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Cina amara: ora le aziende delocalizzate rischiano grosso

 

La scorsa settimana il congresso cinese ha approvato una “Legge anti sanzioni” creata ad hoc per controbattere alle sanzioni occidentali nei confronti di Pechino. Con questa norma qualsiasi azienda  che venga ad adempiere a sanzioni imposte da un altro paese può subire una pensate punizione, praticamente a discrezione, da parte di Pechino. Quindi, se, ad esempio, gli Stati Uniti vietano l’esportazione di determinati prodotti nella Repubblica popolare e un’azienda interrompe le sue esportazioni, deve aspettarsi un’azione legale in Cina. Se però questa azienda non adempie a queste sanzioni ed ha la sede in un paese occidentale rischia di essere pesantemente sanzionata dagli USA. 

Si tratta del premio per un mondo che si muove in modo sempre più bilaterale, per cui se sei d una parte, economicamente, non puoi essere dall’altra. Chi ha investito di più in Cina negli ultimi anni? Le aziende tedesche, che in questa guerra rischiano, come nota la Welt, di fare la proverbiale fine del vaso di coccio fra quelli di ferro.

“Tutte le attività all’estero che sono in conflitto con gli interessi economici e politici della Cina diventano”, afferma Wolfgang Niedermark della direzione della Federazione delle industrie tedesche (BDI) WELT. Era bello pensare di essere i più furbi al mondo e giocare tenendo i piedi in due scarpe, ma ogni sogno viene  terminare e ora le aziende tedesche, ma anche tutte quelle europee che hanno pesantemente investito in Cina pensando di approfittarsi di quel mercato, devono ricredersi e di dover scegliere se abbandonare il ercato di origine o quello orientale.

Per ora a Bruxelles e a Berlino si cullano sulla speranza che questa norma rimanga solo sulla carta, ma è evidente che si sbagliano: gli interessi delle aziende occidentali interessano nulla al PCC, che anzi potrebbe ingrassare funzionari e aziende nazionali con cessioni forzate di asset europei. Sarò molto divertente vedere cosa ne dicono ora i cultori della “Global Supply chain”; quelli che dieci anni fa dicevano che bisognava andare a produrre ovunque, purché in quel momento vi fosse un vantaggio competitivo. Or questo rischia di diventare il maggior boomerang al mondo.

 

 


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