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CONTE INCASSA, ZINGARETTI PAGA (di Giuseppe Palma)

Nicola Zingaretti è una persona perbene, fa politica da quando aveva i pantaloncini corti e ragiona come tutti i vecchi funzionari del partito comunista: il potere sopra ogni cosa.

E fin qui nulla di nuovo. Ma il fratello di Montalbano ha commesso nell’ultimo anno diversi errori, alcuni dei quali potrebbero costare caro sia a lui che al PD.

Ad agosto dell’anno scorso aveva avuto una buona intuizione politica: se Salvini stacca la spina al Conte giallo-verde, meglio tornare a votare: vincerà il centrodestra, ma io farò meglio di quanto ha fatto Renzi il 4 marzo e mi porto in Parlamento i miei uomini, relegando i renziani ad esigua minoranza. Tra 5 anni mi candido a guidare il Paese e a sfidare Salvini, logorato da un lustro di governo. Ragionamento, questo del segretario Dem, da autentico leader di partito.

Renzi capisce la mossa e anticipa tutti: prepara l’alleanza con Grillo e sguinzaglia i suoi uomini nel PD. Zingaretti cade nel trappolone. Viene presto fuori l’uomo di partito, il vecchio funzionario comunista pronto a tornare al potere con manovre di Palazzo e senza passare dalle urne. In fin dei conti, avrà pensato Zinga, andiamo al governo da sconfitti e mi tengo Renzi al guinzaglio, anche perché al tavolo coi 5Stelle mi siedo io e non lui.

Passa un mese e il senatore di Firenze presenta il secondo trappolone: esce dal PD e fonda ItaliaViva, due gruppi parlamentari e quarta gamba del governo. Ai tavoli Zingaretti si troverà anche i renziani, cosa che – se l’avesse saputa ad agosto – non avrebbe accettato di fare il governo coi grillini. Errore politico che in tanti gli avevano annunciato. Ma il vecchio comunista si era fatto accecare dalla voglia di tornare al potere senza passare dal voto.

Il conto è salato. Alle elezioni regionali in Umbria di fine ottobre il centrodestra vince con circa 20 punti di vantaggio, nonostante l’alleanza elettorale PD-5Stelle. Per la prima volta in cinquant’anni una regione rossa passa al centrodestra. Non era mai successo.

Il Conte 2 tiene, ma a gennaio c’è un doppio appuntamento elettorale: regionali in Emilia-Romagna e Calabria. Il centrodestra vince in Calabria con 25 punti di vantaggio, mentre il PD riesce a mantenere l’Emilia-Romagna, ma il distacco tra le due coalizioni di liste è di pochi punti percentuali. Di solito, nei decenni precedenti, era sempre stato di non meno di venti punti.

Zingaretti tira il fiato, pericolo scampato per un pelo.

Poi arriva il Covid e la situazione si complica. A fine febbraio il segretario Dem vola a Milano e aderisce alla campagna del sindaco Sala “Milano non si ferma”, prendendosi un aperitivo sui navigli coi giovani del partito. Il virus si fa sempre più virulento e arrivano i DPCM di Conte che mettono tutti gli italiani agli arresti domiciliari. È lockdown.

Il Partito democratico, cioè quello che nei decenni si era costruito la fama di essere strenuo difensore dei diritti fondamentali sanciti in Costituzione, è il primo ad avallare incondizionatamente i ripetuti strappi costituzionali di Conte. Tutti a casa per DPCM!

Ad agosto 2019 la scusa per andare al governo col M5S era stata quella di evitare che Salvini prendesse i “pieni poteri“, ma dopo appena 7-8 mesi quei “pieni poteri” se li è presi Conte. Con l’avallo e gli applausi di Zingaretti e di tutta la stampa di regime.

Conte è furbo e gode di una buona strategia comunicativa, messa in piedi dall’ex GF Rocco Casalino. Giuseppi è l’uomo solo al comando che guida la Nazione fuori dall’epidemia (narrativa dominante), mentre il PD fa da contorno e talvolta anche da parafulmine.

Conte incassa i meriti mentre Zingaretti paga il conto. Ed è pure costretto a mediare tra i mal di pancia che ci sono nel partito, che si fanno sempre più frequenti. I successi mediatici sono solo quelli dell’avvocato della Daunia, che ovviamente non condivide con nessuno. Il presidente di Regione Lazio gli regge il moccolo e ne garantisce la sopravvivenza politica e il continuo successo comunicativo, senza trarne alcun beneficio in termini politici.

Nel frattempo il Paese è allo stremo delle forze. Parecchie attività commerciali non hanno riaperto (e non riapriranno più) e le scadenze fiscali non sono state rinviate. Dopo che verrà meno il blocco dei licenziamenti, milioni di lavoratori resteranno in mezzo a una strada.
All’orizzonte il terrore di un nuovo lockdown, con tanta paura per le conseguenze economiche. Per Conte significherebbe la sopravvivenza politica del suo governo e l’aumento dei consensi personali. A pagarne le conseguenze politiche, invece, i partiti. In primis il PD, che per primo pagherà il conto di Conte. Un conto molto salato.

Il fatto che Zingaretti non lo capisca mi lascia molto perplesso sulle sue capacità di discernimento. Dal segretario di quello che fu il vecchio e glorioso PCI uno si aspetta il ruggito di Cicerone (“Quousque tandem abutere, Giuseppe Conte , patientia nostra?“), e invece niente. Totale e incondizionato appoggio politico. Un Alfano qualsiasi.

Intanto alcuni costituzionalisti della nomenclatura Dem hanno iniziato a prendere le distanze dalla deriva autoritaria del governo tenuto in piedi dal PD: da Cassese ad Ainis, tanto per citarne due, i ripetuti strappi costituzionali di Conte sono stati definiti gravi e illegittimi.

Ma Zingaretti va avanti per la sua strada. Fino alla definitiva distruzione del partito. Contento lui…

[Giuseppe PALMA]

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Consigli letterari:

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, “DEMOCRAZIA IN QUARANTENA. Come un virus ha travolto il Paese“, Historica edizioni.

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