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CINA: UNO SGUARDO SOTTO LA SUPERFICIE (di Matt Polo)

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Prima di tutto è bene sfatare un mito: in Cina non si va in bicicletta ormai da anni! Questo per dire che ad oggi le automobili intasano le arterie stradali non diversamente dalle immagini che siamo abituati a vedere da decenni sulle freeways americane.

Certo nessuno rimpiange i tempi andati ed anzi, milioni di macchine per le strade rappresentano il grande passo che il Paese ha fatto negli ultimi 30 anni passando da un’economia rurale e chiusa ad una più aperta ed industrializzata.

Tuttavia se si prova ad analizzare bene la situazione si nota come questa massiccia industrializzazione sia il frutto di alcuni fattori specifici che oggi stanno creando un probabile rallentamento che potrebbe sfociare in un vero e proprio crash.

Tra i fattori principali è bene annoverare:

  • tettosugli interessi pagati sui depositi bancari dei cittadini: questa decisione ha generato nel tempo bassissimi costi di funding (ossia il reperimento di capitali) per le banche. Questo è avvenuto in particolare per le cosiddette “Big Four” – Industrial and Commercial Bank of China, Bank of China, China Construction Bank e Agricultural Bank of China – che di fatto vivono una non competizione a discapito della qualità gestionale e della stessa gestione del rischio;
  • corollario del primo punto è che le banche, in un ambiente di non competizione e di costi irrisori di reperimento dei fondi hanno da un lato offerto credito a pioggia per i piu’ disparti progetti e dall’altro – cosa ancora piu’ grave – hanno favorito le aziende di stato (SOE) a discapito delle imprese private (POE) e di quella “distruzione creativa” Shumpeteriana tipica di un’economia sana. Questo ha generato una distorsione totale nell’allocazione delle risorse ed una conseguente non appropriata valutazione del rischio;
  • i ridottissimi ritorni sui depositi bancari percepiti dai cittadini hanno costretto questi ultimi a cercare investimenti alternativi. Il risultato è stato di concentrare i risparmi nel settore dello shadow banking attraverso investimenti come i wealth management products, entrusted loans, trust loans, e financing companies e informal loans. Questi sono investimenti con prospettive di rendimento a doppia cifra i cui ritorni dipendono dalla speculazione immobiliare o da attività ad alto rischio. Quindi possiamo chiederci quale sia stato l’effetto di tale allocazione di risorse e la risposta la troviamo nelle numerose città metropolitane totalmente disabitate, nonché nel recente default di Kaisa (http://www.bloomberg.com/news/articles/2015-04-21/kaisa-bonds-fall-after-developer-defaults-on-its-dollar-debt), il più grande costruttore cinese e infine negli investimenti per progetti infrastrutturali faraonici.

Ora, in un paese che parte da zero, come è accaduto per la Cina di 30 anni fa, ogni nuova casa, ponte, strada ed infrastruttura crea un incremento del Pil, del lavoro per tutti e di rendimenti crescenti per chi ha fornito i finanziamenti per tali progetti. Ma oggi l’ennesimo investimento crea in realtà un’allocazione distorta delle risorse ed un disvalore a livello aggregato.

 

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L’effetto immediato è stato quindi una presa di coscienza da parte del Politburo centrale di non poter più raggiungere una crescita del Pil a doppia cifra, ma assistere a tassi di crescita  più “normali” (si parla di circa 6%/7% anche se studi indipendenti parlano di una crescita cinese più  vicina a valori del 4%). Questo fattore ha implicitamente messo in evidenza il fatto che la Cina debba cambiare la composizione del proprio Pil, spostandosi da un’economia capital intensive a un’economia service oriented.

A mio giudizio pero’, tale passaggio implica un cambiamento fondamentale nella struttura stessa dello Stato, precondizione per ogni successivo cambiamento strutturale che si voglia raggiungere: la creazione di un welfere state!

