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USA, il “Miracolo Green” si scontra con la Realtà: 35 Miliardi di Progetti andati in fumo nel 2025
L’incertezza politica e il mercato frenano l’auto elettrica. Saltano fabbriche Ford e SK On: persi 38.000 posti di lavoro negli USA

Se in Europa i progetti legati all’elettrificazione vengono ridotti, negli USA numero Se fino al 2024 la narrazione dominante parlava di una corsa inarrestabile verso la transizione energetica negli Stati Uniti, i dati del 2025 presentano un conto salato e, per molti versi, prevedibile. Secondo l’ultimo rapporto di E2, l’anno appena trascorso ha segnato una brutale inversione di tendenza: 35 miliardi di dollari di investimenti in energia pulita e veicoli elettrici (EV) sono stati cancellati o drasticamente ridimensionati.
Non stiamo parlando di semplici ritardi burocratici, ma di progetti industriali concreti che vengono smantellati, portandosi via oltre 38.000 posti di lavoro, tra attuali e futuri.
Un saldo negativo: escono 3 dollari per ogni dollaro che entra
Il dato più allarmante, che dovrebbe far riflettere anche i pianificatori europei, è il rapporto tra investimenti annunciati e quelli cancellati. Per la prima volta dal 2022, il capitale in fuga ha superato quello in entrata.
Nel 2025, per ogni 1 dollaro di nuovi progetti annunciati, le aziende ne hanno cancellati o ridimensionati quasi 3.
Le aziende stanno diventando estremamente caute: costruire fabbriche e catene di approvvigionamento negli USA non è più una scommessa sicura.
Sebbene ci siano stati nuovi annunci (per un totale di 12,3 miliardi, il minimo da quattro anni), questi non riescono minimamente a compensare l’emorragia di capitali. È il segnale che l’incertezza sulla domanda reale e sui costi sta iniziando a mordere, al di là degli incentivi statali.
Il crollo dell’Auto Elettrica e delle Batterie
A guidare questa ritirata strategica sono proprio i settori che dovevano essere il fiore all’occhiello della reindustrializzazione americana: veicoli elettrici e batterie. Solo a dicembre 2025, le aziende hanno abbandonato progetti per 5,1 miliardi di dollari.
Ecco alcuni dei casi più eclatanti che mostrano la dimensione del fenomeno:
SK On (Tennessee): Cancellato un investimento da 2,8 miliardi di dollari, con la perdita di circa 3.300 posti di lavoro previsti.
Ford (Ohio): Cancellazione di un impianto di produzione, parte di una più ampia ristrutturazione e ridimensionamento delle operazioni EV.
BlueOvalSK Battery Park: Un progetto faraonico che, semplicemente, non esiste più nella sua forma originale.
La manifattura, che doveva essere il motore della ripresa, ha subito il colpo più duro: 30,2 miliardi di dollari ritirati solo da questo settore. Quando la domanda non tira, non c’è sussidio che tenga: le aziende tagliano, e lo fanno in fretta.
La geografia del disastro (e l’ironia politica)
Qui entra in gioco un paradosso tutto americano, che un osservatore attento non può non notare. L’analisi di E2 mostra che i distretti elettorali a guida Repubblicana sono quelli che hanno pagato il prezzo più alto, subendo le conseguenze delle politiche del loro stesso schieramento (e della guerra ai sussidi dell’Inflation Reduction Act).
| Distretto Politico | Investimenti Cancellati | Posti di Lavoro Persi |
| Repubblicano (GOP) | $19,9 Miliardi | 24.500 |
| Democratico | $10,6 Miliardi | 12.600 |
È un’ironia amara: le aree che più avrebbero beneficiato della reindustrializzazione “Green” (spesso stati del sud o del Midwest) sono quelle che vedono sfumare le promesse di lavoro, vittime dell’incertezza politica e delle minacce di dazi e guerre commerciali che rendono la pianificazione a lungo termine un azzardo.
Qualche luce nel buio?
Non tutto è perduto, ma le “gioie” sono poche. Dicembre ha visto qualche movimento positivo in Kentucky (Ford e CATL con 2.100 posti) e in Texas (Toyo Solar con 750 posti), ma il saldo netto mensile rimane disastroso: quasi 5.000 posti di lavoro persi in termini netti.
Un settore in ridimensionamento
Come ha sottolineato Michael Timberlake di E2, quando il capitale abbandona i progetti in un rapporto di 3 a 1, significa che “il capitale non sta più scegliendo le comunità americane”. L’investimento si sposta, probabilmente oltremare o verso lidi più sicuri.
La lezione è chiara: la transizione energetica basata solo sulla spinta statale e non supportata da una solida domanda di mercato o da una stabilità normativa è un gigante dai piedi d’argilla. Per fortuna la riapertura di una stagione di grandi investimenti industriali in altri settori, come la cantieristica, riassorbirà questa forza lavoro facilmente.







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