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Boeing era a un passo dal baratro spaziale: come la NASA (e l’addio di Falcon 9) l’hanno salvata con 359 milioni

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La NASA rischiava di rimanere a piedi, e la divisione spaziale di Boeing era a un passo dalla chiusura definitiva. In uno dei ribaltoni più clamorosi della recente storia industriale americana, l’agenzia spaziale ha staccato un nuovo assegno pubblico da 359 milioni di dollari a favore del colosso di Arlington. Un salvataggio in piena regola che rimette in carreggiata la tormentata capsula Starliner, proprio mentre i vertici aziendali stavano valutando di staccare la spina all’intero programma.

A innescare questo salvataggio d’emergenza è stata una mossa inattesa della rivale SpaceX. L’azienda di Elon Musk ha infatti confermato l’intenzione di mandare in pensione il cavallo di battaglia Falcon 9 e la navetta Crew Dragon dopo il 2030, bloccando gli ordini per nuovi lanci già dal 2028. SpaceX vuole concentrare tutte le proprie risorse sul mastodontico Starship, il razzo di nuova generazione pensato per la Luna e Marte.

Qui però sorge un enorme problema pratico: Starship è una nave gigantesca, del tutto inadatta ad attraccare alla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) per i normali cambi di equipaggio. Senza la capsula Dragon, gli Stati Uniti si sarebbero trovati di fronte al peggiore degli scenari: un vuoto completo di mezzi per portare i propri astronauti in orbita.

Dall’altra parte della barricata, Boeing si trovava in condizioni finanziarie e tecniche disperate. Il volo di prova del 2024 con gli astronauti Butch Wilmore e Suni Williams si era trasformato in un calvario: valvole bloccate, perdite di elio e problemi ai propulsori avevano costretto la NASA a trattenere gli astronauti sulla stazione per mesi e a rimpatriarli con una navetta SpaceX.

Per Boeing, quel disastro ha significato oltre 2 miliardi di dollari di perdite operative assorbite sui propri bilanci. Con contratti a prezzo fisso, ogni errore si trasforma in un salasso per l’azionista. Senza un intervento esterno immediato, la chiusura della divisione spaziale con equipaggio non era più un’ipotesi remota, ma l’unica scelta contabile razionale per fermare l’emorragia.

Crew Dragon di SpaceX

A quel punto lo Stato americano è dovuto intervenire con il proprio peso economico. La Casa Bianca e la NASA non potevano permettersi di affidare l’intera sicurezza spaziale nazionale a un unico fornitore privato, per quanto brillante. L’amministrazione federale ha così deciso di fare da compratore di ultima istanza, coprendo i costi per rifare i componenti difettosi e garantendo nuovi ordini.

Il quadro dei costi evidenzia un contrasto stridente tra efficienza privata e soccorso pubblico:

Dettaglio del ProgrammaBoeing (Starliner)SpaceX (Crew Dragon)
Fondi pubblici ricevuti5,1 miliardi \5,9 miliardi $ (fino a Crew-17)
Nuovo finanziamento ponte359 milioni $\vert{} 0$
Costo complessivo finaleCirca 5,5 miliardi $\vert{} 5,9 miliardi$
Voli con equipaggio riusciti013+ missioni operative

Il nuovo accordo fissa una serie di passaggi tecnici obbligati prima del rientro in servizio:

  • Riprogettazione dei sistemi difettosi: i 359 milioni serviranno a sostituire le valvole usurate, correggere le perdite di elio e rinnovare le batterie.
  • Test senza equipaggio: il volo Starliner-1 porterà solo rifornimenti tra dicembre 2026 e gennaio 2027 per verificare le modifiche. La NASA vuole evitare di avere ancora astronauti abbandonati nello spazio.
  • Ritorno degli astronauti: il primo vero volo con persone a bordo (Starliner-2) è rinviato alla metà del 2028.
  • Pacchetto di voli garantiti: la NASA assicura da 5 a 7 missioni future per servire la ISS e le future stazioni private. Un pacchetto minimo, ma sicuro, visto il ritiro di Dragon.

Il governo federale non poteva tollerare la distruzione di una filiera produttiva da cui dipendono migliaia di lavoratori e subfornitori specializzati. Lasciare tutto nelle mani di una sola azienda, per quanto molto efficiente e avanzata, rischiava di essere un azzardo eccessivo, anche considerando la possibilità di incidenti e il fatto che ci sono le vite degli astrnauti nella ISS, o nelle future stazioni private,  in gioco.

Paradossalmente, l’incapacità di Boeing viene premiata con altro denaro dei contribuenti proprio grazie alla fuga in avanti di SpaceX. Il gigante aerospaziale incassa i fondi necessari per rimanere a galla e si ritrova con una posizione di quasi-monopolio per il dopo-2030 sulla ISS. Una beffa per chi credeva nella pura concorrenza, ma una conferma evidente che la spesa pubblica resta il pilastro invisibile che regge l’industria aerospaziale americana.

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