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L’IDEALE COME PROBLEMA

Chi non ha mai votato per il partito comunista e successivi ha un vantaggio: non parteggia per nessuna delle correnti e può parlare delle vicende interne di quella formazione con una certa oggettività.
Il problema dell’attuale governo a guida Pd è che, nel momento in cui la sua tradizionale opposizione è divisa e sfilacciata, i principali ostacoli gli vengono dall’interno e cioè dalla sua ala sinistra. Al riguardo ce la si potrebbe cavare sbrigativamente – come vorrebbe lo stesso Matteo Renzi – dichiarando che, in un partito democratico, le differenze d’opinione sono rispettabili e fisiologiche, ma a partire dal momento in cui si è votato, i gruppi dissenzienti si devono adeguare alle decisioni della maggioranza. Per essere efficace, la struttura politica si deve muovere come un esercito compatto: l’unità d’azione è nell’interesse del partito.
Purtroppo, così enunciato, il principio giustifica esso stesso chi lo viola. Chi fa parte di un un’associazione che non sia soltanto di mutuo soccorso e di comune vantaggio, cioè chi si iscrive ad un movimento “ideologico”, non lo fa né per il proprio interesse né per l’interesse del partito. Lo fa in nome di un ideale che quel movimento s’è impegnato a perseguire. Se dunque, se pure con una votazione a maggioranza, esso se ne allontana o addirittura lo danneggia, il singolo può sentirsi sciolto da ogni obbligo. La sua lealtà va infatti all’ideale, non al partito.
Purtroppo, anche questa seconda posizione è vulnerabile. Chi autorizza il singolo a decidere se il gruppo maggioritario si stia allontanando dalla sua missione storica? Fra l’altro è anche possibile che la dirigenza, seguita dalla maggioranza, abbia parzialmente cambiato linea politica soltanto per rispondere ad un mutamento della realtà. E ancora una volta: il singolo non ha visto questo mutamento o semplicemente non ne ha tenuto conto? E se infine giudicasse che quel cambiamento non c’è neppure stato? È impossibile dare risposte sicure a queste domande. Ed è dunque impossibile sapere se ha ragione la maggioranza o la minoranza del Pd.
Nel caso dei “democratici”, ai problemi ideologici si sono aggiunti i problemi umani. I grandi partiti italiani sono stati prevalentemente guidati da leader di belle maniere. Figure che tentavano di farsi amici tutti, arrivando fino alle supreme ipocrisie democristiane. Indimenticabili, al riguardo, il sense of humour e le sottili ironie di Giulio Andreotti. Invece, nell’attuale Pd, il problema della leadership è complicato dall’ingarbugliarsi dei rapporti personali. L’ultimo segretario del Pd, conforme alla storia e alla tradizione del Pci e successori, è stato il compito gentiluomo Enrico Letta.
Matteo Renzi al riguardo è una totale novità. In questo mondo ovattato ha fatto irruzione con la iattanza popolaresca di un Masaniello che non la manda a dire a nessuno; che all’occasione usa termini poco protocollari; che va in giro in jeans e senza cravatta non perché faccia finta d’appartenere al popolo medio basso, ma perché probabilmente vi appartiene. Sono la giacca e la cravatta l’abbigliamento inverosimile e, se le porta con disinvoltura, è perché non bada al vestiario.
Fin qui, gli si sarebbe potuto perdonare. Ma egli ha certamente esagerato quando ha parlato apertis verbis di gettare nell’immondizia la vecchia guardia. Ha usato il verbo “rottamare”, ma la differenza è soltanto fra le pattumiere, la discarica e lo sfasciacarrozze. Ha irriso i giovani del partito che lo hanno contestato, provocandoli e sfidandoli. Ha dichiarato su tutto il setticlavio che lui intende comandare e che chi si pone sulla sua strada sarà travolto. In tutto ciò ha ignorato una vecchia regola che vige per certe pratiche sessuali: certe cose si fanno, ma non si dicono. Infatti ha irritato senza necessità una buona parte della società e del suo partito, e con ciò ha – per così dire – autorizzato il dissenso. E oggi la rissa raggiunge livelli di osteria.
Naturalmente Renzi potrebbe dire che tutto il suo comportamento è stato ed è funzionale alla sua azione. Con la delicatezza non s’è fatto niente, per decenni: proviamo con la brutalità. Ma, anche qui, come sapere se ha ragione o torto? L’interrogativo ricorda quello sulla Terreur rivoluzionaria francese. È stata utile a far sopravvivere la Révolution o è stata un’inutile barbarie che ha macchiato la sua storia ed ha contribuito a creare nemici esterni alla Francia?
Forse bisogna rassegnarsi. Qualcuno diceva che il bello del viaggio non è il raggiungimento della meta ma il percorso per arrivarci. Nello stesso modo, parlando di politica e di storia, a volte è sufficiente soddisfazione l’essersi posti le domande giuste, piuttosto che pretendere di avere trovato le risposte giuste.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
14 giugno 2015

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