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BES, tutti lo conoscono ma nessuno lo usa..

Da tempo immemore (dal 1934) la valutazione della qualità della vita di un paese è affidata al PIL, il Prodotto Interno Lordo. Già il suo ideatore, però, aveva riconosciuto i suoi limiti (non a caso, Robert Kennedy lo definì incapace di misurare ciò che rende la vita degna di essere vissuta). Negli ultimi anni poi a questo indicatore sono state apportate alcune modifiche che lo hanno reso ancora peggiore. Come quella che valuta non il PIL “reale” ma quello “potenziale”. In altre parole, attualmente, come base per prendere la maggior parte delle decisioni sia nazionali che comunitarie, non si usa la reale produttività di un paese, ma quello che “potrebbe fare” (trascurando poi la realtà). A questo si aggiunge che, nel chiaro tentativo di ridurre il rapporto deficit/PIL (che è alla base delle scelte politiche internazionali e soprattutto comunitarie), i governi hanno deciso di inserire nel calcolo del PIL voci non solo assurde ma teoricamente incalcolabili: in Italia, ad esempio, da qualche anno sono stati introdotte nel calcolo del PIL (potenziale) voci come la prostituzione o il giro daffari di alcuni reati come il contrabbando!

Ma anche se fosse utilizzato correttamente (e con i dati reali e senza aggiunte assurde) questo parametro non sarebbe un indicatore attendibile. Già molti anni fa il bravo Maurizio Pallante fece notare che molte delle voci che fanno crescere il PIL sono in realtà costi sociali o eventi che non migliorano la qualità della vita dei cittadini, ma la peggiorano pur producendo un giro daffari che fa aumentare lindicatore. Ad esempio, in un paese il diffondersi di una malattia sarebbe visto come un fatto positivo da un economista che guardasse solo al PIL, dato che aumenta la produzione e il consumo dei farmaci (con tutte le attività connesse, trasporto, stoccaggio assistenza e altro). E questo pur trattandosi di un dato che, invece, dovrebbe segnalare un disagio. Allo stesso modo, la crescita dei reati: in paesi come gli USA dove le carceri sono gestite da privati, laumento della delinquenza e quindi dei detenuti finisce per essere visto come un fattore positivo dal punto di vista economico e non come un grave problema sociale.

Utilizzare questo indicatore come base per prendere decisioni politiche importanti è assurdo. Eppure è ciò che viene fatto da oltre mezzo secolo.
Senza dire che, qualora si decidesse di cambiare questo indicatore, ciò dovrebbe avvenire in simultanea in tutti i paesi del mondo (o almeno in un contesto ampio e omogeneo come lUnione Europea) e ciò per permettere di valutare e confrontare tra loro le scelte politiche introdotte dai singoli paesi.

Da qualche anno, si sta cercando di trovare una soluzione a tutti questi problemi, definendo un indicatore che sia realmente in grado di fornire informazioni corrette circa il livello di benessere di una nazione e la sua economia. Il dato ad oggi potenzialmente più rappresentativo sembra essere il BES, il Benessere Equo e Sostenibile. Questo indicatore (inserito tra gli strumenti di programmazione e valutazione della politica economica nazionale in base dalla riforma della Legge di bilancio, entrata in vigore nel settembre 2016) ha ricevuto la prima approvazione teorica da parte delle Nazioni Unite: è stato nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e nei 17 obiettivi (SDGs), con i quali verranno delineate a livello mondiale le direttrici dello sviluppo sostenibile dei prossimi anni.

Il nuovo indicatore (lanciato nel 2013, ma ancora in fase di rodaggio) è composto da 134 indicatori in diciassette macroaree suddivise in dodici capitoli: Salute, Sicurezza, Istruzione e formazione, Benessere soggettivo, Lavoro e conciliazione dei tempi di vita, Paesaggio e patrimonio culturale, Benessere economico, Ambiente, Relazioni sociali, Ricerca e innovazione, Politica e istituzioni e Qualità dei servizi.

Il problema è che se si valutasse lo stato dellItalia non sulla base del PIL potenziale, ma sulla base del BES, sarebbero molte le differenze che salterebbero allocchio. Ad esempio, sarebbe evidente che dopo la crisi del 2007/08, i primi segnali di ripresa non si sono visti prima del 2015. Eppure tutti i governi che si sono succeduti (da quello Berlusconi che parlava di “ristoranti pieni” a quello tecnico di Monti, fino al nuovo che avanza) non hanno parlato daltro. Come avrebbe potuto dimostrare il BES, mentre negli altri paesi europei la ripresa è iniziata nel 2009, nel Bel Paese si sono dovuti attendere molti altri anni. Una cosa, questa, che ha fatto aumentare il gap tra lItalia e il resto dEuropa.
Altro dato che emergerebbe innegabile è che, mentre tutti i capi di governo non fanno che vantarsi della ripresa economica ottenuta grazie alle misure da loro introdotte (a colpi di d.lgs.), la povertà in Italia rimane: sono più di 4,5 milioni gli italiani in povertà assoluta, un record che non sarebbe mai stato così evidente utilizzando il PIL. Ora, invece, i dati inseriti nel BES schiafferebbero in prima pagina che una famiglia su dieci è in condizioni di grave deprivazione materiale.

Ma non basta anche il confronto tra le regioni emergerebbe netto: mentre con il PIL potenziale si faceva una mera statistica nazionale, con il BES sarebbe innegabile la differenza tra nord e sud del paese e sarebbe difficile spiegare che le misure introdotte non sono servite a far colmare il gap. Il reddito medio al meridione dItalia è circa il 60% di quello delle regioni settentrionali, con valori particolarmente bassi in Sicilia Campania e Calabria, ovvero proprio le regioni cui avrebbero dovuto essere destinati più fondi per ridurre le distanze con le altre parti del paese!

Un altro indicatore importante è quello che riguarda la politica e le istituzioni: inutile dire quale sarebbe il giudizio di un paese governato da ben due legislature da Parlamenti eletti con un sistema elettorale dichiarato incostituzionale, dove sempre più frequente il ricorso alle procedure durgenza e dove luso del voto di fiducia è ormai diventato un modo per impedire al Parlamento il proprio parere sulle leggi proposte dal governo.

Per non parlare dellindicatore legato allambiente: a fronte di formalismi mediatici (come la ratifica degli accordi di Parigi), la situazione continua a peggiorare. Basti pensare ai SIN e alle aree inquinate o ai dati sullaria e sullacqua o alle sanzioni imposte dalla Corte Europea per lincapacità di chi governa il paese di gestire acque reflue e rifiuti solidi urbani.

Certamente sarà necessario ancora molto tempo prima che questo indicatore diventi il punto di riferimento ufficiale per valutare lo stato di un paese. Quando questo accadrà, forse, sarà possibile vedere cosa hanno fatto i governi e i Parlamenti e se, come hanno promesso (e come troppo spesso si sono vantati di aver fatto), sono stati in grado di “salvare il paese”. O se, invece, le loro scelte, troppo spesso concentrate per favorire i poteri forti, come le banche e le multinazionali, non hanno fatto altro che peggiorare la situazione.

C.Alessandro Mauceri

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