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Cantieristica e Geopolitica: l’asse USA, Corea e Grecia per le nuove navi militari per arginare Pechino. Italia fuori

Un accordo storico tra USA, Corea del Sud e Grecia punta a rivoluzionare la costruzione di navi militari. L’obiettivo? Rilanciare l’industria americana, sfruttare la tecnologia coreana nei cantieri greci e arginare il dominio della Cina nel Mediterraneo.

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Gli Stati Uniti stanno per varare una mossa strategica che unisce politica industriale, difesa marittima e contrasto all’egemonia cinese nel Mediterraneo. Secondo le recenti evoluzioni confermate da fonti diplomatiche, è in dirittura d’arrivo un accordo trilaterale storico tra Washington, Seul e Atene per la costruzione di nuove unità navali militari. Un patto che, dietro l’evidente facciata militare, nasconde una profonda logica economica e geostrategica.

La notizia, rimbalzata inizialmente sui circuiti di Euractiv e confermata in modo esplicito dall’ambasciatrice americana in Grecia, Kimberly Guilfoyle, delinea un piano pragmatico: le future fregate della US Navy potrebbero essere costruite nei cantieri navali greci, avvalendosi della superiore tecnologia e dei capitali sudcoreani. Si tratta, a quanto pare, di una priorità assoluta dell’amministrazione Trump, volta a saldare alleanze strategiche tutelando al contempo gli interessi nazionali.

Il piano americano: il “Maritime Action Plan”

Alla base di questa triangolazione navale vi è il “U.S. Maritime Action Plan” (MAP). Per chi osserva le dinamiche macroeconomiche, questo piano rappresenta un ritorno prepotente dello Stato nell’economia reale, con una chiara impostazione keynesiana. L’obiettivo è ricostruire la disastrata capacità cantieristica americana attraverso l’intervento statale e la spesa pubblica mirata.

L’idea di base è estremamente razionale: iniziare a delegare la costruzione dei primi volumi di navi a cantieri di nazioni alleate, per poi, in una seconda fase e attraverso i ritorni degli investimenti, riportare la produzione fisica negli Stati Uniti. Il fine ultimo non è solo armare la marina, ma creare occupazione stabile e proteggere le catene di approvvigionamento.

Tuttavia, Washington si scontra con limiti normativi autoimposti. Come fa notare Kwon Hyo-jae, ricercatore della Seoul National University, la complessa legislazione americana (in primis il Jones Act) impone severe restrizioni alla costruzione di navi militari sul suolo nazionale utilizzando tecnologie e capitali stranieri. Ed è qui che la soluzione esterna diventa geniale: costruire fisicamente i vascelli in Grecia, ma con l’apporto tecnologico coreano, permette di aggirare l’ostacolo normativo americano, garantendo consegne rapide e di alta qualità.

Perché proprio la Grecia e la Corea del Sud?

L’accordo unisce due colossi della cantieristica mondiale, di cui uno attuale (la Corea) e uno in fase di rilancio (gli USA), con un partner strategico cruciale per il controllo del Mediterraneo. Possiamo schematizzare i ruoli in questo modo:

  • Stati Uniti: Forniscono la domanda primaria (le commesse militari miliardarie), la visione geopolitica e il cappello strategico dell’operazione.
  • Corea del Sud: Mette sul piatto la tecnologia avanzata e i capitali. I cantieri coreani sono un’eccellenza globale, indispensabile per sopperire alle attuali inefficienze dell’industria navale americana.
  • Grecia: Offre le infrastrutture e i bacini. Pur possedendo cantieri di dimensioni contenute e privi, al momento, del know-how per navi da guerra di ultima generazione, la Grecia vanta una posizione geografica invidiabile e la flotta armatoriale più grande del mondo.

Catieri navali greci

L’elefante nella stanza: contenere l’espansione della Cina

Se l’aspetto industriale è rilevante, quello geopolitico lo è forse di più. L’accordo trilaterale è un’evidente manovra di contenimento nei confronti di Pechino. La Cina, da anni, persegue una silenziosa ma inesorabile penetrazione economica in Grecia. Al porto del Pireo, snodo fondamentale per le merci asiatiche dirette in Europa attraverso il Canale di Suez, la compagnia statale cinese COSCO detiene ben il 67% delle quote.

Questa presenza massiccia permette a Pechino di mantenere relazioni privilegiate con i potentissimi armatori greci. Il rischio, dal punto di vista strategico americano, è che questa influenza spinga le flotte elleniche a commissionare le loro navi esclusivamente ai cantieri cinesi.

L’intervento americano, strutturato tramite questo accordo navale, mira a spezzare esattamente questa catena. Aumentando la quota di navi greche realizzate con tecnologia coreana e sotto l’ombrello statunitense, l’influenza commerciale cinese è destinata a ridimensionarsi.

Non si parla, infatti, solo di fregate militari, ma anche di istituire una “flotta mercantile strategica”. Come sottolineato dagli analisti dell’Export-Import Bank of Korea, avere a disposizione navi in grado di trasportare materie prime critiche (come petrolio e GNL) in tempo di pace, e di fornire supporto logistico militare in tempo di guerra, è la vera sfida del nostro decennio. Un patto che risponde, con pragmatismo tecnico e investimenti reali, all’avanzata del Dragone.

Un peccato che  l’Italia  e la sua cantieristica siano rimasti al di fuori di un accordo che promette grossi risultati. Sembra che le nostre aziende siano state  sforturnate.

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