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Come il neoliberismo distrugge la produttività, pur continuando a chiederla ai lavoratori

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Uno dei leit motif neoliberisti, di quelli che si sentono nei talk show in TV e nei cattivi programmi radiofonici è quello della “Produttività”, qualità che viene decantata un po’ come si dice ai bambini di essere buoni per Natale. “Su sii produttivo, se no vengono Monti e la Troika e ti portano via” è  l’augurio del nuovo millennio.

Eppure la produttività non è una qualità personale, o meglio lo è solo in minima parte. Vi invito a valutare il seguente schema che cerca di spiegare quali siano le connessioni fra gli elementi base dei neoliberismo, come attualmente concepito, la produttività del lavoro.

Se consideriamo il concetto attuale di neolibersmo, corrispondente alla finanziarizzazione progressiva dell’economia, con la messa in secondo piano dei processi di carattere produttivo a vantaggio di una gestione quasi esclusivamente finanziaria del ciclo economico questo viene a basarsi su quattro colonne portati:

  • la massimizzazione del valore, o meglio dell’utile a breve, per gli azionisti;
  • l’abbandono delle politiche di piena occupazione;
  • la globalizzazione;
  • la massima flessibilità del lavoro.

Se lo notate queste sono le linee guida dei governi più neoliberisti del globo, per la precisione della Germania e dell’Unione Europea. La massimizzazione dell’utile a breve per gli azionisti è quella che porta ad effettuare politiche finanziarie aziendali estreme, di brevissimo orizzonte (12 mesi) fondamentalmente stupide perchè  tagliano la vita delle società nel medio termine. Questa massimizzazione ha portato alle crisi Deutsche Bank, General Electric e perfino delle Banche Venete: se i CEO non avessero avuto come prospettiva l’esercizio, ma una visione di crescita a lungo termine, si sarebbero comportati diversamente.

L’abbandono della piena occupazione è figlio dei neokeynesiani e dei loro concetti di NAIRU e NAWRU, tassi di occupazione o di crescita dlle paghe che non accelerano l’inflazione. Misure puramente teoriche, costruite in laboratorio, secondo le quali l’Italia con il 10% di disoccupazione è il piena occupazione e la Svizzera, con il 5% no, e che non tengono in conto gli inattivi, gli scoraggiati, che neanche più si presentano agli uffici di collocamento. Se il problema è l’inflazione basterebbe tenerla sotto controllo con attenzione.

La Globalizzazione è quel processo che vuole che le supply chain, cioè le catene logistiche,  siano sparse in tutto il mondo, per cui 1000 telai di moto per Bologna bisogna farli fare in Viet Nam perchè, teoricamente , li costano meno. Naturalmente nei costi non si considera il costo del manager che si è fatto una settimana di vacanza in Viet Nam, o la perdita del know how, o gli eventuali problemi internazionali che possono sorgere o, banalmente, il fatto che in caso di problemi basta un tecnico in motorino per risolverli.

La flessibilità del lavoro è poi l’ultimo tema che sentite sempre decantare. Il Lavoro deve essere liquido, flessibile, che nessun lavoratore, per carità si senta vincolato, e tantomeno garantito. Tutti sostituibili, nessuno necessario. Eppure se volte far felice la Germania dovete rendere il lavoro “Flessibile”, lo confessò, in un’intervista, Varoufakis.

Purtroppo le conseguenze sono:

a) maggiori utili a breve agli azionisti (magari con riacquisti di azioni proprie, american style) significano minori investimenti, e maggiore disuguaglianza;

b) Abbandono della piena occupazione farà felice gli azionisti, ma nello stesso tempo, diminuendo la tensione sulle retribuzioni, diminuirà gli investimenti (perchè investire quando il lavoro costa poco?) ed aumenterà le disuguaglianze;

c) La Globalizzazione verrà a contenere le spinte verso l’aumento dell remunerazioni, perchè favorirà la delocalizzazione, e quindi incrementerà le disuguaglianze interne;

d) la massima flessibilità del lavoro porterà a minore quota delle remunerazioni, perchè ci sarà più concorrenza fra i lavoratori e minore tutela, e ad una maggiore disuguaglianza.

Attenzione che l’aumento della disuguaglianza e della quota dei salari sul PIL sono elementi essenziali per la crescita del PIL stesso: recentemente abbiamo pubblicato una ricerca secondo la quale se la quota di remunerazione del lavoro cresce dell’uno per cento, cresce dello 0,5% il PIL stesso. Del resto paghe basse non sono incentivo ad investire, e quindi paghe basse non prmettono la  nascita di una classe media di consumatori che poi è quella che guida, a sua volta, la crescita economica. Una forte classe media, come quella italiana sino al 2000, è una forte spinta per i consumi perchè è la classe media  quella che compra abiti, cambia le automobili, fa le vacanze, va al ristorante etc.  Se non c’è classe media non ci saranno consumi di massa, se non di bassissima qualità, ma pochi consumi, e di qualità infima, non spingono agli investimenti.

Quindi la struttura neoliberistica-finanziaria comprime al massimo le remunerazioni, ma, così facendo, comprime al massimo le remunerazioni, fa esplodere le disuguaglianze e favorisce la nascita di monopoli. Tutto questo fa si che venga ad essere contenuta al massimo la crescita del PIL perchè:

  • limitazione delle produzioni ad alto valore aggiunto;
  • limitazione del raggiungimento delle economie di scala;
  • limitazioni degli investimenti per ridurre i cicli labour intensive, con lavoro di scarsa qualità, a favore della remunerazione a breve degli azionisti;
  • la nascita di monopoli quasi naturali viene a limitare il mercato di un insieme di prodotti e servizi.

Cos’è la produttività del lavoro se non il rapporto fra unità di prodotto ed unità di lavoro? Nel momento in cui io forzatamente limito la crescita del PIL nello stesso modo vedo a limitare la crescita della produttività. Quando sentite che “Manca la produttività” dovreste arrabbiarvi, perchè, il realtà, quello che manca è la volontà d investire e di pagare i lavoratori in modo adeguato. Tutto il resto è solo una truffa mascherata.

 


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