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2019: Europa al bivio tra dissoluzione e rilancio? di Pietro de Sarlo.

 

Premessa

Nel 2019 ci sarà il rinnovo del Parlamento Europeo. In questo saggio breve spero di stimolare qualche discussione basata su fatti e numeri e non su giudizi e pregiudizi.  Un saggio non esaustivo e che apre più interrogativi di quanti ne risolva.

L’Unione Europea non rappresenta un valore assoluto, ossia a prescindere dalle regole e dai comportamenti, e di conseguenza trovo che la discussione più che sulla appartenenza o meno all’Unione debba essere impostata sul suo funzionamento e sulle sue regole. Una discussione quindi non in chiave romantica ma sul terreno della pratica.

D’altro canto l’Unione Europea non nasce, come l’Italia, da una retorica risorgimentale di liberazione di un popolo oppresso dallo straniero (ricordate: “O compagni sul letto di morte, O fratelli sul libero suol), ma i suoi funzionamenti sono dettati da trattati tra stati e popoli liberi che hanno negoziato in questi trattati le reciproche convenienze nell’appartenere all’Unione. Le stesse istituzioni non sono rette da una Costituzione comune né c’è mai stata una fase costituente sorretta da una validazione democratica a suffragio universale.

Gli europeisti spesso trattano con spregio i populisti e i sovranisti. Forse ha ragione Massimo Cacciari nel dire che il popolo non esiste ma esistono di sicuro gli interessi di comunità che vivono all’interno di un confine nazionale.

L’Europa difende in egual misura gli interessi dei singoli paesi appartenenti all’unione? Gli europeisti italiani, che hanno ininterrottamente guidato culturalmente e politicamente l’Italia dal dopoguerra ad oggi, hanno sempre e costantemente salvaguardato nella costruzione europea e nei trattati gli interessi italiani? De Gaulle avrebbe definito il progetto dell’Euro “un ambizioso programma”, avrebbe fatto un sorrisetto e fatto spallucce. La gestione di una moneta senza stato richiede attenzione, sensibilità e visione politica. C’è stato tutto questo in Europa?

Se le risposte alle precedenti domande sono tutte affermative non si capisce come mai gli italiani abbiano scelto di votare per i cosiddetti populisti e sovranisti.

Come scritto da Joschka Fischer nel suo lucido libro ‘Se l’Europa fallisce?’ il progetto europeo somiglia a un barcone in mezzo al guado di un fiume che non sa più tornare indietro e neppure andare avanti e guadagnare la sponda opposta, rischiando quindi di essere travolto dalla prima piena impetuosa. In queste condizioni sono convinto che o la Politica riprende in mano il governo dell’Europa o l’euro, e la stessa Europa, sono destinati ad implodere trascinando con sé frantumandole in tante piccole patrie l’Italia e altri stati europei in una sorta di domino incontrollato.

La Politica, per definizione, riguarda tutto ciò che appartiene alla dimensione della vita comune quindi allo Stato e ai Cittadini.Questa definizione non muta forma, né indica diversa sostanza, se l’ambito di applicazione diventa l’Europa e tutti i cittadini all’interno dell’Unione Europea.

Dopo l’introduzione dell’Euro dal 2008 la comunità europea ha iniziato a imboccare la via della demolizione di quanto faticosamente costruito sino ad allora poiché, invece di dare una risposta comune e unitaria alla crisi dei sub-prime, la Commissione Europea decise che i singoli stati dessero una risposta nazionale. Praticamente lo stesso atteggiamento che l’Europa ha avuto e continua ad avere sulla immigrazione.

Insomma ogni Stato doveva far fronte alla crisi camminando con le proprie gambe.

Ma che senso ha una Unione tra Stati se poi di fronte alla crisi ognuno fa per sé? Che senso ha uno Stato se all’interno di questo ogni città e ogni regione provvede a sé stessa? Che senso ha una famiglia se al proprio interno ognuno pensa ai fatti propri? E che compiti hanno i genitori se non quello di provvede al benessere della intera famiglia e di fare in modo che i figli abbiano le stesse opportunità? Cosa direste di un padre indifferente al fatto che un figlio vive sotto i ponti mentre l’altro ha tre ville?

Se ognuno deve camminare sulle proprie gambe le gambe che vanno più lontano sono quelle più forti e queste lasciano sempre a maggior distanza chi ha gambe più deboli.

C’è solo un luogo dove ognuno è costretto a camminare solo con le proprie gambe: la giungla. Se la regola è la giungla è bene essere leoni e non agnelli.

Se l’Europa non è la giungla l’azione della Commissione Europea,e dei leader europei, deve essere valutata sotto due profili: la capacità di creare benessere per tutti i popoli Europei e la capacità di ridistribuire le opportunità di crescita e di conseguenza la ricchezza al proprio interno.

La creazione del benessere

Il trattato fondamentale con cui l’Unione Europea ha affrontato la crisi è stato il Patto di stabilità e crescita modificato nel Fiscal Compactnel 2012.

