Afghanistan

Venti di Guerra tra Pakistan e Afghanistan: Alle radici di una nuova crisi asiatica

L’escalation militare tra Pakistan e Afghanistan si trasforma in guerra aperta: l’Operazione Ghazab Lil Haq di Islamabad, l’inferiorità convenzionale dei talebani e l’impasse della diplomazia internazionale.

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L’escalation militare esplosa tra Pakistan e Afghanistan nel febbraio del 2026 segna uno snodo critico per la stabilità dell’intera Asia meridionale. Quello che per mesi si era trascinato come un conflitto a bassa intensità, confinato a scaramucce lungo la porosa e contestata Linea Durand, si è trasformato in ciò che il ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, ha ufficialmente definito una vera e propria “guerra aperta”. Questa improvvisa fiammata altera i fragili equilibri geopolitici regionali, sollevando interrogativi pragmatici sulle cause scatenanti, sulle dotazioni militari, ma soprattutto sulle reali conseguenze macroeconomiche e strategiche di questo scontro tra potenze confinanti.

Le vere motivazioni di Islamabad e l’economia del “Proxy Terror”

Le radici dell’operazione pakistana, significativamente ribattezzata “Operazione Ghazab Lil Haq” (ovvero il diritto di reagire e colpire con giusta furia per autodifesa), affondano in un’ondata di estrema violenza terroristica che ha insanguinato il territorio pakistano nei primi mesi dell’anno. La tesi di Islamabad è chiara e strutturale: l’Emirato Islamico dell’Afghanistan, in aperta violazione degli accordi di Doha, sta offrendo un porto sicuro, rifugi e un essenziale supporto logistico a diverse organizzazioni nemiche dello Stato pakistano. Tra queste entità spiccano:

  • Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP): un gruppo ribelle che condivide profonde radici ideologiche con i talebani afghani e mira a rovesciare il governo di Islamabad.
  • Esercito di Liberazione del Belucistan (BLA): una forza separatista che minaccia snodi infrastrutturali e commerciali critici per il Paese.
  • Fazioni estremiste internazionali: come l’ISIS (Daesh Khorasan) e i residui operativi di Al-Qaeda.

La proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso è rintracciabile in una spietata scia di attentati suicidi. Dopo la strage del 6 febbraio in una moschea sciita di Islamabad (36 vittime), il letale attacco al posto di blocco di Bajaur e l’attentato di Bannu, la leadership militare pakistana ha posto un ultimatum inequivocabile. Il regime di Kabul deve compiere una scelta chiara e definitiva tra il supporto alle reti terroristiche e il mantenimento di relazioni di buon vicinato.

Il paradosso degli armamenti: Asimmetria e l'”Aeronautica dei Poveri”

Una delle questioni più dibattute dagli analisti della sicurezza riguarda l’arsenale a disposizione dei talebani. È adeguato per sostenere un conflitto contro una potenza regionale? La risposta richiede un’attenta disamina tecnica, divisa tra guerra convenzionale e asimmetrica.

Sul piano della guerra convenzionale, l’esercito talebano è strutturalmente inerme. Privi di una vera forza aerea, i combattenti afghani sono lasciati del tutto esposti ai pesanti bombardamenti dei jet di Islamabad. I dati forniti dal governo pakistano sottolineano drammaticamente questa disparità: si parla di ben 115 carri armati e mezzi corazzati distrutti, e di oltre 70 postazioni di confine nemiche rase al suolo. L’hardware militare ereditato dai talebani, composto in gran parte da mezzi abbandonati dalle forze occidentali in ritirata, si sta rivelando un bersaglio fin troppo facile per i cacciabombardieri moderni.

Sarebbe un errore madornale, ma tipico di chi valuta i conflitti unicamente in base agli investimenti in armamenti pesanti, fermarsi a questa analisi. In un’ottica pragmatica, la guerra convenzionale pakistana distrugge un’enorme quantità di capitale: sganciare ordigni ad alto costo su postazioni di scarso valore grava pesantemente sul bilancio statale. I talebani, al contrario, bilanciano questo gap con la guerra asimmetrica e di logoramento, operando a costi marginali irrisori. Stiamo assistendo all’impiego sistematico della cosiddetta “aeronautica dei poveri” — sciami di droni kamikaze che le milizie affermano di usare per colpire in profondità il suolo pakistano. A questo si aggiunge l’uso spietato dei “proxy”: invio di attentatori suicidi e guerriglieri mirati ad assaltare i posti di blocco. Convenzionalmente soccombenti, i talebani sono però tatticamente ed economicamente strutturati per una pericolosa guerra d’attrito.

