetto alle tradizionali banche.

La regolamentazione dell’attività bancaria internazionale

La natura ampiamente non regolamentata dell’attività bancaria globale espone il sistema finanziario al rischio di fallimenti delle banche.

Una banca fallisce quando non è in grado di far fronte alle obbligazioni nei confronti dei propri depositanti e degli altri creditori. Le banche utilizzano i fondi presi a prestito per concedere a loro volta prestiti e acquistare altre attività, ma alcuni clienti possono non essere in grado di ripagare i prestiti, o le attività della banca possono perdere valore.

In queste circostanze, la banca può trovarsi nelle condizioni di non essere in grado di rimborsare le sue passività a breve scadenza, tra le quali i depositi, e che per la maggior parte sono pagabili su richiesta (depositi a vista).

Un elemento peculiare dell’attività bancaria è che la salute della banca dipende dalla fiducia che i depositanti hanno nel valore delle attività della banca stessa.

Una banca che affronta una generale emorragia di depositi deve verosimilmente chiudere, anche se le attività del suo bilancio sono fondamentalmente sane. La ragione è che molte delle attività delle banche non sono liquide e non possono essere prontamente smobilizzate per restituire i depositi senza perdite sostanziose per la banca.

Se si sviluppa un’atmosfera di panico finanziario, dunque, il fallimento bancario può non limitarsi alle banche che hanno mal gestito le proprie attività.

I fallimenti bancari infliggono seri danni ai risparmiatori che perdono il proprio denaro (in Italia i depositi bancari sono coperti fino a un massimo di 100 mila € grazie al Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi). Ma oltre alle perdite individuali possono minare la stabilità macroeconomica.

I problemi di una banca possono facilmente trasmettersi ad altre banche che vantano crediti verso la prima, e una perdita generale di fiducia minaccia il sistema del credito e il sistema dei pagamenti su cui poggia l’intera economia.

(Una riduzione della capacità del sistema bancario di finanziare l’investimento e la spesa in beni durevoli dei consumatori, fa ridurre la domanda aggregata e gettare l’economia in recessione.)

In molti Paesi, è stata creata un’estesa “rete di protezione” per ridurre il rischio di fallimenti bancari. Le principali misure di salvaguardia adottate sono le seguenti.

1. Assicurazione dei depositi. Negli Stati Uniti, la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) assicura i depositanti contro le perdite entro il limite dei 250 mila dollari.

In Italia il FITD compre le perdite fino a 100 mila euro.

Le banche devono contribuire al Fondo per coprire i costi dell’assicurazione e devono rispettare dei parametri economico-patrimoniali per potervi aderire. Tale copertura scoraggia “la corsa agli sportelli”, poiché i piccoli depositanti, sapendo che le loro perdite saranno rimborsate, non hanno tanto motivo di allarmarsi.

2. Obblighi di riserva. Sono un possibile strumento di politica monetaria, poiché influenzano le relazioni tra la base monetaria e gli aggregati monetari. Allo stesso tempo, gli obblighi di riserva costringono le banche a detenere una parte delle proprie attività in forma liquida, facilmente impiegabile per far fronte a un improvviso deflusso di depositi.

3. Requisiti di capitalizzazione e restrizioni sulle attività. La differenza tra le attività e le passività di una banca è uguale al valore netto della banca e viene definita capitale bancario. Esso fornisce alla banca un margine di sicurezza aggiuntivo nel caso che altre attività vadano male. Alcuni regolamenti stabiliscono un livello minimo di capitale bancario al fine di ridurre la vulnerabilità del sistema ai fallimenti. Altre norme impediscono di detenere attività troppo rischiose, come il caso di azioni ordinarie i cui prezzi tendono a essere troppo volatili.

4. Ispezioni bancarie. I supervisori quali la Banca d’Italia, la BCE in Europa, la FED negli Stati Uniti, hanno il diritto di esaminare il bilancio delle banche per assicurare il rispetto delle norme bancarie di capitalizzazione e delle altre regolamentazioni.

5. Contributi del prestatore di ultima istanza. Le banche possono prendere a prestito dalle “finestre di sconto” (discount windows) o da altri strumenti messi a disposizione delle banche centrali, visto che quest’ultime avendo la capacità di creare moneta, possono prestare alle banche che affrontano forti deflussi di depositi il necessario per soddisfare le richieste dei risparmiatori. Quando una banca centrale agisce in questo modo, si comporta da prestatore di ultima istanza: la FED rappresenta questo modello di banca centrale, mentre la BCE stenta ad esserlo.

La gestione del ruolo di prestatore di ultima istanza è comunque assai complessa. Se le banche pensano che la banca centrale interverrà sempre a risolvere ogni problema, esse tenderanno ad assumere rischi eccessivi.

6. Salvataggi organizzati dal governo. Quando tutti gli altri strumenti falliscono, la banca centrale o le autorità fiscali possono organizzare l’acquisto di una banca in fallimento da parte di istituzioni in salute, talvolta utilizzando i propri fondi per agevolare l’accordo. In questo caso, si evita il fallimento e le ripercussioni sul sistema economico grazie all’intervento del governo, ma spesso (forse) a spese della collettività.

(La rete di protezione delle banche ha operato ragionevolmente fino alla fine degli anni Ottanta, ma come conseguenza della deregolamentazione, i fallimenti bancari sono cresciuti drammaticamente. Stai Uniti, Giappone, i Paesi Scandinavi, il Regno Unito e la Svizzera hanno dovuto affrontare seri problemi e le regole minime adottate si sono rilevati non sufficienti per e evitare la crisi finanziaria del 2007.)

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