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EURO: su “Libero” del 7 novembre un’intervista a Giuseppe PALMA (più lavoro e meno debito, ecco l’Italia senza euro)

 

Sul quotidiano Libero di oggi, 7 novembre 2016 (diretto da Vittorio Feltri), un’intervista della giornalista Noemi Azzurra Barbuto all’avvocato Giuseppe PALMA, costituzionalista e scrittore.

Titolo dell’articolo:

“QUESTIONE DI SOVRANITA’. Perché via dall’euro non salirà il debito. Più lavoro e meno debito, ecco l’Italia senza euro”

Dalla prima pagina, l’articolo continua a pagina 10… buona lettura:

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L’articolo per intero:

Perché via dall’euro non salirà il debito

La ricetta del costituzionalista Palma: «Abbandonare la moneta unica è semplice Basta un decreto a mercati chiusi. Poi potremo risarcire i nostri Btp con nuove lire»

«Un crimine, un vile attentato al benessere dei popoli europei e alla democrazia», così Giuseppe Palma, avvocato ed esperto di diritto costituzionale e di diritto dell’Unione Europea, definisce (…)

(…) la politica monetaria dell’UE e l’euro. Quella che sarebbe dovuta evolvere verso un’unione dei popoli europei, così ci avevano raccontato, è diventata un’Europa della Finanza, più interessata a tutelare il capitale internazionale che i diritti dei lavoratori. Ecco come un nobile progetto può trasformarsi in un mostro bestiale, a cui dai una mano e si prende tutto il braccio e che calpesta con le sue zampe, rendendole carta straccia, le nostre costituzioni.

Aderire alla moneta unica rinunciando totalmente alla nostra sovranità monetaria ha comportato disastrose conseguenze economiche. Questo perché uno Stato a moneta sovrana è l’unico titolare della propria moneta e non ha bisogno di ricorrere ai mercati dei capitali privati per finanziarsi, ma può creare moneta e disporne liberamente. In quest’ottica, anche il debito pubblico non è un problema, perché è lo stesso Stato che genera quella stessa moneta che occorre per pagare il debito, quindi non deve chiederla in prestito a nessuno, in pratica lo Stato è indebitato con se stesso, situazione di gran lunga preferibile all’essere indebitati con gli strozzini.

«Gli Stati dell’Eurozona quando devono pagare gli stipendi, le pensioni, gli insegnanti, gli ospedali, i servizi pubblici, cioè quando devono fare fronte alla spesa pubblica, non disponendo di sovranità monetaria, vanno a cercarsi la moneta», spiega Palma. E se la procurano in due modi: o tassando i cittadini fino al collasso (imposizione di nuove tasse, aumento di quelle esistenti, introduzione di spietati sistemi di accertamento fiscale e di lotta all’evasione, limitazioni all’uso del contante, tagli importanti alla spesa pubblica), o chiedendola in prestito ai mercati dei capitali privati con elevati tassi di interesse, per coprire i quali saranno sempre i cittadini a farne le spese.

Quindi l’introduzione dell’euro ha determinato l’inasprimento della pressione fiscale, che, malgrado le promesse del governo, è destinata ad aumentare. Ma la rinuncia alla nostra sovranità monetaria attraverso l’adesione all’euro, che è un accordo di cambi fissi, ha anche determinato che, non potendo più lo Stato svalutare la propria moneta per favorire le esportazioni in periodi di crisi, esso debba svalutare il lavoro per diventare competitivo, abbassando i salari e restringendo le tutele dei lavoratori. In questa prospettiva, anche l’accoglienza di immigrati risulta funzionale al mercato perché crea nuovi poveri, nuova forza lavoro a bassissimo costo. «Costringendo ciascuno Stato dell’Eurozona a prendere in prestito la moneta dai mercati dei capitali privati (ad es., banche private), non si è fatto altro che sottomettere il diritto e la democrazia all’economia e alla finanza», commenta l’esperto, che ritiene che l’euro sia una moneta incompatibile con la democrazia e con i principi supremi espressi nella nostra costituzione. Contrariamente a quanti sostengono che l’uscita dall’ Unione monetaria e dall’euro sia impossibile, Palma ritiene che essa sia non solo lecita, ma anche necessaria «se vogliamo continuare ad esistere come Paese». «Lo Stato italiano, qualora decidesse di abbandonare l’euro, dovrà applicare un importante principio del nostro ordinamento giuridico, ossia quello della lex monetae, regolato dagli artt. 1277 e seguenti del codice civile, in base al quale uno Stato sovrano sceglie liberamente la sua valuta», spiega l’esperto.

