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Uno vale. Uno!

Lo scandalo suscitato dal nascente governo giallo-rosa, o giallo-rosso che dir si voglia, è incomprensibile e comprensibile nello stesso tempo. Incomprensibile se si parte dalla premessa che i 5 Stelle sono un movimento rivoluzionario, di cambiamento, anti-sistema. Ed è la chiave di lettura scelta dalla stragrande maggioranza dei media, dei lettori e degli elettori italiani. E non parliamo solo di quelli estranei al Movimento o al PD – che ora ne prendono atto e si fregano le mani senza averci capito una mazza –, ma anche delle rare teste pensanti “autonome” che, nei 5 Stelle e nel PD, trovavano fino a ieri ospitalità e che, guarda caso, ne hanno preso le distanze per motivi di decoro, dignità, estetica (Paragone e Calenda).

 

Il Conte due, invece, non deve stupire affatto se si muove dal presupposto contrario. E cioè che i 5 Stelle sono un movimento reazionario, di conservazione, pro-establishment. Se fate questo piccolo, grande sforzo, e provate a ragionare al di fuori, e dal di sopra, rispetto alla narrazione che Grillo e i suoi ci hanno sempre proposto (anzi, imposto), capirete che il Movimento potrebbe non essere mai stato così coerente con se stesso come nelle ultime ore.

 

Talmente coerente da esaurire, forse, il suo compito storico a cui era probabilmente destinato fin dagli albori: riportare all’ovile le pecore dissenzienti rispetto alla deriva globalista e filoeuropeista in atto da una trentina d’anni. Parliamo di quel progressivo, inerziale declino, in cui il satellite Italia deve limitarsi a gravitare, alla stregua di un periferico pianeta, nei gironi più sfigati e limitrofi del Sistema solare, e infernale, di Bruxelles. Visto in questa prospettiva, il Movimento sarebbe il più straordinario, e straordinariamente riuscito, esperimento di gatekeeping della storia italiana, ma forse addirittura mondiale. Dove per gatekeeping si intende la funzione di “guardiano del cancello” esercitata da certi intellettuali, ma anche da taluni partiti, con la missione di sterilizzare, riconvertendola, ogni pulsione eterodossa rispetto ai Dogmi.

 

Proseguiamo a indagare questa ipotesi. Oggi, nei tumultuosi giorni del più stupefacente caso (psichiatrico) di suicidio politico che la storia italiana ricordi (quello di Salvini e della Lega) su cui pure ci sarebbe un bel po’ da dire,  i 5 Stelle avrebbero l’opportunità di portare a dama le loro pedine. Cioè di far “tornare a casa” l’enorme consenso raccattato nella piazze e nella case italiane in un decennio attraverso autentiche “cazzate per le allodole” come la lotta alla casta, l’onestà, l’ecologismo da gretini in assenza di (e in anticipo su) Greta. E quando diciamo “tornare a casa”, intendiamo nell’alveo di un progetto politico ben preciso per quanto non facile da cogliere nella sua maestosa complessità, se osservato troppo da vicino: la liquidazione coatta amministrativa della Repubblica, la confluenza di quest’ultima negli Stati Uniti d’Europa prossimi venturi, la definitiva eutanasia del concetto di democrazia e di politica rappresentativa intesa come governo del popolo e non degli “ottimati”.

 

L’ultimo suggerimento del comico genovese – quello secondo cui nei ministeri dovrebbero sedere esclusivamente i “competenti” – è esemplare, al riguardo, rispetto alla quintessenza del credo movimentista. La quale quintessenza è anti-politica allo stato puro, ma non solo nel senso pretesamente nobile del termine (se mai ve ne può essere uno) e cioè di contrasto alle degenerazioni della mala-politica, bensì soprattutto nel senso più oligarchico. Vale a dire in conformità alla cifra stessa di un’epoca storica che vede il definitivo trionfo delle elite sulle masse. E le elite dominano anche grazie al “mito” della competenza.

