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La Cina centra il 5% nel 2025: record di export e surplus mostruoso, ma l’economia reale interna soffre ancora

La Cina batte le stime con un PIL al +5% nel 2025 grazie a un surplus commerciale record che oscura la crisi immobiliare. Ma il rallentamento del Q4 e la domanda interna debole preoccupano per il 2026.

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Pechino ce l’ha fatta, di nuovo. Nonostante i venti di guerra commerciale che soffiano da Washington e una crisi immobiliare che sembra non voler mai toccare il fondo, la Cina ha confermato di aver raggiunto il suo obiettivo di crescita annuale. Il Prodotto Interno Lordo (PIL) è salito del 5% nel 2025 rispetto all’anno precedente, allineandosi perfettamente con quel target di “circa il 5%” fissato dal governo. Un risultato che, sulla carta, mostra un’economia capace di incassare i colpi, ma che a un’analisi più attenta rivela una dicotomia sempre più marcata tra la potenza manifatturiera estera e la debolezza della domanda interna.

Ecco il grafico dal sito Tradingeconomics:

Il paradosso: boom estero e gelata interna

I dati rilasciati lunedì dall’Ufficio Nazionale di Statistica raccontano una storia a due velocità. Da un lato, abbiamo la macchina da guerra dell’export. Il settore ha letteralmente scrollato di dosso l’impatto dei dazi statunitensi, registrando un surplus commerciale record di 1,19 trilioni di dollari (circa 1.190 miliardi).

Come è stato possibile? Semplice: il calo delle spedizioni verso l’America è stato più che compensato da una crescita rapida in altri mercati. La Cina ha diversificato, inondando il resto del mondo con i suoi beni per compensare la chiusura delle porte americane.

Dall’altro lato, però, c’è l’economia interna, quella che preoccupa i keynesiani e chi guarda alla sostenibilità di lungo periodo. La forza dell’export ha dovuto fare gli straordinari per coprire le voragini in altri settori:

  • Domanda interna: resta debole, incapace di assorbire l’enorme capacità produttiva.
  • Immobiliare: il “grande malato” continua a peggiorare. Gli investimenti immobiliari sono crollati del 17,2% su base annua nel 2025.
  • Investimenti fissi: contrazione generale del 3,8%, peggiore delle previsioni che si fermavano a un -2,29%.

    Andamento della crescita-decrescita degli investimenti fissi, da Tradingeconomics

I dati in sintesi

Per avere un quadro chiaro della situazione, ecco i principali indicatori macroeconomici del 2025 a confronto:

IndicatoreRisultato 2025Note
PIL Annuale+5,0%In linea con i target governativi.
Produzione Industriale+5,9%Trainata dall’export.
Vendite al Dettaglio+3,7%Sotto le attese (4,1%), segnale di consumi deboli.
Investimenti Immobiliari-17,2%Continua il crollo strutturale del settore.
Disoccupazione Urbana5,2%Dato medio annuale.

Segnali di rallentamento nel quarto trimestre

Se il dato annuale salva la faccia al Partito in vista del prossimo piano quinquennale, il trend finale è meno rassicurante. L’economia ha mostrato segni di affaticamento verso la fine dell’anno. Nel quarto trimestre (Q4) del 2025, il PIL è cresciuto del 4,5%, in calo rispetto al 4,8% del terzo trimestre e ai minimi da tre anni.

Anche le vendite al dettaglio di dicembre hanno frenato, crescendo al ritmo più lento degli ultimi tre anni, schiacciate da pressioni deflazionistiche e dalla sfiducia dei consumatori legata al calo dei prezzi delle case.

Prospettive per il 2026: la sfida dell’autosufficienza

Kang Yi, commissario dell’ufficio statistico, ha ammesso che, sebbene l’economia abbia “resistito a molteplici pressioni”, l’offerta continua a superare la domanda. Un problema classico di sovrapproduzione che Pechino sta cercando di risolvere non stimolando i salari e i consumi come suggerirebbe una logica economica sana, ma spingendo sull’offerta.

Tuttavia, le dichiarazioni ufficiali parlano della necessità di politiche macroeconomiche più “proattive” per espandere la domanda interna e preparare il terreno per il 15° piano quinquennale. Gli analisti di Standard Chartered prevedono che per il 2026 la Cina fisserà un obiettivo di crescita più prudente, tra il 4,5% e il 5%, concentrandosi su una trasformazione a lungo termine per favorire una crescita autosostenuta, meno dipendente dai capricci dell’Occidente e dalle politiche imprevedibili dell’amministrazione Trump.

La Cina cresce ancora, ma il motore sta cambiando. Meno mattoni, più export, con l’incognita di un consumatore cinese che, per ora, preferisce risparmiare piuttosto che spendere. Però la demografia pesaq sempre di più. Inoltre non si può dependere in eterno dall’export: la Germania ha fatto scuola in questo.

Domande e risposte

Come ha fatto la Cina a crescere nonostante la guerra commerciale con gli USA?

La Cina ha dimostrato una notevole resilienza grazie alla diversificazione geografica del suo export. Sebbene le spedizioni verso gli Stati Uniti siano diminuite a causa dei dazi, Pechino ha compensato aumentando massicciamente le esportazioni verso altri mercati, in particolare nel Sud del mondo e verso i partner della “Via della Seta”. Questo ha permesso di generare un surplus commerciale record di 1,19 trilioni di dollari, che ha agito da contrappeso alla debolezza della domanda interna.

La crisi del settore immobiliare cinese è finita?

Assolutamente no, anzi, i dati indicano che la correzione è ancora in pieno svolgimento. Gli investimenti immobiliari sono crollati del 17,2% nel 2025, proseguendo un trend negativo pluriennale. Questo calo pesa enormemente sulla crescita complessiva, poiché l’immobiliare rappresentava storicamente una quota rilevante del PIL cinese. Il crollo dei prezzi delle case sta inoltre deprimendo la fiducia dei consumatori, creando un effetto ricchezza negativo che frena le vendite al dettaglio e alimenta le pressioni deflazionistiche.

Cosa dobbiamo aspettarci per l’economia cinese nel 2026?

Le prospettive per il 2026 sono di un ulteriore, lieve rallentamento. Gli analisti prevedono un target di crescita tra il 4,5% e il 5%. Pechino dovrà affrontare sfide crescenti: un ambiente esterno sempre più ostile con il protezionismo in aumento e una domanda interna ancora fragile. La priorità politica sembra spostarsi verso una crescita “autosostenuta” e di qualità superiore, piuttosto che sulla mera espansione quantitativa, suggerendo politiche di stimolo mirate ma forse meno espansive rispetto al passato.

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