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LA MACROECONOMIA NON ESISTE

francesco-giavazzi-alberto-alesina

La macroeconomia è un’arma potentissima perché le sue implicazioni hanno ricadute che, in taluni casi, possono essere devastanti, al pari di una guerra. È quindi di fondamentale importanza che la conoscenza della macroeconomia vada di pari passo con la comprensione della stessa: una sperequazione tra questi due aspetti può dare luogo ad effetti potenzialmente devastanti. A tale proposito vi riporto due frasi che, a mio giudizio, sono significative:
“alla fine di quell’anno [il 2000], alcuni economisti temevano che il tasso di disoccupazione [negli Stati Uniti], allora al 4%, fosse troppo basso. Anche se non sono arrivati a sperare in una recessione, essi auspicavano una riduzione temporanea del tasso di crescita per fare aumentare il tasso di disoccupazione. Alla fine hanno avuto più di quanto chiedevano”.
“una delle prime decisioni assunte dal nuovo Cancelliere [Schroeder] fu quella di revocare la riforma pensionistica del 1997. Ciò non fece altro che aumentare l’incertezza […], la conseguenza fu una riduzione dei consumi e del tasso di crescita della produzione.

Come si possono pensare cose del genere? Auspicare che la disoccupazione aumenti?!? Attribuire la colpa di una recessione al panico scatenato dalla restituzione ai pensionati dei soldi tagliati da una riforma precedente?!? Ma siamo pazzi? Ritenete possibile che all’interno di una famiglia, anche una sola, possa essersi verificata una scena del tipo: “oddio, hanno aumentato la pensione al nonno, riduci subito gli acquisti!!!” Eppure queste frasi sono tratte dal manuale di macroeconomia più diffuso al mondo, il Blanchard! Come è possibile tutto ciò? Semplicemente dal fatto di conoscere perfettamente la macroeconomia, ma di non averla capita. Come avevo già scritto in un precedente post, la scienza economica, quel ramo delle scienze sociali che si dedica allo studio della produzione e del consumo di beni e servizi, è una scienza e come tale è una RAPPRESENTAZIONE della realtà, ma NON E’ LA REALTA’.

Essendo una rappresentazione, necessita di un processo di astrazione che consenta all’economista di isolare “tutti e solo” gli aspetti che la SUA percezione della realtà fa ritenere più rilevanti. Occorrono tutti gli aspetti necessari per non ricadere in una eccessiva semplificazione che non permetterebbe di cogliere aspetti magari fondamentali della realtà, ma contemporaneamente occorre concentrarsi solo sugli aspetti dirimenti, senza perdersi in inutili puntualizzazioni (una mappa in scala 1:1 non serve a nulla). Tali idealizzazioni sono necessarie per la formulazione di un modello teorico che consenta di spiegare gli eventi passati e di prevedere quelli futuri. Tanto più una teoria è valida, tanto più riesce a fornire una spiegazione convincente di quanto avvenuto in passato e fornisce previsioni che si rivelano in accordo con la realtà fattuale. Purtroppo, per validare la bontà di un modello economico, non è possibile realizzare esprimenti in ambienti “sterili”, quali possono essere i laboratori di fisica, per la semplice ragione che tali laboratori non esistono. È tuttavia possibile, anche se estremamente difficoltoso, fare esperimenti (ritengo infatti che l’eurozona sia il più grande esperimento politico-economico mai tentato nella storia umana), ma è impossibile eliminare la “perturbazione” indotta dalla presenza dell’economista stesso. Mentre nelle scienze naturali lo scienziato è un osservatore esterno che registra quanto avviene nell’ambiente appositamente costituito per l’esperimento, nelle scienze sociali, quale l’economia, il soggetto osservante fa parte dell’oggetto osservato ed inevitabilmente lo “contamina” con le proprie valutazioni personali e le proprie opinioni (politiche, sociali, etiche ecc.). Da questo deriva l’impossibilità di potere valutare con criterio oggettivo le ipotesi alla base di un modello teorico e ciò comporta il sorgere di un florilegio di teorie macroeconomiche, tante quante possono essere le possibili rappresentazioni della realtà.

La macroeconomia, a differenza di quanto ci viene fatto credere, non è un organismo teorico unitario (anche se in evoluzione), ma un coacervo di numerose teorie, a volte aspramente confliggenti fra loro (e a volte anche con la realtà!). Ne consegue che non esiste LA MACROECONOMIA, ma esistono LE MACROECONOMIE. Il fatto che nella maggior parte delle università e nei media, pur essendo di fronte ad una pluralità di teorie (che tuttavia si possono racchiudere in due grandi famiglie), ne venga divulgata una sola (la cosiddetta sintesi neoclassica) e che questa venga presentata quale “la macroeconomia” risulta essere un colossale imbroglio che denota un approccio di tipo fideistico (o peggio).

La sintesi neoclassica non viene più percepita quale UNA delle possibili rappresentazioni della realtà, ma diventa LA realtà stessa. Questo comporta il fatto che non è più il modello economico a doversi piegare alla realtà, ma è quest’ultima che deve assecondare il modello teorico. Il modello diventa quindi un atto di fede: come tale non ha bisogno di dimostrazioni (“credo quia absurdum” cioè credo perché è assurdo) e non occorre curarsi delle sue possibili conseguenze. Per definizione, le verità affermate per rivelazione dal modello economico (visto quale nuovo idolo) devono essere accettate universalmente, anche se non trovano supporto nella ragione umana e nella realtà. Quando si cade vittima dell’idolatria economica, non ci si cura più della sofferenza causata agli altri dalle proprie scelte, perde perfino di importanza la logicità delle ipotesi alla base del modello, in quanto ritenuto “giusto per assioma” e si può arrivare persino a desiderare la disoccupazione, la durezza del vivere, i tagli occupazionali e salariali… ovviamente degli altri!

A questo proposito ho trovato quantomeno doverosa e condivisibile l’esortazione finale del paper del Fondo Monetario Internazionale intitolato “Neoliberalims: oversold?” in cui, oltre a palesare gli effetti nefasti del modello da loro propagandato per decenni (il modello neoliberista), suggerisce ai politici e alle istituzioni che li consigliano di essere guidati non dalla fede in un modello, ma dall’evidenza dei risultati. È un primo passo verso la comprensione dei modelli economici che non devono essere usati quale mezzo coercitivo a fini politici (vi dice nulla la frase di Mario Monti: “Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti”?), ma affinché i politici possano prendere le decisioni più adatte a migliorare le condizioni di vita di tutti. È un primo passo… ma anche il viaggio più lungo comincia con un passo.
di Claudio Barnabè

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