 

Mettere ai posti di comando, ogni qualvolta si possa farlo, un “competente” che fa scelte ”tecniche” significa uccidere la politica che dovrebbe, per definizione, venire prima della competenza e guidare quest’ultima verso “un” fine. Quando i ruoli si invertono, invece, è la competenza a pilotare la politica verso “la” fine.

 

I massimi esponenti della governance europea, da Draghi ai Commissari alla pretora di funzionari industriosi che laboriosamente e alacremente si adoperano, dietro le quinte, per scrivere le leggi di cui noi facciamo lo zelante copia-incolla, sono “competenti” per definizione. Anzi per statuto. O, se preferite usare un altro neologismo grillino, per “non statuto”. Il mito del “non statuto”, la mistica del “non partito”, il partito del “non segretario” non può che approdare all’era della “non politica”. Dove non si decide più in base a valori, ideali e progetti “selezionati” dal consenso popolare (di destra o di sinistra), ma in ossequio alla “competenza tecnica”. Come se la “tecnica” bastasse a dar conto di una linea d’azione, mentre essa si limita a schiacciare i bottoni su incarico di chi la linea, al riparo dei riflettori, l’ha bene in testa, eccome. E ce la impone.

 

Non appena si accetta l’idea che, come dice Di Maio, siamo in un periodo post ideologico dove destra e sinistra non contano più, di fatto il popolo abdica al suo diritto di governare e lo consegna a chi pesa numericamente assai meno delle masse (il famoso un per cento), ma conta finanziariamente cento volte di più.

 

Ecco, l’ultima giravolta dei 5 Stelle forse può essere rettamente intesa solo muovendo dall’ipotesi di una inconfessata vocazione genetica dei grillini: e cioè, per quanto possa suscitare repulsione la sola idea, quella  di consegnare alla vera “casta” (di cui la piccola casta dei politici di professione è solo un’extension) lo scalpo di chi voleva combatterla. Dice: ma loro si sono sempre dichiarati contro i poteri forti eccetera eccetera. Questa non costituirebbe un’eccezione conclusiva. E lo si può capire ricorrendo a una metafora religiosa.

 

Nell’escatologia cristiana, l’anticristo –  quando arriva – non dichiara certo di esserlo; anzi, si comporta e predica, apparentemente, come se fosse il buono tra i buoni e il puro tra i puri. Questa strategia “diabolica” è la madre di tutte le manipolazioni e la radice di ogni valido progetto di gatekeeping. Scagliarsi, almeno all’inizio, contro le stesse entità per conto delle quali si lavora, scaricare la rabbia del popolino verso bersagli puramente demagogici e inoffensivi, come la corruzione, convogliarne l’energia su obbiettivi retorici e qualunquistici, come l’onestà, è precisamente ciò che deve fare un buon guardiano del cancello. Egli deve divulgare l’evangelo, cioè una “fake road map” sotto le mentite spoglie di “buona novella”, affinché i seguaci possano seguirlo, intonando inni di lode, fin dentro il Palazzo di Erode. Per poi magari esclamare “Good job!” in certe segrete stanze, scambiandosi un cinque.

 

È evidente che, se tutto ciò fosse vero, i primi ad essere stati beffati e turlupinati sarebbero gli iscritti e i tanti “fedeli” raccoltisi, nel corso del tempo, attorno a “Beppe”. Loro rappresenterebbero l’aspetto effettivamente positivo di questa storia perché sono, per la gran parte, brave persone in buona fede. Li si potrebbe capire, li si dovrebbe capire,  anche perché, per loro, il lavoro più duro arriverebbe nel momento della presa di coscienza individuale dopo anni di “ubriacature” collettive. I più avveduti, quelli non irrimediabilmente plagiati, sperimenterebbero lo stesso intollerabile e schizofrenico sentimento di scissione provato dagli adepti di una setta. Soprattutto, ove dovessero trarre la conclusione che quella setta è giunta al momento culminante, quello in cui le antiche promesse (mai rivelate) debbono essere adempiute.

