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Arabia Saudita e il mito del petrolio infinito: qual è la vera capacità di Riyad di calmierare i prezzi?
L’Arabia Saudita può davvero fermare l’aumento del prezzo del petrolio? Analisi tecnica sui veri numeri delle riserve di Riyad, tra capacità di riserva sovrastimate e le lezioni degli attacchi del 2019.

Per decenni, l’Arabia Saudita è stata considerata l’indiscusso swing producer globale del mercato petrolifero, il “produttore di bilanciamento” capace di aprire o chiudere i rubinetti del greggio a piacimento per stabilizzare le quotazioni mondiali. Riyad ha abilmente alimentato questa narrazione, sbandierando riserve colossali e una presunta capacità produttiva di riserva in grado di assorbire qualsiasi shock. Tuttavia, con l’acuirsi delle tensioni in Medio Oriente e il rischio concreto di nuove fiammate dei prezzi energetici, è lecito farsi una domanda squisitamente tecnica: quanto c’è di vero nei numeri sauditi?
Se la crisi tra Iran, Stati Uniti e Israele dovesse prolungarsi, le possibilità che Riyad corra in soccorso dell’Occidente inondando il mercato di barili potrebbero rivelarsi molto più limitate di quanto i mercati finanziari credano.
La matematica creativa delle riserve saudite
Per comprendere la reale forza contrattuale dell’Arabia Saudita, bisogna prima analizzare i dati storici, i quali presentano delle anomalie che definire curiose è un eufemismo. La leadership saudita ha sempre fatto coincidere il proprio peso geopolitico con le dimensioni del proprio settore petrolifero. Più grandi appaiono le riserve, maggiore è l’influenza a Washington e sui mercati asiatici.
Analizziamo l’evoluzione delle riserve dichiarate, un caso di studio affascinante di “moltiplicazione dei barili”:
| Anno | Riserve Dichiarate (Miliardi di barili) | Eventi di rilievo / Scoperte |
| 1989 | 170 | Nessuno |
| 1990 | 257 (+51,2%) | Nessuna nuova grande scoperta |
| 2017 | 268,5 | Nessuna nuova grande scoperta |
Tra il 1990 e il 2017, l’Arabia Saudita ha estratto in media circa 8,162 milioni di barili al giorno (bpd). In quel lasso di tempo, il Regno ha fisicamente rimosso dal sottosuolo oltre 80,43 miliardi di barili. Eppure, per una sorta di miracolo geologico contabile, nello stesso periodo le riserve ufficiali sono aumentate di 98,5 miliardi di barili, pur in assenza di nuovi giacimenti significativi. Come è possibile?
Capacità produttiva reale vs. Narrazione
La narrazione ufficiale sostiene che Riyad possieda una capacità produttiva di 11-12 milioni di bpd, con punte di “capacità di riserva” fino a 13 milioni. Anche qui, i numeri raccontano un’altra storia. Dal 1973 a oggi, la produzione media di greggio saudita si è attestata intorno agli 8,3 milioni di bpd. La soglia degli 11 milioni è stata toccata e mantenuta solo una volta, nel novembre 2018 (con 11,093 milioni di bpd).
L’EIA (Energy Information Administration) statunitense definisce la “capacità di riserva” in modo molto rigido: è la produzione che può essere attivata entro 30 giorni e sostenuta per almeno 90 giorni. L’Arabia Saudita stessa ha recentemente ammesso che le servirebbero almeno 90 giorni solo per spostare gli impianti di perforazione e aumentare la produzione in modo tangibile. Come faceva notare un trader svizzero durante la guerra dei prezzi 2014-2016 contro lo shale oil americano: se i sauditi avessero davvero avuto quei barili di riserva, li avrebbero usati per schiacciare i concorrenti, ma non lo hanno fatto semplicemente perché non li avevano.
