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20 anni di petrolio in Val D’Agri: Il bilancio di un disastro di Pietro De Sarlo


Leggo con una certa irritazione l’articolo pubblicato dal Sole 24 Ore il 18 aprile scorso a firma di Luigia Ierace e Domenico Palmiotti dal titolo: “Greggio: a rischio il 30% di produzione nazionale”. Pochi numeri a sostegno della tesi che il fermo delle estrazioni ENI in Val D’Agri metterà a rischio i bilanci degli enti Pubblici regionali e l’occupazione derivante dall’indotto, come il Centro Oli di Viggiano e la raffineria di Taranto.
C’è, a mio avviso, un problema di merito nei numeri e un problema di omissione sulle cause del fermo.
Come prima cosa mettiamo a posto i numeri. Dalla tabella seguente si desume che il totale della produzione nazionale di greggio soddisfa il 3% circa del fabbisogno nazionale di energia. Da altre tabelle del MISE si evince che la produzione lucana di greggio è pari all’87% circa di quella nazionale dell’onshore che diventa il 76% se si include anche l’offshore. Sempre dal Ministero dello Sviluppo Economico apprendiamo che la fiscalità aggiuntiva per le aziende che estraggono petrolio, rispetto alla fiscalità normale, rappresenta il 10 % del valore della produzione.
Il local report 2014, l’ultimo fatto dall’ENI e visibile sul loro sito, ci dice che le royalties date dal 1998 al 2014 alla regione Basilicata ammontano a 1.350 milioni di euro, con un picco nel 2013 di quasi 170 milioni di euro. Nel 2016 sono iniziate le vicende giudiziarie e i vari fermi di produzione e probabilmente il report ENI degli anni 2015 e 2016 non è stato più edito per questo. Possiamo quindi assumere una riduzione del gettito delle royalties del 2015 e 2016 a 100 milioni anno di euro e si arriva così a un gettito totale per la Regione Basilicata di 1,55 miliardi di euro in quasi venti anni.