 

Tutte queste sono ipotesi. La certezza è che, dopo un lungo viaggio contro il Sistema, i grillini si alleano con gli arcinemici di sempre. E lo fanno – notate bene – in forza di una decisione presa e calata dall’alto. Così come presa e calata dall’alto è  quasi sempre stata ogni decisione realmente strategica di questa singolare forza politica nata e cresciuta all’insegna della più ampia e inclusiva pretesa democratica mai sbandierata, con altrettanta convinzione, in Italia.

 

Questa è un’altra stupefacente contraddizione che avrebbe dovuto mettere sul chi vive chi ha sempre creduto in un movimento “popolare” o addirittura “populista” dove ogni testa valeva quanto ogni altra, non c’erano capi e i programmi si adottavano tutti insieme in ossequio al prodigioso reticolo di sapienti sinapsi che caratterizza una mente “alveare”.

 

Letta nella prospettiva di cui sopra, la surreale vicenda dell’ultimo mese non costituirebbe un tradimento dei principii ispiratori. Ci sarebbe solo la coerente e pedissequa realizzazione di un piano. Servivano una lunga marcia e milioni di adepti per guadagnare il definitivo nulla osta delle masse arrabbiate. Un nulla osta generico a un cambiamento vago da tramutare alchemicamente in un assenso specifico e improvviso a un  progetto ben definito: l’ultimazione di quella sofisticata architettura giuridico istituzionale di taglio a-democratico e sinarchico che, quando sarà definitivamente realizzata, costituirà l’inveramento su vasta scala di un regime molto simile a quello degli antichi spartiati.

 

Non è ovviamente un caso, e neppure ironia della storia, il fatto che si apprestino a convergere verso questo traguardo il “Movimento” e un Partito che di nome fa “Democratico”.  Nella semantica della neolingua orwelliana pace vuol dire guerra, movimento equivale a stasi e democrazia significa dittatura; questo ormai lo sappiamo, giusto?

 

Per finire, se questo può consolare la famosa “base”, quella che ha creduto e crede ai profetici e palingenetici propositi iniziali del Movimento, quella che ha accettato tutto e tutto si è bevuta: la storia antica riporta un aneddoto per decifrare, con insuperabile sintesi, quanto accaduto in Italia negli ultimi anni.

 

Parliamo di un proverbiale e famoso caso di fraintendimento, in cui non è il profeta a tradire la propria parola, ma è il “fedele” a trarre in inganno se stesso interpretando da stolto le parole del profeta. Quando Creso, il Re della Lidia, consultò l’oracolo di Apollo per sapere come sarebbe andata a finire un’eventuale guerra contro i Persiani, si sentì rispondere: “Distruggerai un grande Regno”. Rinfrancato dalla favorevole profezia, Creso ingaggiò battaglia e le sue armate furono distrutte. Egli ne chiese quindi ragione all’oracolo il quale gli rispose di essere stato male inteso: il Regno cui si riferiva il sacerdote di Apollo non era quello persiano, ma quello dello stesso Creso.

 

Tutti i liceali del mondo ricordano questo episodio e imparano così a fare i conti con le cosiddette anfibolie che sono poi le frasi ambigue, equivoche, in cui bisogna stare veramente attenti a come le si interpreta. Prendete lo slogan dei 5 Stelle, quello su cui hanno fatto affidamento milioni di italiani nell’istante in cui hanno creduto alle potenzialità “esplosive” del progetto politico di Grillo e Casaleggio: uno vale uno. Forse avevano capito male. Quel motto acquisterebbe, invece, ora un senso compiuto se riferito al novantanove per cento di chi obbedisce e all’un per cento  di chi comanda. E potrebbe leggersi così: “Uno vale. Uno!”. Tutti gli altri son nessuno.

 

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com

 


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