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USA: schizofrenia economica. Il PIL “Hard” regge, ma il PMI “Soft” sprofonda. A chi credere per il 2026?
L’analisi del divario tra dati “Hard” e “Soft”: il PMI sprofonda in recessione mentre la narrativa ufficiale ostenta ottimismo. Ecco perché fidarsi dei manager e non delle statistiche passate.

C’è qualcosa di profondamente rotto nel cruscotto dell’economia americana. Se guardate i grandi numeri aggregati, quelli che finiscono nei titoli dei TG generalisti – il cosiddetto Hard Data come il tasso di crescita del PIL o le statistiche ufficiali sull’occupazione – sembra che la macchina proceda, seppur con qualche scossone. Ma se abbassate il finestrino e chiedete a chi la macchina la guida davvero (i direttori degli acquisti e i manager di fabbrica), la risposta è un grido d’allarme.
L’ultimo rapporto ISM (Institute for Supply Management) di dicembre 2025 ha scoperchiato il vaso di Pandora di questa contraddizione. Il PMI Manifatturiero, indice previsionale, è crollato a 47,9%, segnando il decimo mese consecutivo di contrazione. Questo è un dato Soft, basato su sondaggi, sentiment e aspettative. E sta raccontando una storia diametralmente opposta a quella della “resilienza” del PIL. Ecco il relativo grafico.
Hard vs Soft: il Grande Divario
Mai come oggi assistiamo a una divergenza così netta.
Gli indicatori “Hard” (PIL, disoccupazione): Ci dicono cosa è successo ieri. Sono lo specchietto retrovisore. Spesso vengono rivisti mesi dopo e, soprattutto, possono essere “drogati” dalla spesa pubblica in deficit o dalla tenuta del settore servizi, l’ultimo a cedere. Il rapporto nota infatti che un PMI a 47,9% corrisponderebbe storicamente a un PIL al +1,6%. Una crescita anemica, ma pur sempre un “più”.
Gli indicatori “Soft” (PMI, Fiducia): Ci dicono cosa succederà domani. Sono il parabrezza. Il PMI è un indicatore anticipatore (leading indicator). Se i manager smettono di ordinare materie prime oggi, il PIL scenderà domani.
La domanda che dobbiamo porci è: quale dei due è più affidabile per le previsioni? La storia economica insegna che nei punti di svolta ciclica, i dati Soft hanno quasi sempre ragione. Quando il PMI manifatturiero resta in contrazione per quasi un anno (come sta accadendo ora, con 10 mesi consecutivi sotto quota 50), l’Hard Data finisce inevitabilmente per allinearsi al ribasso. È solo questione di tempo.
Dentro il disastro: ordini fantasma e prezzi reali
Scendendo nei dettagli del rapporto ISM, la situazione appare critica. Il sotto-indice dei Nuovi Ordini è fermo al 47,7%. La domanda interna è asfittica. Ma il vero paradosso – quel “pasticcio” stagflattivo che i modelli delle banche centrali faticano a spiegare – è che i Prezzi continuano a correre (58,5%). Siamo di fronte al peggiore degli scenari: recessione produttiva (meno merce prodotta e venduta) con inflazione da costi (materie prime più care). Le aziende non assumono (Indice Occupazione a 44,9%) perché non vedono futuro, ma devono alzare i listini per non fallire.
La voce della realtà (Soft Data in Azione)
Per capire perché i dati Soft sono oggi più preziosi del PIL, basta leggere le testimonianze dirette degli imprenditori raccolte nel report. Non sono fredde percentuali, sono la realtà operativa:
Settore Trasporti: “L’umore generale è che la prima metà del 2026 sarà un altro fallimento (bust). Le flotte sono bloccate, zero investimenti.”
Settore Metalli: “Un dicembre disastroso. Gennaio e febbraio si preannunciano con ordini giù del 25%.”
Se il PIL dice “crescita”, ma chi produce i camion e lavora l’acciaio dice “disastro”, credete davvero che l’economia sia sana?
La Trappola per il 2026
Il contrasto tra Hard e Soft data è pericoloso perché fornisce un alibi alla politica. Finché il PIL “tiene” (magari sostenuto dal debito pubblico), la politica monetaria e fiscale può ignorare i segnali di fumo che arrivano dalla manifattura. Ma come nota Susan Spence dell’ISM, il miglioramento di novembre era solo una “bolla”. Il 2026 inizia con il freno a mano tirato. Le scorte dei clienti sono basse (43,3%), il che in teoria potrebbe spingere la produzione, ma con tempi di consegna dei fornitori che si allungano e incertezza sui dazi, le aziende preferiscono navigare a vista.
In conclusione: diffidate dei trionfalismi basati sul PIL passato. Il PMI ci sta urlando che la recessione reale è già nelle fabbriche. E quando la manifattura starnutisce così forte, prima o poi il resto dell’economia prende la polmonite.
Domande e risposte
Che differenza c’è tra dati “Hard” e “Soft” e perché è importante? I dati Hard (es. PIL, produzione industriale, buste paga) sono misurazioni quantitative di attività passate; sono precisi ma “ritardatari”. I dati Soft (es. PMI, indici di fiducia) sono sondaggi qualitativi su opinioni e intenzioni future. Oggi è cruciale distinguerli perché divergono: i dati Soft anticipano una crisi che i dati Hard, ancora drogati dai servizi e dalla spesa pubblica, non mostrano ancora appieno.
Quale indicatore devo seguire per capire come andrà il 2026? Senza dubbio i dati Soft come il PMI e i Nuovi Ordini. Storicamente, il PMI anticipa l’andamento del PIL di 3-6 mesi. Se i manager oggi tagliano gli acquisti e il personale (come indica il rapporto ISM), è quasi impossibile che il PIL reale cresca solidamente tra due trimestri. Il PMI è la “sentinella” che avvisa del pericolo prima dell’impatto.
Se il PMI va male, perché si parla ancora di “Soft Landing”? Perché la narrativa ufficiale si aggrappa ai dati Hard e al settore dei Servizi, che è più lento a reagire rispetto alla Manifattura. Inoltre, l’occupazione (Hard Data) è spesso l’ultimo indicatore a crollare. Tuttavia, un PMI manifatturiero in contrazione per 10 mesi suggerisce che il “Soft Landing” potrebbe trasformarsi in un atterraggio molto più duro non appena l’effetto inerzia svanirà.








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