Le conseguenze: Conflitto aperto, rottura diplomatica e costo umano

I contraccolpi diretti di questa vasta operazione militare si misurano su molteplici fronti, generando bilanci tragici e discordanti. Il portavoce militare pakistano rivendica l’eliminazione di 274 combattenti talebani e oltre 400 feriti, ammettendo il sacrificio di 12 soldati. Kabul, dal canto suo, sostiene di aver ucciso 55 militari avversari, numeri che Islamabad etichetta come mera propaganda.

Dal punto di vista geopolitico, l’effetto dirompente è l’annientamento totale del fragile cessate il fuoco precedentemente mediato con l’aiuto di Turchia e Qatar, vanificando mesi di instancabile diplomazia internazionale. Il Pakistan ha compiuto un salto di qualità militare, spostando per la prima volta i bombardamenti dalle remote aree periferiche fino al cuore politico e amministrativo del potere talebano, colpendo installazioni dentro Kabul, Kandahar e Paktia.

Come sempre accade in queste dispute, ma tristemente ignorato nei freddi bollettini di guerra, a pagare il prezzo più atroce è la popolazione civile. Durante gli incroci di fuoco notturni, colpi di mortaio pakistani hanno sventrato l’accampamento di Omari, nei pressi del nevralgico valico di Torkham, destinato all’accoglienza degli afghani vulnerabili rimpatriati. Colpire rifugiati indifesi nel pieno del Ramadan ha costretto donne e bambini a fuggire nel panico. Analisti avvertono che questo innalzamento esponenziale della violenza provocherà una maggiore instabilità regionale, creando un humus fertile in cui i gruppi fondamentalisti troveranno nuova manodopera disperata da reclutare.

Cosa succederà ora? L’impasse globale e la “Nuova Normalità”

Gli studiosi di relazioni internazionali delineano un quadro prefigurato estremamente cupo. Analisti di spicco, come Abdul Basit, lanciano l’allarme avvertendo che l’estate asiatica è arrivata in anticipo, portando con sé la tremenda prospettiva di una prolungata e spietata “estate di sangue”. L’escalation in corso ha brutalmente stabilito una “nuova normalità” irreversibile: la leadership politico-militare del Pakistan ha maturato la ferma decisione di non tollerare, né assorbire, mai più attacchi interni senza scatenare immediate rappresaglie devastanti.

Allo stato attuale, le fazioni in lotta sono imprigionate in un’impasse perfetta. Da un lato, il governo talebano a Kabul non può politicamente permettersi di assorbire l’umiliazione dei bombardamenti sulla propria capitale senza mettere in piedi ritorsioni per non proiettare debolezza; dall’altro lato, il governo pakistano gode di un consenso interno assoluto nel legittimare la distruzione preventiva delle minacce.

La diplomazia globale sta tentando freneticamente di intervenire per sventare un conflitto totale. Un blocco di influenti potenze mondiali (Cina, Russia, Iran, Arabia Saudita, Gran Bretagna) si è mobilitato invocando una rapida de-escalation e offrendosi di mediare. Tuttavia, un pizzico di freddo realismo suggerisce che nessun intervento diplomatico sortirà effetti stabili, ma solo pause temporanee, fintantoché persisterà il profondo muro di sfiducia, e non si capisce come le bombe possano cambiare questo aspetto.

La vera pacificazione dipenderà unicamente dalla disponibilità di Kabul di recidere i legami logistici con le milizie proxy e dalla capacità di persuasione della comunità internazionale. Se questo non accadrà il serio rischio è che si passi ad un vero e proprio conflitto a lungo termine, in cui una parte usa mezzi convenzionali e l’altra asimmetrici, con una reciproca destabilizzazione.

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