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.Alta tensione nel Golfo: F-35 USA abbatte drone iraniano mentre Teheran cambia le carte in tavola sui negoziati

Alta tensione nel Mar Arabico: un F-35C americano abbatte un drone iraniano in avvicinamento alla portaerei Lincoln. Intanto Teheran sfida la US Navy a Hormuz e chiede di spostare i negoziati in Oman. Il rischio di escalation è massimo.

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Il Golfo Persico torna a essere l’epicentro di una partita a scacchi geopolitica dove ogni mossa rischia di trasformarsi in un conflitto aperto. Mentre la diplomazia cerca faticosamente una via d’uscita, la realtà sul campo ci restituisce l’immagine di una situazione volatile, dove la distanza tra una scaramuccia e una guerra è ridotta a poche centinaia di metri di mare o a una manovra aerea azzardata.

Nelle ultime ore, le forze armate statunitensi sono state costrette a intervenire con decisione in due distinti incidenti che confermano come, nonostante le aperture verbali, la strategia della “pressione asimmetrica” iraniana non sia mai andata in vacanza.

Il duello nei cieli: F-35 contro Shahed

Il primo, e più significativo evento, ha coinvolto la portaerei USS Abraham Lincoln (CVN 72). Secondo quanto riportato dal Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), un drone iraniano, identificato come uno Shahed-139, ha effettuato manovre giudicate aggressive e non necessarie verso il gruppo navale americano.

L’incidente è avvenuto nel Mar Arabico, a circa 500 miglia dalle coste meridionali dell’Iran. Nonostante le misure di de-escalation attuate dalle forze USA — che operavano in acque internazionali — il drone ha proseguito la sua rotta verso la nave. La risposta non si è fatta attendere: un caccia F-35C decollato dalla Abraham Lincoln ha abbattuto il velivolo senza pilota.

Shaded 136 da X

Il Capitano Tim Hawkins, portavoce del CENTCOM, ha sottolineato che l’azione è stata intrapresa per “autodifesa e per proteggere la portaerei e il personale a bordo”. Fortunatamente, non si registrano feriti tra il personale americano né danni alle attrezzature. Resta il dato politico e tecnico: l’uso di un asset pregiato come l’F-35C per neutralizzare una minaccia “low cost” come uno Shahed evidenzia l’asimmetria dei costi, ma anche la determinazione USA a non permettere violazioni del perimetro di sicurezza.

Molestie nello Stretto di Hormuz

Poche ore dopo, la tensione si è spostata nello strategico Stretto di Hormuz, il “collo di bottiglia” energetico del mondo. Qui, le forze del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) hanno preso di mira la M/V Stena Imperative, una nave mercantile battente bandiera statunitense e con equipaggio americano.

La dinamica descritta dalle fonti militari è da manuale della guerra ibrida marittima:

  • Due imbarcazioni veloci dell’IRGC e un drone Mohajer hanno approcciato la nave.
  • I mezzi iraniani hanno minacciato di abbordare e sequestrare la petroliera.
  • La nave mercantile ha reagito accelerando la propria andatura nel tentativo di distanziarsi.

Stena Impeccable, gemello di Stena Imperative

L’intervento del cacciatorpediniere lanciamissili USS McFaul (DDG 74), supportato dalla copertura aerea dell’US Air Force, ha convinto gli iraniani a desistere. Un dettaglio fondamentale emerge dalle dichiarazioni del comandante della nave USA: l’unità non è mai entrata nelle acque territoriali iraniane, smontando preventivamente la consueta narrazione di Teheran sulla “violazione della sovranità”.

Il balletto diplomatico: da Istanbul all’Oman

Mentre nel Golfo fischiano i reattori, sui tavoli della diplomazia si gioca una partita altrettanto complessa. L’Iran, con una mossa a sorpresa, ha richiesto modifiche sostanziali al formato e alla sede dei previsti negoziati nucleari con gli Stati Uniti, programmati inizialmente per venerdì a Istanbul.

Ecco le richieste di Teheran secondo fonti vicine ai dossier:

  • Cambio di sede: Spostare i colloqui dalla Turchia all’Oman.
  • Cambio di formato: Passare da un incontro multilaterale (con osservatori arabi e musulmani) a un formato strettamente bilaterale con i soli funzionari americani.

Questa retromarcia, che esclude di fatto potenze regionali come Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti precedentemente invitati, suggerisce la volontà iraniana di evitare un fronte unito sunnita al tavolo delle trattative, preferendo la mediazione più discreta di Muscat.

L’Analisi: La strategia di Trump e il rischio calcolato

Il contesto in cui avvengono questi incidenti è quello di un’amministrazione Trump che ha dispiegato forze significative nella regione. La dottrina appare chiara: il Presidente difficilmente affronterebbe un conflitto prolungato e costoso (“boots on the ground”), ma la sua avversione per le “guerre infinite” non va confusa con pacifismo.

L’opzione sul tavolo resta quella di colpire e indebolire in modo mirato (“surgical strikes”) le infrastrutture militari di Teheran qualora la linea rossa venisse superata. Anche se gli Stati Uniti e l’Iran dovrebbero entrare in colloqui diretti, la situazione nel Golfo resta ad altissima tensione; perfino un semplice imprevisto, o un errore di calcolo di un comandante locale dei Pasdaran, potrebbe innescare una reazione a catena incontrollabile.

In sintesi, Teheran gioca col fuoco cercando di alzare la posta prima del negoziato, ma Washington ha chiarito che la pazienza strategica ha un limite, e quel limite è tracciato dai sistemi di puntamento di un F-35.

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