Automotive

Volkswagen e lo schiaffo di Trump: altri 50.000 esuberi. Quando la realtà bussa (dopo le elezioni)

Volkswagen annuncia 50.000 licenziamenti: l’effetto dei dazi di Trump e il crollo degli utili (-53%) costringono il colosso tedesco a una storica ritirata. Fabbriche a rischio chiusura.

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Sembra quasi una coincidenza poetica, o forse solo un esercizio di cinismo teutonico: è bastato far passare il lunedì elettorale nel Baden-Württemberg per veder cadere la maschera. Passata la paura delle urne per la coalizione semaforo e i suoi satelliti, il colosso Volkswagen ha servito il piatto freddo della realtà: 50.000 licenziamenti in Germania entro il 2030. Il CEO Oliver Blume lo ha ammesso senza troppi giri di parole: il mondo in cui VW ha prosperato negli ultimi trent’anni non esiste più. I dazi di Donald Trump sono stati la spallata finale a una strategia di globalizzazione che ormai faceva acqua da tutte le parti.

I numeri del disastro

I risultati del 2025 parlano chiaro e hanno il sapore del “si salvi chi può”. L’utile operativo è crollato del 53,5%, fermandosi a 8,9 miliardi di euro. È il peggior risultato dell’ultimo decennio. Ma cosa ha inceppato il motore della “macchina del popolo”?

  • L’effetto Trump: La strategia di produrre in Messico per esportare negli USA è fallita sotto i colpi del dazio al 27,5% imposto da Washington. Esportare dal Messico, semplicemente, “non conviene più”.
  • Il lusso che piange: Porsche, il gioiello della corona che produce tutto in Europa, si trova ora esposta alla piena forza delle tariffe americane.
  • La morsa cinese: In Cina, un tempo “bancomat” del gruppo, i marchi locali stanno letteralmente mangiando quote di mercato a VW, grazie a costi inferiori e una velocità superiore nell’elettrico.

Quindi il EBITDA, il reddito operativo, è caduto verticalmente:

EBDTA di VW

La Germania perde i pezzi (e i posti)

Se nel 2024 si parlava di 35.000 tagli, la cifra oggi lievita drammaticamente, segnando un taglio doloroso nel personale specializzato della società A pagare il prezzo di questa ristrutturazione sarà probabilmente lo stabilimento di Osnabrück, se questo non troverà un utilizzo alternativo.

Dalle auto ai cannoni?

In questo scenario desolante, emerge un’ipotesi quasi surreale: convertire le fabbriche di auto in linee di produzione per la difesa. Blume ha confermato che sono in corso colloqui con aziende del settore bellico per salvare lo stabilimento di Osnabrück. Una sorta di voluta conversione all’industria bellica: se i cittadini non comprano più auto elettriche troppo care, lo Stato comprerà blindati. Però fino a quando questo potrà andare avanti ? Il

Per anni abbiamo spiegato che il modello mercantilista tedesco, basato su energia russa a basso costo e mercati esteri (Cina e USA) sempre aperti, era un castello di carte. Ora che Trump chiude le frontiere e Pechino gioca in attacco, la Germania si scopre fragile. Annunciare questi tagli il giorno dopo le elezioni nel Baden-Württemberg è l’ultimo sgarbo a una classe lavoratrice che, per anni, ha garantito il surplus commerciale di Berlino e che ora viene sacrificata sull’altare di una transizione energetica gestita con la grazia di un elefante in una cristalleria.

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