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Cina: i servizi corrono, la manifattura arranca, ma la paura unisce tutti
A gennaio PMI Servizi a 52,3 e Manifatturiero a 50,3. L’export salva i conti, ma i costi dei metalli spingono l’inflazione industriale. Crolla la fiducia delle imprese.

Gennaio 2026 ci consegna una Cina a due velocità: mentre il terziario accelera decisamente, l’industria mostra solo timidi segnali di ripresa. Il filo rosso? L’export che tiene a galla la baracca e un crollo verticale della fiducia sul futuro.
L’economia del Dragone continua a muoversi in un chiaroscuro difficile da interpretare, sospesa tra segnali di risveglio tecnico e un pessimismo di fondo che non accenna a dissiparsi. Se i dati del RatingDog Services PMI di gennaio avevano acceso una speranza con un balzo a 52,3 punti, l’integrazione con i numeri del settore manifatturiero, appena rilasciati da S&P Global, ci restituisce un quadro molto più complesso e sfaccettato. Ricordiamo che si tratta di indicatori “Soft”, indici previsionali economici.
Ecco comunque , da Tradingeconomics, il grafico sul PMI servizi, orizzonte biennale:
Manifattura: una ripresa col “freno a mano”
Mentre i servizi festeggiano la migliore espansione da ottobre, il comparto industriale fatica a ingranare la marcia giusta. Il RatingDog China General Manufacturing PMI si è attestato a 50,3 a gennaio, in lieve rialzo rispetto al 50,1 di dicembre. Siamo tecnicamente in zona espansiva (sopra quota 50), ma è una crescita anemica, definita dagli stessi analisti come “frazionale”.
A differenza dei servizi, che hanno visto una spinta decisa, la produzione manifatturiera è cresciuta solo “leggermente”, sostenuta, come per il terziario, da una boccata d’ossigeno che arriva da oltre confine. I nuovi ordini all’export sono tornati a crescere, trainati in particolare da una domanda vivace proveniente dal Sud-est asiatico. È la conferma che, senza il polmone estero, la domanda interna cinese faticherebbe a sostenere l’intero peso della ripresa.
Prezzi: due strategie opposte
È qui che emerge la divergenza più interessante tra i due settori. Nel terziario le aziende hanno mantenuto i listini stabili per non perdere clienti, assorbendo i costi. Nella manifattura, invece, la musica è cambiata: per la prima volta da novembre 2024, le fabbriche hanno alzato i prezzi di vendita. La causa? Un’impennata dei costi di input, spinta in particolare dal rincaro dei metalli, protagonisti di un mercato rialzista che “non mostra ancora segni di picco”. L’inflazione dei costi industriali ha toccato i massimi da settembre, costringendo le imprese a scaricare parte degli oneri sui clienti finali.
Il paradosso del lavoro e della fiducia
C’è però una nota positiva comune: l’occupazione. Anche le fabbriche, per la prima volta in tre mesi, hanno ricominciato ad assumere personale per far fronte agli ordini pendenti, allineandosi alla tendenza già vista nei servizi (che hanno ripreso le assunzioni per la prima volta da luglio).
Tuttavia, il dato che deve far riflettere è un altro: nonostante i numeri in verde, il sentiment è a terra. La fiducia delle imprese manifatturiere è scivolata ai minimi di nove mesi, specchiando il pessimismo già rilevato nel terziario. Le preoccupazioni sui costi crescenti e su un outlook economico globale incerto pesano come macigni. Yao Yu di RatingDog ha sintetizzato brutalmente la situazione: se i costi continueranno a salire mentre la ripresa della domanda resta limitata, i margini di profitto saranno stritolati.
Un gigante dai piedi d’argilla?
In sintesi, la Cina di inizio 2026 ci appare come un motore che gira a regimi irregolari. I servizi provano a scattare, la manifattura segue zoppicando, appesantita dai costi delle materie prime. Entrambi i settori si aggrappano all’export come a una scialuppa di salvataggio, mentre guardano all’orizzonte interno con timore. La “diversa situazione internazionale” non è più solo una variabile, ma l’ago della bilancia che deciderà se questa ripresa si consoliderà o se si tratterà dell’ennesimo rimbalzo tecnico destinato a sgonfiarsi.









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