Sempre il local report Basilicata ENI 2014 ci dice che gli assunti lucani diretti dell’ENI al COVA è di 208 unità. A queste 208 unità si aggiungono altre 1.695 lucani assunti nell’indotto. Considerando anche i tecnici e operai che vengono da fuori regione, per capirci quelli che girano il mondo per estrarre greggio, si arriva a 3.504 unità.
In sintesi abbiamo sul piatto positivo della bilancia la copertura del 3% del fabbisogno energetico Nazionale, 3.504 occupati, e 1,55 miliardi di euro versati, fino ad ora. Possiamo poi aggiungere un tendenziale gettito di royalties di 250 milioni di euro anno se non ci fossero state le vicende giudiziarie degli ultimi due anni e se seguissimo i desideri più reconditi dei due articolisti del Sole 24 Ore.
Vediamo ora cosa c’è sull’altro piatto della bilancia.
Nei comuni interessati direttamente dal Piano Operativo della Val D’Agri, anche in questo caso il report relativo non mi risulta venga più aggiornato, negli ultimi venti anni la popolazione è diminuita di oltre il 15%, negli ultimi cinque anni gli occupati complessivi, considerando anche gli assunti dell’ENI e dell’indotto, sono diminuiti del 10 % (dati ISTAT).
Uno studio dell’economista Leonardo Cuoco afferma, con dati alla mano: i dati censuari di lungo periodo dimostrano che nel comprensorio petrolifero non solo non si sono bloccate ma, per alcuni comuni, addirittura si sono accelerate le tendenze all’emarginazione dell’attività agricole a alla deindustrializzazione.
In venti anni l’Eni diventa il più grande proprietario terriero della zona nel frattempo si perdono quasi 7.000 aziende agricole e oltre 24.000 ettari di terreno vengono abbandonati all’incuria.
Mentre la popolazione diminuisce aumentano però i tumori e le recenti indagini della magistratura hanno iniziato solo a grattare la superficie di un disastro ambientale di proporzioni bibliche e che è arrivato a coinvolgere il lago del Pertusillo che alimenta l’acquedotto pugliese e disseta campi e persone.
La perdita di popolazione, insieme al disastro ambientale, azzera sostanzialmente il valore del patrimonio immobiliare (terreni e case) accumulato generazione dopo generazione nei comuni del Piano Operativo Val D’Agri. In molti di questi comuni i figli degli emigranti cercano non di vendere ma di regalare ai comuni le case da cui anni prima sono partiti i propri padri con una valigia di cartone per costruire le industrie del nord. Solo la perdita di valore di queste proprietà può essere stimata in oltre 20 miliardi di euro. Quanto vale l’acqua del Pertusillo se non potrà più essere utilizzata? Quanto costa la bonifica ambientale di un territorio vasto e dove l’inquinamento tramite i fiumi Basento e Agri sembra essere arrivato al mare? E’ possibile bonificare dei terreni imbevuti di petrolio e che rilasciano gradualmente sostanze velenose nelle falde idriche e se sì quanto costa? Ecco un illuminante l’esempio dell’ingegner Pippo Cancellieri: “Provate ad imbibire una spugna di olio, cosa che avviene anche velocemente, e poi con una cannuccia provate a succhiare il liquido; ebbene ci vorrebbero mesi per una sola spugna!”. Quale sarà la perdita di valore di terreni non più irrigabili dall’acqua del Pertusillo?
Questo cari articolisti del Sole è il merito: i conti sono fatti e una volta ancora di più saranno i cittadini a pagare.
Occorrerebbe a questo punto capire come si è arrivati a questo. Quali le responsabilità. Certo preoccupa un potere politico che di fronte a tale scempio conferma Descalzi alla guida dell’ENI. Preoccupa un ministero dell’ambiente che non si costituisce parte civile al processo contro l’Eni e altre nove società, oltre a 47 persone, per le estrazioni e la gestione dei rifiuti petroliferi in Basilicata.
Questa è l’omissione del vostro articolo cari Ierace e Palmiotti. Si paventano le conseguenze del fermo delle estrazioni con un “Italia bloccata/1” nel titolo, quasi come se si trattasse dell’inizio di una inchiesta su uno dei tanti mali italiani. da addossare magari a qualche ambientalista, senza dire chiaramente di chi sono le responsabilità di questa “Italia bloccata”.
Purtroppo siamo alle solite. Non mi scandalizzo neanche più delle tesi del Sole 24 Ore che porta da sempre avanti solo quelle dei petrolieri. Finalmente il dato ambientale è venuto fuori in modo incontrovertibile ma quello che non si vede ancora bene sono le responsabilità.
Quelle politiche del PD (oltre a Renzi, che svillaneggia i cittadini lucani preoccupati e conferma Descalzi alla guida dell’ENI, anche Speranza ex segretario regionale lucano del PD, che solo ora si scopre ambientalista e fa la verginella insieme a tante memorie fragili).
Quelle dei suoi governatori, quelli che hanno gestito l’affare del petrolio. Di Bubbico e De Filippo, che fanno i sottosegretari a Roma, come premio dopo aver gettato le basi del disastro.
Quelle del governatore attuale, Marcello Pittella, che un giorno è sul pero e uno sul melo e che non sa che pesci prendere, a parte quelli morti del Pertusillo.
Quelle dei partiti di opposizione storica, salvo rare eccezioni individuali, degli ultimi venti anni e dei pubblici funzionari che non hanno controllato.
E infine le quelle del popolo lucano che a questi sciagurati ha sempre dato il voto, perché magari qualcuno al centro oli poteva pure andarci a lavorare se trovava il santo giusto.
Ancora più grave la dissolutezza e l’assenza di visione nell’utilizzo delle royalties (bonus carburante, legge 40 per esempio). E ancora più grave è che non si veda, ad un anno dalle elezioni regionali e nazionali, nessun partito o movimento con uno straccio di visione sul futuro della nostra terra. Per terra intendo sia la Lucania che l’Italia.
Detto questo del petrolio rimarranno le macerie economiche, ambientali e la corruzione delle coscienze che il petrolio ha portato e i giovani continueranno a non trovare lavoro.
Perdonatemi ma non riesco a vedere un embrione di rinascita della Lucania e dell’Italia da nessuna parte e quindi anche questa storia della chiusura del Cova farà parte della ordinarietà delle gestioni disastrose che si fa in Italia di tutto.

Pietro De Sarlo

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