So che tale parola a noi europei e soprattutto agli italiani crea un brivido alla schiena, dato che è proprio il nostro walfare state e la conseguente spesa non controllata dello Stato che ha creato un così alto debito pubblico. Non è questa pero’ la sede per approfondire tale punto, dal momento in cui la creazione di un primo impianto di wealfare state in Cina parte da una situazione di totale assenza di esso.

Cerchiamo di capire meglio.

Storicamente il tasso di risparmio delle famiglie cinese è uno dei più alti al mondo, pari a circa il 26% del disposable income. I motivi di un così’ alto tasso di risparmio sono frutto delle ragioni prima indicate.

Quindi un normale cittadino cinese, dopo aver soddisfatto i propri bisogni primari tende ad accumulare capitale per far fronte all’eventuale acquisto di una casa – il bene immobile per i cittadini cinesi ha infatti la medesima importanza come investimento che ha per noi italiani, in quanto simbolo di sicurezza e stabilità per il futuro – nonche’ alle spese sanitari, all’istruzione, alla pensione.

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Quindi la famiglia tipica cinese supplisce alla mancanza di un wealfare state risparmiando nel tempo per far fronte a quelle spese tipiche che uno Stato europeo fornisce come servizi acquisiti. Abbiamo quindi una situazione dove il risparmio non viene investito se non in banca. I depositi bancari costituiscono infatti il 57% del totale delle attività finanziarie. La soluzione potrebbe essere uno spostamento anche parziale di tali spese familiari verso lo Stato centrale. Tutto questo potrebbe infatti generare molteplici effetti positivi:

 

  • da un lato le famiglie avrebbero più risorse a disposizione per aumentare i consumi favorendo quindi una transizione da un’economia export-led ad un’economia basata sui consumi;
  • dall’altro lo Stato sarebbe incentivato a liberalizzare maggiormente il mercato bancario al fine di competere per attrare il risparmio delle famiglie attraverso prodotti diversi dal semplice deposito bancario. Si porrebbero in questo modo le basi per la realizzazione di un ambiente in cui le banche e i nuovi attori finanziari potrebbero competere offrendo prodotti di risparmio gestito legati a investimenti azionari, obbligazioni, schemi pensionistici integrativi e molto altro;
  • le banche sarebbero quindi costrette ad una allocazione più efficiente di queste risorse concedendo un’erogazione del credito maggiormente oculata. Se infatti i depositi diminuiscono perché il cittadino medio consuma di piu’, il nuovo risparmio disponibile cercherebbe nuove forme remunerative.  Queste ultime metterebbero le banche e gli altri intermediari finanziari nella condizione di competere offrendo nuovi prodotti e servizi.

In sintesi:

  • oggi le famiglie, a causa di spese future incerte e di un forte controllo dei capitali che non possono uscire dal paese tendono a risparmiare tantissimo. Le uniche alternative che hanno sono: i) mettere i soldi in banca, remunerati a tassi irrisori; ii) investire in prodotti ultra speculativi sperando in rendimenti da sogno, quasi sempre legati al settore immobiliare. Un dato interessante infatti si riscontra nel -14% del valore delle transazioni residenziali registrate tra aprile 2013 e aprile 2014 (in città come Pechino e Shanghai si è assistito nello stesso periodo ad una decrescita rispettivamente del 35% e del 21%);
  • le banche che hanno a disposizioni questi risparmi (remunerati a tassi irrisori) li utilizzano per investimenti eterodiretti dall’alto, nell’ennesima industria di acciaio o in un progetto di real estate.

Un domani, se lo Stato fornisse parte di quei servizi per cui oggi le famiglie risparmiano ed al contempo liberalizzasse il mercato del credito, incentiverebbe le stesse famiglie a consumare di più, a depositare i propri soldi in quelle banche che offrano un più alto tasso sui depositi e a cercare forme di risparmio – al netto dei nuovi consumi – come alternative ai wealth management products e al settore immobiliare.

Matt Polo

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