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BRANCOLANDO NEL BUIO

Nel 1950 ebbe molto successo, in Italia, un film giapponese, “Rashomon”, in cui un delitto viene raccontato in quattro modi diversi, senza neppure dire, alla fine, quale delle versioni corrisponda al vero.
Nell’arte statica – pittura, scultura, architettura – l’occhio riposa sin dal primo momento, perché l’opera si presenta conclusa. Nell’arte in movimento, per esempio la letteratura, si ha uno svolgimento, e si ha tendenza ad attendere la conclusione. Diversamente si rimane scontenti. Così come rimarrebbero scontenti gli spettatori che sono andati a vedere un film giallo e manca la luce mentre c’erano ancora da vedere gli ultimi dieci minuti.
Anche la storia è un racconto, se guardiamo al passato: la congiura fu sventata, lo sbarco riuscì, la tale battaglia fu persa, la tale guerra fu vinta. Il presente, al contrario, anche quando raggiunge una conclusione, dà la precisa sensazione che quella fine è contemporaneamente l’inizio di qualcos’altro, di cui non si sa per nulla a che cosa condurrà, in un infinito divenire.
In questo mare d’incertezze, ci orientiamo come possiamo. Sappiamo bene che la realtà potrà sorprenderci, stupirci, beffarci, ma quando reputiamo di avere qualche dato solido e affidabile, possiamo almeno aspettare e vedere se la nostra previsione si verifica. Se invece non siamo in grado nemmeno di far questo, ci rimane l’ultima risorsa: sperare che si verifichi ciò che reputeremmo la cosa migliore.
Ebbene, il dramma di questo momento, per quanto riguarda la politica italiana, è che non mancano soltanto le certezze per il futuro, cosa che sarebbe del tutto normale: mancano anche le ragionevoli previsioni. Addirittura, non si sa neppure che cosa sperare. Chi è di centro-destra, non sa più a che santo votarsi. Non sa neppure se deve sperare che questa manica di sbandati vada al potere. Chi è di sinistra non sa più se il partito per il quale ha votato sia ancora di sinistra, sia divenuto di centro, o sia infine un supermercato berlusconiano, fondato sulla pubblicità e quasi nient’altro, a cui è stata soltanto cambiata l’insegna. Per i duri e puri, fra gli eredi di Gramsci, ci sarebbe da aggrapparsi all’opposizione interna del Pd, che ne ha conservato il linguaggio. Ma ci si può chiedere se essa sia mossa dalla fedeltà all’ideale, dai pregiudizi veterocomunisti, dall’odio al Primo Ministro o da qualche altra deplorevole ragione.
Se si andasse a nuove elezioni, che cosa bisognerebbe sperare? E in particolare: che ne sarebbe dell’Italia, se il M5s andasse al potere? Allora il re riuscì ad esautorare Masaniello, ma ora il re non c’è più. Abbiamo conosciuto l’ideologia fascista, abbiamo scampato per poco di assaggiare l’ideologia comunista, ed ora dobbiamo chiederci come vivremo, assaporando l’ideologia di Casaleggio (if any).
Né le cose vanno meglio dal punto di vista economico. Non badando all’insistente e fastidioso ronzio dell’ottimismo renziano, siamo costretti a chiederci se e quando questa crisi finirà. Certo, nulla dura per sempre: ma sarà la fine dei guai o lo scoppio di guai tanto maggiori, da farci pensare che quando credevamo di essere in crisi in realtà vivevamo gli ultimi giorni di serenità?
Qualcuno potrebbe dirci che in ogni momento della storia i contemporanei non sapevano dove sarebbero andati a parare. Ed è vero. Nel 1913 nessuno, in Europa, poteva prevedere che l’anno seguente sarebbe scoppiato un inimmaginabile finimondo. Noi invece sappiamo benissimo che molti Stati non sono in grado di pagare il loro immenso debito, e che ciò potrebbe provocare una crisi economica mondiale rispetto alla quale quella del ’29 sembrerà uno scherzo. Mentre viviamo il più lungo periodo di pace della storia, mentre non abbiamo grandi nemici esterni da temere, noi europei siamo coscienti di essere seduti su una bomba con la miccia accesa.
Leggendo la storia romana, e assistendo al lento ma inesorabile declino di Roma, ci si chiede con rimpianto come mai non sia sorto un uomo capace di fermare quel declino e riportare l’Impero ai fasti e alla potenza di un tempo, dal momento che non erano cambiati né il territorio, né le popolazioni, né le istituzioni fondamentali. Ma forse veramente, quando la storia ha emesso la sua sentenza, non c’è appello.
Può darsi che noi siamo arrivati alla fine di un ciclo economico-sociale e non sappiamo più a chi guardare, in politica. Su questo Titanic, mentre abbiamo già sbattuto contro l’iceberg, gli orchestrali, invece di suonare, litigano. E tutto quello che possiamo fare, aspettando che la storia si rimetta in moto, è togliere l’audio al televisore.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
11 agosto 2015

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