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WORDS, WORDS, WORDS

 

C’è un serio motivo per non parlare di Matteo Renzi: evitare l’effetto che in francese si designa “mise en abîme”, letteralmente “porre nell’abisso”. Si tratta di un’immagine che contiene una piccola copia di se stessa, e questa a sua volta una copia più piccola, magari all’infinito. Ognuno può fare l’esperienza di questo fenomeno mettendosi fra due specchi, l’uno di fronte all’altro: l’effetto è quello di una replica dell’identico, quasi fino alla scomparsa nell’abisso, appunto.

Si parla pure di questa tecnica quando l’argomento di un film è un altro film, o addirittura lo stesso film che si sta proiettando. In totale la mise en abîme corrisponde al serpente che si morde la coda (simbolo di eternità) ad un vano girare intorno e, nel caso di Renzi, a un turbine di parole a proposito di un vortice di parole, senza uscire dalla vertigine verbale. Words, words, words, come diceva Amleto.

Per la verità, il Primo Ministro non è il principale colpevole di questo malvezzo. In ciò è il figlio di un’irrefrenabile passione nazionale, il risultato del diffuso convincimento secondo il quale le parole sono sostanza. E infatti, dovendo innovare qualcosa, da noi si comincia col cambiarle il nome, pensando che così il più sia fatto: la sostanza è cambiata. Nessuno nega che magari sarebbe utile cambiare qualcosa in concreto – siamo realisti, noi – ma queste volgari techinicalities possono essere lasciate ad altri. Ai regolamenti. Al governo successivo. Insomma possono aspettare.

Se questa è la nostra mentalità, come dare torto a chi sazia la nazione di ciò che essa più brama, parole e illusioni? Basta guardare i sondaggi: gli italiani, al 64%, apprezzano Matteo Renzi e nel frattempo non credono all’efficacia della sua azione per quanto attiene l’economia e il salvataggio della nazione. Traduzione: “Il nostro capitano è bellissimo, peccato che non riesca a salvare la nave dal naufragio”. Siamo un popolo di esteti.

Su questo punto bisogna intendersi: non è che Renzi sia colpevole di non aver salvato l’Italia. Infatti era impresa impossibile. Ma è colpevole di averlo promesso, e dal momento che la sua popolarità rimane alta, è chiaro che quella “culpa felix” gli è stata di grande vantaggio. Vulgus vult decipi, ergo decipiatur, il volgo vuol essere ingannato, e dunque che lo sia.

Purtroppo, il gioco limita i suoi effetti all’ingannatore abile e all’ingannato che domanda di esserlo. Riguarda anche chi, pure innamorato delle parole (per esempio quelle di Baudelaire) con loro alla fine ha una tale familiarità che è come se le avesse sposate: le ama e tuttavia ne vede limiti e difetti. Gli perdona sorridendo il vezzo femminile di tentare di raggirarlo, ogni tanto, per farlo felice, ma non se ne lascia ingannare. Quando si tratta delle cose più serie, per esempio il denaro o la salute, non ci si salva né con l’armonia verbale di Baudelaire, né con la “musique” di Verlaine. Nessun creditore ha mai accettato un sonetto per saldare un debito di un milione.

La storia suscita brutti ricordi, in questo campo. Risuona nelle orecchie il tronfio “Vincere, e vinceremo” di un demagogo che conduceva la propria patria al disastro, mentre avrebbe fatto meglio a non entrare in guerra oppure ad entrarci avendo un esercito. È per lui un peccato che sia vissuto tanto tempo fa. Allora ci parlava ogni tanto dalle facciate delle case, oggi avrebbe fatto quotidianamente faville con i centoquaranta caratteri di Twitter. Purtroppo la sua parabola dimostrò che i fondali di teatro somigliano alle mura, ma poi non resistono nemmeno alle schioppettate.

In questa Italia a scartamento ridotto e a responsabilità limitata, neanche un Giamburrasca come Renzi rischia di fare seriamente danno. Non più di quanto ne farebbero il Re Travicello, o il capitano del Titanic dopo lo scontro con l’iceberg. Provoca guasti pressoché irreparabili soltanto nel livello intellettuale dei commentatori italiani che costringe ad entrare in questa quotidiana giostra di parole. E loro si sentono obbligati a discuterne instancabilmente, a soppesare i sogni come fossero programmi, le promesse come fossero previsioni, le parole come fossero cose.

Forse l’uomo di buon senso dovrebbe sottrarsi a questo ingranaggio. Se siamo andati al cinema con una sola automobile, e il film è veramente cretino, non rimane che uscire e dire agli amici: “Sono al bar dell’angolo. Passatemi a prendere, quando finisce”. Nello stesso modo dovremmo seguire il consiglio di Amleto e ritirarci in convento finché l’Italia non fallisce, oppure finché non compare San Giorgio personalmente per uccidere il drago della stagnazione. Comunque finché non si arriverà a ridere o a piangere sul serio, naso a naso con la realtà, senza essere inondati di parole.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

8 settembre 2014

 

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