La lezione del 2019: specchi e scorte
Il banco di prova della resilienza saudita si è avuto nel 2019, quando gli attacchi dei ribelli Houthi colpirono gli impianti di Abqaiq e Khurais, bloccando di colpo il 50% della produzione nazionale (il 5% dell’offerta globale) e facendo schizzare i prezzi del 20%.
All’epoca, il Ministro del Petrolio, il Principe Abdulaziz bin Salman, rassicurò i mercati promettendo un ripristino totale in tempi record. Le sue dichiarazioni non contenevano illeciti formali, ma giocavano sapientemente sulla semantica, confondendo la “capacità” e la “fornitura al mercato” con l’effettiva produzione alla testa del pozzo.
Per mantenere l’illusione di essere un fornitore incrollabile e proteggere la propria reputazione in Asia, Riyad non ha aumentato magicamente l’estrazione dai pozzi colpiti, ma ha adottato strategie alternative:
- Svuotamento delle scorte: Ha attinto pesantemente alle proprie riserve strategiche già stoccate.
- Taglio ai consumi interni: Ha ridotto drasticamente le forniture alle proprie raffinerie domestiche.
- Manutenzioni anticipate: Ha anticipato opportunisticamente i lavori di manutenzione di grandi raffinerie come la SASREF per giustificare il calo di barili lavorati.
- Brokeraggio occulto: Ha acquistato aggressivamente petrolio iracheno (di qualità simile al proprio) per rivenderlo come saudita. L’ironia della sorte vuole che gran parte di quel petrolio iracheno fosse di fatto iraniano, ovvero proveniente dal Paese considerato il mandante degli attacchi.
Insomma se la promessa era stata rispettata formalmente, questo era stato possibile con qualche gioco di prestigio.
Le vere possibilità dell’Arabia Saudita per controllare i prezzi
Alla luce di questi dati, quali sono i veri strumenti a disposizione di Riyad per incrementare l’export ed evitare un’esplosione dei prezzi? La risposta richiede pragmatismo. La capacità strutturale di estrarre nuovo greggio a comando e in tempi brevi è limitata a non più di 1-1,5 milioni di barili aggiuntivi rispetto alle medie storiche, e richiederebbe mesi, non settimane.
Tuttavia, il Regno dispone di leve tattiche formidabili:
- Gestione aggressiva degli inventari: Riyad possiede enormi cisterne di stoccaggio sia in patria sia vicino ai mercati di sbocco (come Okinawa in Giappone o Rotterdam in Europa). In caso di crisi, può immettere sul mercato decine di milioni di barili in pochi giorni, abbattendo la speculazione di breve termine.
- Destinazione dei flussi: Può decidere di affamare il proprio settore petrolchimico interno, dirottando il greggio destinato al consumo domestico verso le petroliere in partenza verso l’Occidente o l’Asia.
- Arbitraggio internazionale: Può fungere da gigantesco trader, acquistando greggio da nazioni terze meno esposte a embarghi o conflitti per coprire i propri contratti di fornitura a lungo termine.
- Leva psicologica: L’annuncio di un aumento delle quote in seno all’OPEC+ ha spesso un effetto calmierante sui futures del Brent e del WTI molto prima che una singola goccia di petrolio venga estratta.
Washington è perfettamente consapevole di queste dinamiche. Sa bene che la capacità di Riyad di abbassare i prezzi con pura forza estrattiva è quasi nulla, ma ne riconosce il ruolo cardine nel delicato scacchiere geopolitico. Non a caso, nei piani della passata e potenziale futura amministrazione Trump, l’inserimento dell’Arabia Saudita negli Accordi di Abramo rimane l’obiettivo finale. Un’alleanza strategica e commerciale tra Riyad e Tel Aviv (supportata da Washington in funzione anti-iraniana e anti-cinese) vale molto di più, in termini di stabilità globale, dell’illusione di avere milioni di barili di greggio fantasma pronti all’uso.







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