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USA, CINA E BORSE MONDIALI (di Nino Galloni)

 

 

 

 

La questione dei dazi commerciali Usa contro la Cina e le corrispondenti ritorsioni sono attese dagli esperti in attenuazione a medio termine; ma potrebbero nel frattempo generare nuovi equilibri interni alle due più importanti potenze economiche del Pianeta.
Oltre un certo limite, infatti, che potrebbe essere quello del 25%, i dazi spingeranno gli Americani a produrre di più con la conseguenza che aumenterebbero occupazione e salari interni: quanto Trump ha promesso ai propri connazionali e non può ottenere senza dazi se la FED non accetta politiche monetarie di indebolimento del dollaro. D’altra parte gli Usa sono avvantaggiati dal fatto che le loro esportazioni strategiche riguardano servizi ad alto valore aggiunto.
Anche per la Cina la situazione che si sta venendo a creare spinge nella stessa direzione, vale a dire esportare meno, rallentare la crescita ma investire di più all’interno facendo crescere salari e occupazione: vedere risoluzioni in tal senso del cc del partito comunista.
Ma la crescita degli investimenti interni, la sostituzione di importazioni, l’aumento di occupazione e salari vengono visti come una iattura dalle borse perché si accompagnano a una diminuzione del saggio dei profitti (il rapporto di questi ultimi con gli investimenti che dev’essere particolarmente elevato in borsa, ma può risultare meno cruciale nell’economia reale e delle piccole imprese).
Sia la svalutazione del dollaro (meno probabile e che sarebbe seguita da altre svalutazioni cosiddette competitive), sia la guerra dei dazi sono destinate a far cambiare le politiche macroeconomiche interne: ci auguriamo, finalmente, travolgendo le fallimentarissime politiche dell’Unione Europea.
Anche l’Italia ha il vantaggio competitivo dato dal fatto che può esportare un prodotto esclusivo; quindi potrà sostituire importazioni senza deprimere l’export.
Meno chiaro è come sarà forzata la crescita della domanda interna (pur in presenza di risorse umane e tecnologiche sottoutilizzate) da parte di chi non esercita – a differenza di Usa o Cina – la sovranità monetaria.
Comunque il mondo sta andando nella direzione giusta: rivincita dell’economia reale e delle piccole imprese; crisi della finanza; fine delle politiche di austerity e maggiore rispetto per l’ambiente.
Ben poco di tutto ciò favorisce i poteri forti mondiali e, quindi, le soluzioni militari è destabilizzanti sono, come sempre nella Storia, in agguato.
Molto dipenderà dalla evoluzione democratica che dovrebbe puntare – ma è una cosa necessaria e difficile – a un maggior controllo della cittadinanza su moneta e tecnologie disponibili.

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