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Brexit e i tedeschi? Come la Germania affronta una questione spinosa (di Tanja Rancani)

 

 

 

Per capire la questione dovremmo andare indietro nel tempo e comprendere perché proprio la Germania ha voluto aver a bordo la Gran Bretagna nel momento della fondazione dello Spazio Economico Europeo (SEE). Dobbiamo comprendere il periodo post bellico, quando tutta l’Europa cercava una propria forma democratica ed economica. Nell’idea dello SEE tra Francia e Germania c’erano ovviamente posizioni ben diverse e, per esempio, ai tedeschi il rigore francese sulle operazioni di mercato non piaceva. La Gran Bretagna con le loro politiche economiche liberali, garantivano ben più spazio d’azione sotto questo punto di vista e quindi anche se Charles De Gaulle rifiutò nel 1961 l’adesione della Gran Bretagna al patto del SEE, nel 1963 vinse la posizione tedesca di Konrad Adenauer e sì accetto la Gran Bretagna nel patto di fondazione dell’Eliseo.

Per 50 anni tutto filò liscio, se tralasciamo piccoli dettagli come la sterlina ovviamente, persino un Unione Europea a traino franco-tedesca fu accettata (o quasi) dalla Gran Bretagna. Però, in realtà, in profondità, qualcosa non funzionava,  e si arrivò a quel fatidico 23 giugno 2016, quando sul foglietto degli elettori britannici c’era scritto LEAVE or REMAIN. Al referendum parteciparono 17.6 milioni di elettori, ossia quasi il doppio di un normale referendum, il massimo mai raggiunto da un referendum prima della Brexit erano appena 11 milioni. Ha vinto il “leave” e per il 29 marzo 2019 la Gran Bretagna dovrà lasciare dalla UE, se non si trova un “deal”, un accordo. Se ci fosse una soft-Brexit, una uscita accomodante, allora la vera uscita dalla UE verrebbe posticipata al 2020 o massimo al 2022. Oggi però a scontrarsi non sono più due vecchi signori, fondatori di quello che oggi riteniamo Europa, ma bensì due signore di ferro, tutte e due con la data di scadenza abbastanza prossima, tra l’altro.

Nella nostra storia devo sorvolare un altro paio di dettagli, per raggiungere il filo del discorso, vorrei solo illustrare un dettaglio di non poco conto. Ovvero chi ha votato per il “remain”, il restare nella UE e chi per lasciare, ossia il “leave”? I voti per il restare nella UE arrivano praticamente solo dalla Scozia, dall’Irlanda del Nord e dalla City (Londra), il cuore pulsante della finanza, mentre chi ha votato per la Brexit sono quelli che più risentono delle politiche d’austerity, ma anche della pressione del libero mercato. Quindi per lo più i “Farmers”, gli abitanti delle zone rurali, nel sud della Gran Bretagna, dove si concentra quella parte dei britannici che vivono di agricoltura e artigianato. Il punto cruciale di questo referendum è che anche se ce stata una grandissima affluenza alle urne, il risultato non è affatto chiaro, anzi come si vede dallo screenshot da Wikipedia 48.11% volevano restare nella UE, mentre il 51.89% lasciarla, è quindi ovvio che nel regno unito qualcuno tende a voler rifare il referendum!

In agosto dell’anno scorso arrivò finalmente la prima proposta per un accordo da parte di Theresa May, che propose il libero scambio con la UE per il Regno Unito, quindi solo per Irlanda del Nord e l’Inghilterra, comprendendo anche il libero commercio di servizi sulla base della regolazione equivalente, per esempio per le banche assicurazioni ecc. verso i paesi UE. Mentre la libera circolazione delle Persone sarebbe stata interdetta. Questa prima proposta però è stata veementemente respinta da parte della UE durante la conferenza di Salisburgo, a settembre 2018. Secondo i tedeschi non ci sarebbe stato un “Rosinenpicken” un “Selezionare gli acini”, ne ci sarebbe un entrata dal retro nella fortezza commerciale dell’unione. Soprattutto non si volle rischiare che prodotti agrari di dubbia provenienza potessero passare dalle maglie molto più larghe della Gran Bretagna e così alla fine invadere il nostro mercato interno. La tesi degli economisti pro Europa tedeschi comunque è quella che beni, servizi e migranti(!) sono sostitutivi uno dell’altro, per cui  se ce la libera circolazione dei migranti, allora anche le merci seguiranno nei paesi di destinazione, avendo quindi influenza su prezzi di beni, servizi e ovviamente del lavoro. Questa teoria del reciproco uguagliamento dei prezzi è allora la fine del mercato comune? La risposta la lascio a voi. Ma secondo la Commissione Europea cosa sarebbe quindi il “Deal”, l’accordo ideale? Cosa vuole l’UE? Certamente non vuole la Brexit, ma se proprio ci dev’essere allora che sia il più possibile vicino al mercato comune e quindi dovrebbe includere i quattro punti fondamentali:

  • Libera migrazione, ossia la libera circolazione di persone
  • Libera circolazione di capitale
  • Libero commercio di beni
  • Libero commercio di servizi

Qualsiasi accordo che si distanzia da questi 4 punti fondamentali sarebbe quindi una hard-Brexit, un uscita dura, quasi come dire una Brexit che merita una punizione per la Gran Bretagna.

