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CODICE DEONTOILLOGICO

Abbiamo smarrito il senno, inteso come capacità di ragionare decentemente? Talune news di cronaca inducono a una

risposta affermativa. Ad esempio, una notizia pubblicata in prima pagina dal quotidiano ‘La Verità’ riporta lo

stupefacente caso di uno psicanalista di Milano deferito all’Ordine dei Medici con l’accusa di aver sostenuto una tesi

deontologicamente censurabile: “La funzione di padre e madre è essenziale e costitutiva dei percorsi di crescita”.

L’incauto dottore avrebbe peccato di pensiero ‘discriminatorio’ nei confronti dei papà uno e papà due i quali, a quanto

pare, stanno proliferando per il mondo pur avendo problemi seri a proliferare a loro volta. Ora, che c’azzecchi un

Ordine professionale con una affermazione siffatta lo sa solo il Dio delle stravaganze, ma a noi interessa un altro

aspetto. E cioè l’analisi dello sbigottimento suscitato dall’episodio suddetto su una persona qualunque. Perché la

notizia lascia stupefatti e suscita lo sdegno del direttore che la sbatte in prima? Forse perché l’iniziativa dell’Ordine

meneghino sfida i canoni della logica, del buon senso e del retto modo di ragionare. Tuttavia, in un’epoca storica in cui

la scuola si occupa di imbottire gli studenti di nozionismo e le televisioni di infarcire la gente di entertainment, il lume

della ragione si spegne. E, insieme ad esso, anche il nostro fiuto per i sofismi. Cos’è un ‘sofisma’? Un argomento

apparentemente serio, se non inattaccabile, ma in realtà zoppicante ed erroneo, se non ingannevole. In epoche più

arcaiche, ma meno stupide, si insegnava agli studenti anche l’arte del dibattito, della disputa, del confronto dialettico;

comprensiva dell’abilità di saper usare, ma anche stanare i ‘sofismi’. Oggi, non essendo addestrati a ricercarli, ne

finiamo piuttosto vittime. Calando quanto detto nel caso di specie, ci accorgiamo che l’Ordine dei Medici ha accusato il

suo componente sulla base di un sofisma definito scolasticamente come ‘ad verecundiam’. Questo trabocchetto verbale

consiste nel biasimare una tesi perché viola un dogma; cioè perché infrange il sacro rispetto dovuto ai valori e alle

credenze non negoziabili nell’ambito di una comunità. Nel caso di specie, il medico ha peccato ‘ad verecundiam’, ossia

contro il decoro e il ‘buon costume’, perché ha messo in discussione uno dei totem della contemporaneità mediatica: il

malcelato fastidio per l’eterosessualità ordinaria e il culto fanatico per il suo opposto. Nello stesso tempo, al medesimo

medico è stato applicato il ‘trucco’ dell’inversione dell’onere della prova. Egli ha espresso un concetto persino banale

per quanto ovvio e condivisibile da ogni persona sennata. A fronte di ciò, il sanitario non era tenuto a fornire alcuna

prova delle proprie affermazioni (e cioè che avere una mamma e un papà e cosa, in sé, buona, giusta e auspicabile).

Invece, lo stanno gravando proprio di questo peso. Logica vorrebbe che fossero i suoi inquisitori a dimostrare la

veridicità della loro tesi, vale a dire che due babbi sono meglio di uno. Ma la sofistica (ingannevole per definizione) fa a

pugni con la logica. E in un’era sommamente ingannevole, essa vince la partita.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com

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