Questo prevede che tutti i paesi dell’area euro si impegnino ad avere un rapporto Debito / PIL massimo del 60%. I paesi che hanno un rapporto superiore al 60% devono rientrare in questo parametro in 20 anni. Il Patto prevede inoltre che tutti i paesi abbiano l’obbligo di pareggio di bilancio e un disavanzo strutturale non superiore allo 0,5%. I paesi che hanno un rapporto debito / PIL inferiore al 60% possono arrivare a 1%. Il trattato prevede anche elementi di discrezionalità nel valutare le politiche economiche dei singoli stati.

L’introduzione di pressanti vincoli di bilancio per fronteggiare la crisi fu molto discussa in tutto il mondo. Ma già nel 2011 fu contestato da cinque premi Nobel che scrissero al presidente degli USA di allora, Obama, sconsigliandolo di affrontare la crisi introducendo pressanti vincoli di finanza pubblica per affrontarla. Oltre questi cinque premi Nobel (K. Arrow, P. Diamonds, W. Sharpe, E. Maskin, R. Solow) anche altri premi Nobel come J. Siglitz e P. Krugman sostennero che l’inserimento di vincoli di bilancio, specialmente in periodo di crisi,avrebbe avvitato le economie dei singoli paesi, in specie quelle con un elevato rapporto debito / PIL, in una crisi senza sbocchi e messo a rischio l’euro.

Negli USA Obama ascoltò i premi Nobel, l’Europa no. Ad oggi, passati più di sei anni dall’approvazione del Fiscal Compact e più di dieci dall’inizio della crisi, possiamo chiederci se ad avere ragione furono i sette Nobel o la Commissione Europea dell’epoca guidata dai famigerati Jeroen Dijsselbloem e Wolfang Shauble.

Per rispondere abbiamo esaminato i principali paesi sotto il profilo della significatività economica e delle politiche fatte (Germania, Olanda, Francia, Spagna, Italia e Grecia) che, insieme, rappresentano l’83% dell’economia dell’area euro.

Abbiamo tralasciato paesi che vivono e prosperano proprio sulla crisi costituendo delle improprie aree di paradiso fiscale per capitali e aziende, come Lussemburgo e Malta, all’interno dell’Unione. In una inchiesta dell’Espresso fu dimostrato come il solo Lussemburgo di Junker per la propria prosperità consente alle multinazionali di evadere al fisco circa mille miliardi di euro! Questi sono sottratti alla fiscalità degli altri paesi europei  ( http://espresso.repubblica.it/internazionale/2018/10/26/news/jean-claude-juncker-killer-d-europa-1.328085 ). Il PIL pro capite del Lussemburgo ha superato la stratosferica cifra dei 93.000 euro (in Italia 28.500). Se questi mille miliardi fossero ripartiti tra i paesi dell’Eurozona in base al PIL la quota di evasione spettante all’Italia sarebbe intorno ai 180 miliardi. Fine dei problemi!

Il primo esame, figura 1, mostra l’andamento incrociato di due variabili dall’inizio della crisi ad oggi: l’incremento algebrico del rapporto Debito/PIL e l’incremento del PIL cumulato.

 

Come si vede c’è una forte correlazione inversa tra le sue variabili.

Solo due paesi, Germania e Olanda, sono riusciti a mantenere un rapporto Debito / PIL intorno al 60% e a crescere significativamentein termini di PIL.

In tutti gli altri c’è stata bassa crescita e un aumento del rapporto Debito / PIL. In Grecia, dove le regole sui vincoli di bilancio e l’intera economia è stata direttamente gestita dalla Troika, voluta dall’olandese Jeroen Dijsselbloem e dal tedesco Wolfang Shauble, i risultati sono stati addirittura disastrosi.

Se la Troika è stata inviata in Grecia in buona fede per rilanciare e per risanare l’economia allora occorre dire chiaramente che ha fallito e che ha dimostrato che tutta la politica economica europea basata sulle teorie liberali e della economia classica si sono dimostrate sbagliate. Se invece l’intento di Dijsselbloem e Shauble, in rappresentanza del volere dei loro governi, che hanno fortemente voluto e dettato il piano di governo della Troika era punitivo allora occorre ammettere la fine dell’Europa. Nessuna unione tra stati e popoli può reggere se alcuni popoli umiliano e vessano altri popoli al proprio interno. Tertium non datur!

Per fatti concludenti quindi pare che i premi Nobel abbiano avutoragione. Chi aveva economie forti, Germania e Olanda, ha potuto espandere il debito, in Germania è salito fin quasi all’80%, e poi rientrare, per altri, Francia e Spagna, il debito sul PIL è arrivato fin quasi al 100% ma non sono riusciti a rientrare raggiungendo i livelli di debito di Italia e Grecia prima della crisi, e per altri, Italia e Grecia, la crisi si è aggravata. Insomma nel 2011 il rapporto Debito / PIL dell’Italia era di poco superiore al 100%, lo spread era alle stelle e si parlava di default e occorreva la politica lacrime e sangue di Monti per evitarlo.  Oggi dopo sei anni di Fiscal Compact non solo il rapporto Debito / PIL dell’Italia è al 131% ma Spagna e Francia stanno per superare il rapporto del 100% Debito/PIL e, come vedremo, le povertà sono aumentati a dismisura in tutta l’Europa mediterranea.

