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Caro Trump, sulla benzina sei inciampato
Il prezzo della benzina negli USA tocca i 4 dollari a gallone: un rincaro che pesa sulle tasche degli americani e che rischia di costare la maggioranza al Congresso a Donald Trump in vista delle elezioni di midterm. L’analisi economica.

C’è un indicatore più potente di qualsiasi sondaggio, più immediato di qualsiasi narrazione politica, più implacabile di qualsiasi conferenza stampa: il prezzo della benzina alla pompa. È lì, davanti agli occhi di milioni di cittadini ogni giorno, che si misura la percezione reale della qualità di un governo. E oggi, negli Stati Uniti, quel termometro segna una soglia psicologica e politica estremamente delicata: 4 dollari a gallone.
Tradotto in termini europei, e quindi più familiari anche al lettore italiano, significa circa un dollaro al litro, considerando che un gallone equivale a circa 3,8 litri. In euro, siamo attorno a 0,90–0,95 €/litro. Una cifra che, vista dall’Italia — dove i prezzi oscillano tra 1,80 e 2 euro al litro — potrebbe sembrare quasi un miraggio.
Ma sarebbe un errore fermarsi qui.
Negli Stati Uniti, infatti, il costo della benzina è storicamente molto più basso rispetto all’Europa, anche perché il Paese è uno dei principali produttori mondiali di petrolio. Negli ultimi anni, il prezzo medio si è spesso collocato tra i 2 e i 3 dollari a gallone. Questo significa che il passaggio a 4 dollari non è un semplice aumento: è un salto netto, percepito come eccezionale.
Per capire davvero la portata del fenomeno, bisogna fare una proporzione. Se trasliamo questo aumento sulla realtà italiana, dove il prezzo “normale” è intorno a 1,8–2 euro al litro, l’equivalente psicologico sarebbe vedere la benzina salire a 3,30–4 euro al litro. Ecco il punto: non si tratta di un confronto nominale, ma di una percezione relativa. È questo che determina il consenso politico.
In altre parole, quei 4 dollari sono, per un americano, molto più pesanti — e molto più “politici” — di quanto i nostri 2 euro possano sembrare a noi.
Ed è qui che si apre il nodo cruciale per Donald Trump. La promessa implicita di ogni leadership forte è quella di garantire stabilità e benessere percepibile. Ma quando il prezzo della benzina sale, quella promessa si incrina. Perché l’elettorato, in qualsiasi parte del mondo, non vota con il cuore né con la mente: vota con il portafoglio.
Trump lo sa bene. Ma sembra aver sottovalutato la portata delle dinamiche internazionali che incidono sul prezzo dell’energia. Il tentativo di chiudere rapidamente alcune partite geopolitiche, con un approccio muscolare e “lampo”, non ha prodotto gli effetti sperati. Al contrario, ha contribuito ad alimentare un clima di incertezza sui mercati globali che si riflette direttamente sul costo delle materie prime, petrolio in primis.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: benzina a 4 dollari, volatilità dei mercati energetici, tensioni sulle catene di approvvigionamento. E non si tratta solo di carburante. L’aumento dei costi energetici si trasmette a cascata lungo un’intera filiera: trasporti, logistica, produzione industriale, prezzi al consumo. È un effetto moltiplicatore che rischia di erodere il consenso politico in modo silenzioso ma costante.
Qui sta l’errore strategico. Trump è al suo secondo mandato e, per vincoli costituzionali, non potrà ricandidarsi. Ma questo non significa che il costo politico delle sue scelte sia irrilevante. Anzi. I prossimi due anni saranno decisivi per l’equilibrio del potere a Washington, a partire dalle elezioni di midterm. E proprio su questo terreno si profila un rischio concreto: quello di una “anatra zoppa”, una presidenza indebolita da una possibile perdita della maggioranza al Congresso.
Se ciò accadesse, la capacità di azione dell’amministrazione verrebbe drasticamente ridotta. E la responsabilità politica ricadrebbe inevitabilmente anche sul Partito Repubblicano, che rischia di pagare il prezzo di scelte percepite come avventate o inefficaci.
Perché alla fine, al di là delle grandi strategie geopolitiche, delle dichiarazioni roboanti e delle narrazioni ideologiche, resta un dato semplice e brutale: quanto costa fare il pieno. E quando quel costo sale troppo, la politica comincia a perdere terreno.
Caro Trump, sulla benzina sei inciampato. E questo inciampo, stavolta, potrebbe costare molto più caro di quanto sembri.
Antonio Maria Rinaldi
Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID, capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.








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