Questa assunzione però viene definita come assurdità da parte dei maggiori esperti in materia, economisti che si dedicano all’argomento Brexit, reputano infatti che il pensiero dell’UE di voler punire chi vuole uscire, sulla base che altrimenti ci possano essere degli imitatori, come abbastanza “naive”. Gli esperti vorrebbero creare l’immagine di una UE dalla quale approfittare e non una che punisce. Il principio di pareto deve essere il leitmotiv ossia il mercato deve autoregolamentarsi in maniera parietaria (? Mah…) Quindi l’idea tedesca è che se ce un azione solidale, nella quale certi paesi devono sostenere altri paesi, allora occorrono queste “punizioni”, altrimenti i paesi dai quali si vuole prendere per dare agli altri, potrebbero voler uscire. Secondo Prof. Hans-Werner Sinn, Presidente dell’Ifo Instituts a.D, un tale approccio solidale di reciproca rassicurazione, domanderebbe il patto o il trattato sulla fondazione degli Stati Uniti d’Europa e questo non ce. Solo con un tale trattato quindi sarebbe pensabile di avere delle forze armate unite, politiche fiscali unitarie o servizi sociali unitari, simile quindi agli Stati Uniti d’America. Questo però gli Stati membri non sono disposti a fare, se bene il Professor Sinn lo auspica, ma a breve termine non è un obiettivo realisticamente fattibile – Cit.

Dopo questo exploit per comprendere la visione tedesca, torniamo alla UE che con Michel Barnier ha fatto la controproposta, da parte della Commissione Europea:

  • L’Irlanda del Nord rimane sola nell’unione doganale a partire dal 2020. Questo però è stato rifiutato con fermezza da Theresa May ancora in Ottobre 2018.

  • Si giunge alla prossima proposta del 28 Novembre 2018, dicendo che dopo il 2020/2022:

    • L’Irlanda del Nord rimane nel mercato unico Europeo

    • Mentre la Gran Bretagna rimane nell’unione doganale, quindi valendosi il diritto di libera circolazione di merci, servizi e capitali. Significherebbe che ci dovrebbero essere delle frontiere e dei controlli tra l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna (anche marittimi)

Ovviamente anche questa proposta è inaccettabile per Theresa May e la Gran Bretagna, che de facto verrebbe separata dall’Irlanda del Nord.

Siamo al 12 dicembre 2018 e il partito della May(!) i Tory votano la sfiducia contro di lei a seguito di queste veramente confuse trattative con la UE. Ma cos’è che rende queste trattative così difficili, pensandoci bene è proprio il problema Irlandese! Mettiamo il caso che dopo la Brexit si vorrebbe escludere l’Irlanda del Nord dal resto dell’Irlanda tramite una frontiera, quindi allora si dovrebbe ricostruire esattamente quelle frontiere che hanno provocato migliaia di morti di terrorismo della IRA? Più di un esperta afferma che il primo doganiere che verrà messo sul posteggio verrà assassinato. Un’altra questione è, se si lasciasse all’Irlanda del Nord più libertà d’adesione all’UE, allora anche la Scozia potrebbe avere delle (già presenti) tentazioni indipendentiste e quindi optare per un secondo referendum risolutivo. Un “Scottex” in pratica per uscire dalla Gran Bretagna e ritornare nel grembo della UE.

La Corte Europea ha lasciato intendere, che in questa complicatissima e delicata situazione, sarebbe possibile per la Gran Bretagna di lasciar perdere tutto e restare nella UE, se la decisione venisse presa fino e non oltre il 19 marzo 2019, oppure se Theresa May domandasse di prolungare questa data e posticipare ulteriormente la presa di posizione. Visto la complessità dell’argomento e quei voti per il “Leave” sul filo del rasoio, sarebbe al momento l’unica opzione, anche se non si sa mai se a qualcuno viene un lampo di genio e trova una soluzione all’ultimo momento.

Il video della cancelliera Merkel dalla Grecia, che obbliga Theresa May di prendere una decisione quindi sarebbe da interpretare in quell’ottica? Non lo sappiamo, ma certamente dietro al politichese cortese, io ho notato molta pressione verso la Gran Bretagna e non veramente la volontà di dialogo, come era stato espresso dal capo di governo tedesco. Penso visto che parlando di Brexit si parla comunque di volontà popolare, questa va rispettata, anche se non appare tra le cose più sagge da fare. Io tenderei a dire che un approccio più morbido possibile da parte della Commissione Europea, ma anche da parte della Germania sia a vantaggio di tutti e non solo dei primi contraenti in questo dibattito, appunto la Germania e la Gran Bretagna, via che queste sono ovviamente delle mie posizioni personali.

Per dare un idea di quale impatto ha la Brexit sull’economia europea, ho preparato questo grafico:

Per la Germania il Regno Unito è il 5 paese importatore di beni e servizi tedeschi, con ben 84.44 miliardi di € d’export nel 2017. Per Frau Merkel solo l’Olanda (85.7 miliardi di €) e la Francia (105.4 miliardi di €) sono dei partner europei più importanti. Ergo supponiamo un “hard-deal” e una Brexit dura, magari con l’erigere di dazi doganali e con delle limitazioni per la libera circolazione delle persone, la prima a rimetterci sarebbe proprio la Germania, come s’intende dal grafico. La fiducia espressa ieri a Theresa May è un passo verso un possibile dialogo, ma penso che l’UE deve retrocedere dalle dure posizioni e rispettare da un lato la volontà popolare, espressa democraticamente e dall’altro tener conto dei tantissimi cittadini europei, che lavorano in o con la Gran Bretagna e magari in questo dibattito di loro non si è parlato sufficientemente!


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