Cari liberal liberisti, cari Dijsselbloem e Shauble, cari Cottarelli e Monti e cari Giavazzi e Fornero c’è qualcosa che non funziona, o sbaglio? Spiegateci perché le vostre politiche lacrime e sangue hanno avuto effetto contrario a quanto avevate dichiarato. Spiegateci perché il debito pubblico dell’Italia e della Grecia è diventato più insostenibile applicando le vostre ricette e perché la Spagna e la Francia stanno percorrendo la stessa nostra china. Spiegateci perché dovremmo ancora darvi retta! E spiegatelo in modo convincente e, per una volta nella vita, con un minimo di evidenza almeno empirica se non scientifica della validità delle vostre teorie.

La produzione di benessere in Europa, dall’anno della crisi ad oggi, è stata molto diversificata all’interno dell’area Euro e le divergenze tra le economie dei paesi dell’area e del benessere tra i cittadini Europei sono aumentate.

In figura 2 (già commentata in un precedente articolo  https://scenarieconomici.it/abbasso-leuropa-viva-leuropa-di-pietro-di-sarlo/ ) metto in correlazione l’andamento di due parametri: il rapporto Debito / PIL e la percentuale delle persone a rischio di povertà.

In base a questi parametri ho diviso il grafico in quattro quadranti. All’interno di questi quadranti ho collocato la posizione rispetto all’incrocio dei due parametri dei sei paesi dell’Eurozona esaminati nel 2008 e nel 2017, collegando le due posizioni con una freccia per indicare la direzione e il percorso fatto.

Il primo quadrante in alto a sinistra è caratterizzato da alto debito pubblico e bassi indici di povertà, per ovvi motivi l’ho chiamato Titanic. Il secondo, in senso orario, ha alto debito pubblico e alti tassi di povertà e l’ho chiamato Weimar. Trovarsi in questo quadrante è preludio di rivolta sociale e sbocchi autoritari. Il terzo è quello della Distopia Liberale, ossia dell’idea folle che si possa guardare solo ai parametri economici ignorando quelli sociali e che concentrando la ricchezza in mano a pochi questa possa percolare in tutti gli strati della società producendo benessere. È una area di forte instabilità sociale che prima o poi si traduce anche in instabilità economica e a seguire politica. L’ultimo l’ho chiamato confort zone, ad indicare che è l’unica area di praticabilità sociale ed economica.

L’aver dato una risposta nazionale alla sfida della crisi ha consentito solo a due paesi di superarla senza costi sociali: Olanda e Germania. Ancora una volta l’ortodossia del credo liberale europeo, ottusamente imposta da Jeroen Dijsselbloem e Wolfang Shauble a tutti, applicata in Grecia ha prodotto una devastazione economica e sociale senza precedenti. La Grecia si troverebbe in condizioni migliori se fosse uscita sconfitta da una guerra.

Persino un paese con una economia forte come la Francia si trova ora in condizioni terribili e a uscire a breve dalla confort zone. Si trova in un bivio in cui decidere se contrastare la rivolta e mantenere il rapporto debito / PIL o alzare tale rapporto violando i trattati europei.  Se qualcuno pensa che l’Europa possa sopravvivere aumentando le divergenze economiche e sociali tra gli stati europei e i cittadini dei singoli stati, a mio parere, ha sbagliato i conti.

Forse l’arrendevolezza greca ha tolto lucidità ai vari Dijsselbloeme Shauble che si aggirano come falchi e sciacalli nelle cancellerie europee, forse troppi leader europei si cullano nella illusione che lasciare le redini della gestione dell’euro a burocrati senza responsabilità politiche possa continuare ma in Italia i partiti acritici e acquiescenti verso l’Europa, al limite dell’alto tradimento, e le sue devastanti politiche sono stati, giustamente, sconfitti dalle urne e in Francia le persone temono di dover sacrificare lo stato sociale sull’altare di una Europa a trazione tedesca e la rivolta è partita.

In figura 3 si vede quanto sia vistoso l’allontanamento del welfare e della spesa sociale tra i paesi dell’area euro. Nel grafico sono state individuate le posizioni dei principali paesi rispetto all’incidenza della spesa sociale sul PIL e rispetto alla spesa sociale media per abitante. Appare evidente come solo in due paesi, ancora una volta Germania e Olanda, la spesa sociale media sia aumentata mantenendo una incidenza contenuta rispetto al PIL. In Spagna, nonostante l’elevato aumento del debito pubblico, la spesa sociale è contenuta. In Italia e Grecia lo stato sociale è in crisi. La Francia ha un livello di protezione sociale cheprobabilmente non è più in grado di sostenere e che è stato sostenuto con l’incremento del debito pubblico e questo spiega la rivolta in atto.  Ancora una volta appare evidente che solo lo sviluppo del PIL può garantire un accettabile livello di welfare.