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2017 – LA FINE DELL’UE

Affrontiamo un tema di cui si parla molto a Bruxelles, e che al contrario è perlopiù ignorato dalla stampa e TV italiana concentrata giustamente su temi chiave per il nostro futuro, come le analisi DNA del caso Yara o le videocamere dell’affaire Loris.

 

Un amico al proposito mi faceva notare che gli italiani non sapranno un accidenti di macroeconomia ma in compenso grazie alla TV sono diventati tutti degli esperti forensi a livello di Kay Scarpetta.

 

 

 

Il Brexit (i.e. Britain Exit) sta monopolizzando l’attenzione dei commentatori di politica europea, forse anche più del Grexit. La Gran Bretagna infatti, che aderì all’unione solo nel 1973,  non pensa all’uscita dall’eurozona – di cui non fa parte grazie all’opt-out negoziato a suo tempo, bensì all’uscita dalla UE tout court. Abbastanza di che impensierire le migliaia di burocrati e politici che campano di UE e che costano ai cittadini 7 miliardi di sprechi all’anno.

E’ possibile uscire dalla UE? La risposta è si’, il trattato di Lisbona art. 49A prevede questa eventualità. Notiamo en passant che l’uscita dalla UE significherebbe uscita dall’euro per i paesi dell’eurozona.

A quali condizioni si puo’ uscire dalla UE? Il trattato di Lisbona prevede una notifica dello Stato uscente al Consiglio Europeo, seguito da una trattativa per raggiungere un accordo. La trattativa è condotta dal Consiglio a nome dell’Unione. L’accordo definisce le modalità di uscita e il quadro delle relazioni future con lo Stato uscente.

Per entrare in vigore l’accordo deve essere approvato dal Parlamento Europeo e dal Consiglio, a maggioranza qualificata (art. 205, 3° del Trattato sul Funzionamento dell’Unione: per maggioranza qualificata si intende almeno il 55 % dei membri del Consiglio rappresentanti gli Stati membri partecipanti che totalizzino almeno il 65 % della popolazione di tali Stati). Attenzione: secondo l’art. 49A anche senza approvazione il recesso diventa effettivo dopo due anni dalla notifica, permettendo cosi’ l’uscita unilaterale dei paesi che lo desiderano.

 

Cosa succede in UK? Cameron affronta in aprile una difficile elezione generale. I sondaggi danno il Labour in leggero vantaggio sui Conservatori, ma il testa a testa sarà molto serrato. L’elettorato dei Tories è come noto allergico all’Europa ed alle deleghe di sovranità nazionale. L’ala destra del partito preme per una devolution dei poteri nazionali oggi centralizzati a Bruxelles. Per arginare l’erosione sovranista dell’UKIP di Nigel Farage Cameron ha promesso un referendum per la permanenza nell’Unione entro il 2017, preceduto da un periodo di rinegoziazione dei trattati. Il programma elettorale di Cameron include la rinegoziazione dei trattati UE con la richiesta di limitazioni all’ingresso di cittadini europei tramite visti di lavoro, il divieto di impiego per lavoratori UE in provenienza da paesi troppo divergenti dall’economia UK, il divieto di accesso al welfare ai lavoratori UE per i primi 4 anni, l’espulsione dei disoccupati UE dopo 6 mesi e la soppressione di ogni aiuto per gli immigrati UE disoccupati. Le misure colpirebbero 300 mila immigrati UE, perlopiù a basso reddito e bassa istruzione.

Oramai in campagna elettorale, Cameron ha dichiarato in settimana alla BBC: “Se fosse possibile anticipare il referendum sarei felicissimo. Prima posso rispettare l’impegno per la rinegoziazione e il referendum, meglio è”. Nigel Farage non ha tardato a dichiarare che il referendum nei piani del governo “é stato insabbiato” e che la rinegoziazione sembra “altamente improbabile”.

Quali sono le motivazioni inglesi di un eventuale recesso dall’Unione? L’UK sta avendo la maggior crescita dei paesi industrializzati, come ricordato da Cameron nel discorso di fine anno. La disoccupazione è calata al 6%. La disoccupazione giovanile è scesa al 16% (Italia: 44%). I salari nell’industria sono cresciuti del 10% dal 2012 ad oggi. La crescita inglese attrae lavoratori UE: 228 mila entrati nei primi 6 mesi del 2014. I cittadini inglesi vedono nell’arrivo di immigrati intra-UE una competizione salariale al ribasso e uno sfruttamento opportunistico del welfare inglese.

UKIP, che ha fatto di questi temi il suo cavallo di battaglia, ha vinto le ultime elezioni europee, aumentando la pressione su Cameron.

 

Quali sono i precedenti? Nel 1975 si tenne un referendum per la permanenza dell’UK nell’Unione, con la vittoria dei si’ al 67.23%. Non esistono peraltro precedenti di paesi usciti dalla UE.

 

Cosa dicono i sondaggi? Testa a testa e risultato incerto, con rivolgimenti di opinione da un mese all’altro. Esclusivo per SE il grafico seguente che sintetizza i sondaggi 2014.

 

Cattura

E’ evidente che l’opinione pubblica inglese oscilla tra sì e no, e un eventuale referendum sarebbe abbastanza incerto.

Quali sono i rischi per l’UE? Un precedente come l’uscita inglese segnerebbe probabilmente la fine dell’UE, unione basata sulla solidarietà tra Stati nella buona e nella cattiva sorte. Paesi come la Polonia potrebbero ad esempio sfruttare i fondi UE finché l’economia non decolla, ed uscirne al momento di diventare contributori netti. E paesi come la Gran Bretagna non avrebbero nemmeno da temere le ripercussioni di un’uscita dal mercato comune, visti gli interessi  economici in gioco.

Adesso capite perché qualcuno parla di fine dell’UE nel 2017 … SE vince Cameron, SE il referendum si tiene, SE vince il sì e SE il Parlamento inglese (sovrano anche rispetto al popolo) ratifica la decisione di uscire. Non mi aspetterei sorprese dalla perfida Albione.

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