I vantaggi sarebbero immediati: aumento della spesa pubblica a vantaggio dei cittadini, aumento delle esportazioni e dell’occupazione, piena affidabilità del debito pubblico, attuazione di politiche a favore dei cittadini e delle imprese e non più a favore dei mercati dei capitali privati.Ma come recuperare la nostra piena sovranità sempre più corrosa in questi anni? Secondo Palma, la perdita della nostra sovranità non è ancora irreversibile, ma lo potrebbe diventare. Recuperarla oggi è ancora possibile, a patto che si agisca subito. La conditio sine qua non è l’esistenza di un governo forte che goda dell’appoggio di una solida maggioranza. «Fare i capricci qualche volta a Bruxelles non risolve nulla», serve il pugno di ferro unito alla consapevolezza che l’Italia, quasi osteggiata e snobbata dagli altri Paesi membri, rappresenta l’ago della bilancia, l’elemento senza il quale tutto il sistema collasserebbe, il Paese più rispettoso dei parametri e delle regole fissati nei trattati. Altro che fanalino di coda, il Bel Paese potrebbe essere il primo Stato membro ad abbandonare la moneta unica e tutti gli altri sarebbero costretti a seguirlo. Chi prima esce prima si salva.

Ma l’utilizzo del referendum per uscire dall’euro è pericoloso, secondo l’avvocato, perché «durante la campagna referendaria per l’uscita i mercati ci strozzerebbero per ritorsione, noi, al contrario della Gran Bretagna che non aveva mai aderito alla moneta unica, siamo ricattabili».

Una via d’uscita tuttavia esiste. È un’uscita d’emergenza. Il piano proposto da Palma è semplice e veloce: l’emanazione da parte del Governo di un decreto legge a mercati chiusi, il venerdì sera. Tale decreto, convertito in legge entro una settimana, dovrebbe prevedere l’uscita dalla moneta unica, la conversione nuova Lira/Euro in un rapporto 1:1, cioè 1 «nuova lira» varrebbe 1 euro, nonché la conversione del debito pubblico in nuova moneta nazionale.

«Per realizzare tutto questo è ovvio che ci vuole una forte volontà politica», ammette Palma, «se si vuole salvare un Paese moribondo, destinato a morte certa, occorre andare al di là del colore politico e convergere tutti verso un unico obiettivo». La nostra fortuna: «Se, da un lato, è vero che il nostro debito pubblico è espresso in euro, una moneta per noi «straniera» perché dobbiamo addirittura prenderla in prestito dai mercati dei capitali privati; dall’altro, è altrettanto vero che esso è ancora regolato dalla giurisdizione italiana (circa il 96% del suo ammontare)».

Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti nel novembre del 2011 a Cannes, rifiutando il prestito del Fondo Monetario Internazionale evitarono che parte del nostro debito pubblico finisse sotto giurisdizione straniera e salvarono il Paese. In particolare fu Tremonti a suggerire al presidente del Consiglio di allora: «Conosco modi migliori per suicidarsi». Ecco perché uscire oggi dalla moneta unica è ancora possibile, secondo Palma: noi siamo ancora i titolari del nostro debito pubblico e sarebbe assolutamente legale convertirlo in una nuova moneta nazionale.

(Libero, 7 novembre 2016 – articolo di Noemi Azzurra Barbuto – intervista a Giuseppe PALMA).

Scenarieconomici.it

(P.S. a pagina 10, nell’articolo, v’è un refuso: “La ricetta del costituzionalista Parla” è in realtà “La ricetta del costituzionalista Palma“).

Foto dell’avvocato Giuseppe PALMA e indicazione di alcuni suoi libri (saggistica e narrativa):

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