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2015: la resa dei conti per gli “euroforici” (di Antonio Maria Rinaldi)

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Come è nella consuetudine gli ultimi giorni che ci separano dal nuovo anno ci consentono di fare un consuntivo su quello passato e di cercare di capire cosa succederà nel prossimo. Questa volta tralascerò di elencare cosa è successo, e soprattutto quello che doveva accadere e invece non è avvenuto nel 2014, e cercherò di intravedere quali scenari potranno verificarsi nei prossimi mesi.

Infatti è inutile ricordare che il semestre di presidenza italiano UE si è rivelato essere un fiasco clamoroso, non tanto perché il ruolo è sostanzialmente privo di funzioni, ma per l’enfasi profuso e sbandierato da Renzi e da personaggi del suo governo a basso tasso di competenza, all’atto del passaggio delle consegne a fine giugno scorso dalla Grecia. Eppure all’Italia sarebbe bastato promuovere almeno un serio dibattito fra le istituzioni europee e i rispettivi governi nazionali su come istruire una moratoria, in attesa di una sua completa abolizione, del Trattato sulla Stabilità, meglio conosciuto come Fiscal Compact. Nessuno di chi governa (sarebbe meglio dire sgoverna) il nostro Paese, ha sentito questa importantissima e vitale esigenza: denunciare a gran voce le assurdità macroeconomiche perverse, anticostituzionali e di illegittimità insite di questo trattato che in pochissimi nell’eurozona sarebbero a tutt’oggi in grado di rispettare se non a costo di insostenibili sacrifici in termini di ulteriori cadute dei saggi di crescita, dei consumi interni e dell’occupazione. Ma cosa ci saremmo dovuti aspettare da una classe politica che si è precipitata supina (unica fra i 25 firmatari del trattato!) nel modificare la propria Costituzione inserendovi il principio del pareggio di bilancio nel totale sfregio del primo articolo che invece sancisce inequivocabilmente che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro?

Ma guardiamo ora al 2015. Le notizie appena arrivate da Atene ci dicono che entro il prossimo gennaio si andrà ad elezioni anticipate e se le previsioni, che attribuiscono la vittoria ai partiti d’opposizione saranno rispettate, assisteremo a un cambiamento delle politiche di austerity imposte fino ad ora dalla Troika responsabili del disastro in cui è precipitato il paese. Se il partito Syriza di Alexis Tsipras manterrà le promesse elettorali, cioè rimanere nell’euro ma con una profonda rinegoziazione del debito pubblico sulla falsariga di quello ottenuto dalla Germania nel Trattato di Londra del 1953, questo potrebbe avere tuttavia l’effetto detonatore nei conti economici di molte banche del nord Europa particolarmente esposte in titoli ellenici con ripercussioni collaterali ancora più devastanti per quelle che hanno sovrapposizioni in derivati. Insomma anche se Tsipras alla fine strizzerà l’occhio a Bruxelles, basterà la sola rimodulazione del debito in quei termini per poter innescare una sorta di reazione nucleare finanziaria a catena di dimensioni gigantesche con esiti imprevedibili e di ancor più difficile gestione. Vedremo se anche Syriza si rivelerà alla prova dei fatti essere il solito partito “civetta” tanto per congelare i forti malumori dei greci, oppure un movimento che fa sul serio.

Gli ultimi eventi di geopolitica internazionale che hanno provocato la caduta verticale del prezzo del greggio potrebbero aprire scenari economici imprevedibili sia in Russia che negli Stati Uniti, dove la non più remunerazione delle immense risorse impiegate per lo sviluppo del fracking potrebbero far rivivere lo tsunami innescato da mutui subprime, avendo utilizzato gli stessi metodi e canali finanziari che hanno generato la terribile crisi finanziaria ancora in atto.

Altro nodo cruciale sarà la decisione della BCE in merito al Quantitative Easing dopo i “paletti” pretesi e richiesti dalla Germania e che hanno visto nel Presidente della Bundesbank Jeans Weidmann il suo più accanito e intransigente sostenitore. Se per “addolcire” i dinieghi di Berlino e Francoforte, Draghi sarà costretto dal 22 gennaio ad operare con il vincolo di far ricadere le eventuali perdite sui singoli Stati in funzione delle quote effettivamente impiegate per ognuno e non, come previsto, invece in relazione al peso del PIL di ciascuno, il QE non avrà né l’effetto né tantomeno l’obiettivo desiderato. Sarà la cartina di tornasole se effettivamente Draghi vorrà difendere l’irreversibilità dell’euro costi quel che costi anche sfidando i limiti statutari del suo mandato perché i mercati non sono più disponibili ad accontentarsi esclusivamente degli annunci e delle belle parole di circostanza.

