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Avanti populisti alla riscossa, sovranità la trionferà di Massimiliano Lenzi.

“Avanti populisti alla riscossa, la bandiera della sovranità la trionferà”. I tempi cambiano e la politica muta con loro. Sempre.

Soltanto mezzo secolo fa un pezzo di mondo inseguiva il sogno dell’Internazionale comunista, una rivoluzione egualitaria e totalitaria (nella sua realizzazione) da esportare ovunque, partendo dall’Unione Sovietica, paese del socialismo mondanizzato, per arrivare in Sudamerica, in Africa ed il più lontano possibile. Fallita, questo il verdetto della storia. Venti anni fa, invece, nell’autunno del 1999 è stata l’epoca della Internazionale della Terza Via, quando – crollato dieci anni prima il Muro di Berlino (che coincidenza, cadranno i 30 anni proprio quest’anno!) e pure il sogno del socialismo in terra –alcuni leader di potenze occidentali come l’americano Bill Clinton, l’italiano Massimo D’Alema, il britannico Tony Blair, il francese Lionel Jospin ed il tedesco Gerhard Schröder, con l’aggiunta dell’allora presidente della Commissione Europea, l’italiano ed ulivista Romano Prodi, cercavano una politica comune riformista su temi come occupazione, welfare, crisi dell’assistenza pubblica, rilancio delle economie, maggiore giustizia sociale.

Una Internazionale, quella della Terza Via, destinata a fallire anch’essa per un errore marchiano (nonostante ancora oggi in Italia ci siano politici di sinistra che si dicono blairiani e clintoniani): la convinzione di poter governare la globalizzazione. Ed invece li ha fottuti tutti, la globalizzazione, soprattutto la politica, con la delocalizzazione della produzione, con stipendi sempre più bassi, con il boom e la crescita del web, prodotto globale e mediale per la sua stessa natura ed accessibilità. Ma siccome non c’è due senza tre, e la politica non si distrugge ma si trasforma, dopo il ko dell’Internazionale comunista e quello della Terza Via, oggi sembra rinascere una terza forma di internazionalismo politico: il populismo (o sovranismo,se preferite). Nasce questa reazione politica dalla patologia di due aspetti che toccano il governare quotidiano: la crisi delle élite, che con troppa semplicità hanno spesso sposato la globalizzazione, e dal ritorno della voglia dei confini.

Nella ricerca di identità che sta riemergendo nel mondo, dal Sudamerica – il Brasile di Bolsonaro – agli Stati Uniti di Donald Trump, per arrivare all’Italia di Matteo Salvini (e Luigi Di Maio), dai paesi dell’est europeo (citiamo l’Ungheria di Orban) sino alla Brexit inglese (che pure ha ancora le sue incertezze), un dato è evidente: prima gli italiani, America First, prima gli inglesi e via di seguito. Ci sono poi i sovranismi non occidentali, come Vladimir Putin in Russia e persino la Cina comunista, che riempiono il quadro della mappa politica di questa stagione del mondo.

Basterà a farne una Internazionale populista? Su alcuni temi, più diritti per gli indigeni, confini chiusi, stop all’immigrazione, una convergenza sembra esserci. Certo, l’eccesso di nazionalismo (o sovranità) può irrigidire i rapporti tra gli Stati ma dopo l’elogio a sbafo della globalizzazione e l’europeismo – riguardo al Vecchio Continente – ottimista, non poteva che finire così.

Primum vivere, il resto è sovrastruttura. Viene in mente una vecchia rima, parafrasata da noi alla bisogna, dello scrittore e giornalista toscano, Curzio Malaparte (che aveva solo un difetto, era di Prato): “Il mondo è (quasi) libero / Dio lo conservi / siam tutti servi / in libertà”. Almeno questa speranza, della libertà, non ce la togliete. In fondo è un’illusione. Ma internazionalista.

Massimiliano Lenzi, Il Tempo 16.1.19


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