Europa
Chimica, Meloni rilancia la sfida all’Europa: rivedere ETS e regole green per difendere l’industria
La difesa dell’industria chimica diventa un nuovo terreno della battaglia di Giorgia Meloni per correggere le politiche ambientali europee. Nel messaggio inviato all’assemblea di Federchimica, la presidente del Consiglio lega il futuro del settore alla necessità di rivedere il Green Deal e il sistema ETS, mettendo al centro la capacità delle imprese di continuare a produrre e investire in Europa.
Il passaggio politico è netto: secondo Meloni, alcune scelte europee hanno aggravato una crisi già alimentata dall’energia cara, dalla domanda debole e dagli squilibri della concorrenza internazionale. In particolare, la premier contesta obblighi e scadenze introdotti senza tenere sufficientemente conto delle alternative tecnologiche ed energetiche effettivamente disponibili per le aziende. «Il sistema ETS è uno dei nodi sui quali occorre intervenire», afferma.
La richiesta riguarda il meccanismo europeo delle quote di emissione e, più in generale, il rapporto tra obiettivi climatici e politica industriale. Il governo conferma l’impegno per la decarbonizzazione, ma chiede che il percorso sia compatibile con gli investimenti necessari a realizzarla. Da qui le condizioni indicate dalla presidente del Consiglio: scadenze praticabili, libertà di utilizzare tecnologie diverse, forniture energetiche competitive e tutela rispetto ai produttori esteri che sopportano oneri ambientali inferiori.
La scelta di portare questo messaggio all’assemblea di Federchimica ha un significato preciso. La chimica attraversa l’intero sistema produttivo: dai medicinali alla conservazione degli alimenti, dai materiali per l’edilizia ai componenti dell’automotive. Nel suo intervento Meloni ricorda che il 95% dei prodotti e dei manufatti che ci circondano deve la propria esistenza alla ricerca e all’innovazione chimica. Difendere questa industria significa quindi sostenere anche le filiere che ne utilizzano materiali, processi e soluzioni.
È su questo legame che si fonda la posizione espressa dalla premier. Un settore indebolito perde la capacità di finanziare proprio quella ricerca dalla quale dipendono prodotti migliori e processi più efficienti. E quando una fabbrica chiude, il problema si trasferisce ai fornitori, ai clienti industriali e ai territori che vivono attorno a quella produzione.
Meloni richiama inoltre il rischio che alle chiusure europee corrisponda un aumento delle importazioni da Paesi con requisiti ambientali meno severi. Uno spostamento che, nella sua analisi, sottrae occupazione e competenze all’Europa senza assicurare un vantaggio climatico. La presidente del Consiglio sollecita anche una maggiore attenzione alla funzione produttiva del mercato delle quote, rispetto al suo utilizzo finanziario e speculativo.
Il messaggio a Bruxelles è dunque una richiesta di revisione delle regole, accompagnata dalla conferma dell’obiettivo ambientale. La tenuta della manifattura viene posta come condizione per rendere possibile la transizione: servono imprese capaci di sostenere i costi del cambiamento e di sviluppare le tecnologie che ancora mancano.
Ora la partita si misura sui risultati del confronto europeo. Per la chimica, come per gli altri comparti esposti alla concorrenza internazionale, conteranno il prezzo dell’energia, gli oneri delle emissioni e la possibilità di programmare gli investimenti. È su queste condizioni concrete che l’impegno annunciato dal governo dovrà trovare seguito.








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