Altro nodo cruciale nel 2015 saranno le conclusioni sul TTIP che, nell’irrituale segreto più totale delle trattative, sta facendo emergere il lato oscuro di ciò che si continua a chiamare ancora democrazia, dimostrando come gli interessi di parte la possano modificare a proprio piacimento in subdola e raffinata dittatura.

Nel frattempo le annunciate dimissioni di Napolitano apriranno nuovi scenari nel panorama politico italiano con la possibilità di richiamare nel breve gli elettori alle urne e ridefinire o meno gli equilibri che hanno consentito a Renzi di governare con il 25% dei suffragi. Speriamo almeno di non vedere  salire al Colle personaggi compromessi dal passato e in particolar modo quelli che a vario titolo sono stati responsabili attivi del disastro economico italiano. Abbiamo già dato su questo fronte e francamente non sentiamo l’esigenza di premiare ulteriormente coloro i quali non hanno saputo a suo tempo fare i veri interessi del Paese! E’ arrivato il tempo di eleggere un Presidente veramente indipendente e super partes che sappia coniugare tutte le esigenze e aspettative del Paese potendo contare su una indiscussa esperienza a tutto campo per poter guidare fuori il Paese dall’impasse, non solo economico ma d’identità, che sta irreversibilmente ridisegnando in negativo il nostro futuro. In questa occasione vedremo se la stessa classe politica dirigente colpevole di aver abbracciato e supportato le politiche dell’austerity imposte fino ad ora dalla Troika ad esclusiva tutela dei creditori e non certo dei debitori, riuscirà a rendersi conto che questa cieca complicità porterà inesorabilmente al disastro economico del Paese oppure continuerà imperterrita con il mantra delle mancate riforme come unica giustificazione alla mancata ripresa economica. Ad onor del vero ultimamente molti dei più incalliti sostenitori della costruzione monetaria europea, stanno rivedendo le loro posizioni oltranzistiche seguendo la consolidata usanza italica di “mettersi a vento” per poter poi vantare accrediti nel caso di un capovolgimento della situazione. Proprio per evitare che si verifichi questo paradosso è quanto mai necessario predisporre una nuova classe politica in grado di poter sostituire in modo ottimale coloro i quali hanno supportato fino ad ora, con spirito collaborazionista, tutto ciò che veniva imposto da Bruxelles.

In ultimo un auspicio e nel contempo stesso un appello: vorrei che finalmente tutte le attuali forze critiche nei confronti dell’aggregazione monetaria europea facessero “squadra” e si coalizzassero su un programma comune di scopo, mettendo da parte i contrasti e divisioni nel nome dell’interesse nazionale. Si esce dall’euro non da sinistra, da destra o dal centro, ma tutti insieme in un nuovo patto dove l’interesse nazionale comune prevalga per una volta su tutto. L’Italia non ha bisogno di “patti del Nazareno” sottobanco, ma di intese alla luce del sole per un riscatto condiviso, nessuno escluso. Solo in questo modo si avrà la possibilità di agire concretamente e spezzare il monopolio “dell’euroforia” che ancora affligge il partito di maggioranza relativa consentendogli di tenere in ostaggio il Paese. Ci sono in ballo non solo motivazioni economiche, ma soprattutto di rispetto della democrazia sancita dalla Carta Costituzionale per garantire un futuro di dignità e di libertà alle nostre generazioni future. Non siamo disponibili a barattare e negoziare dei diritti inalienabili e imprescindibili scolpiti nel nostro DNA di essere umani liberi. Ma di una cosa ormai possiamo esserne certi: il sasso è stato lanciato e sempre più la coscienza dei cittadini è sensibilizzata in contrapposizione al pensiero unico profuso dai media negli ultimi venticinque anni. Alla fine ce la faremo a riscattare il nostro Paese, riprendendo le redini del nostro destino e non consentendo che altri possano interferire a loro vantaggio e a nostro discapito in questa guerra dove i caduti non sono più soldati in divisa, ma i milioni di disoccupati e le centinaia e centinaia di migliaia di aziende che sono costrette a gettare la spugna distruggendo per sempre tutto il patrimonio che avevano costruito per rendere grande l’Italia.

Per ora abbiamo solo perso delle battaglie, non la guerra! Sta a noi ribaltare il fronte! La storia è dalla nostra parte!

Antonio Maria Rinaldi

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