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Una scelta giusta, doverosa e carica di umanità: il richiamo dell’Ambasciatore italiano in Svizzera come atto di responsabilità dello Stato

Un’analisi tecnica del richiamo dell’Ambasciatore italiano a Berna: perché la mossa di Meloni e Tajani tutela la dignità nazionale senza compromettere i rapporti con la Svizzera.

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In politica estera esistono momenti in cui la forma diventa sostanza e in cui un gesto diplomatico assume un valore che va ben oltre il protocollo. Il richiamo a Roma dell’Ambasciatore italiano in Svizzera deciso dal Governo guidato da Giorgia Meloni, su impulso del Ministro degli Esteri Antonio Tajani, rientra pienamente in questa categoria: una decisione giusta, misurata e profondamente rispettosa del dolore umano che ha colpito famiglie italiane già duramente provate.

È bene dirlo con chiarezza: il Governo italiano ha fatto benissimo. Non si è trattato di un atto ostile nei confronti della Confederazione Elvetica, né tantomeno di un’ingerenza indebita nelle prerogative della sua magistratura. Il richiamo dell’Ambasciatore è uno strumento previsto e legittimo del diritto diplomatico, utilizzato per segnalare una frattura morale prima ancora che istituzionale, avvertita con forza dall’opinione pubblica italiana.

In questo contesto merita una sottolineatura netta il comportamento dell’Ambasciatore italiano a Berna, Gian Lorenzo Cornado, la cui condotta ha rappresentato un esempio raro di sensibilità umana, equilibrio istituzionale e autentica vicinanza alle famiglie delle vittime. Come già evidenziato in un articolo che ha suscitato ampio apprezzamento e numerosi riscontri positivi, l’Ambasciatore non si è limitato a un adempimento formale del proprio ruolo, ma ha incarnato fino in fondo la funzione più alta della rappresentanza dello Stato: essere presente, con discrezione e rispetto, accanto a cittadini italiani colpiti da una tragedia devastante.

Proprio per questo, il richiamo dell’Ambasciatore non può essere letto come una censura nei suoi confronti. Al contrario, esso costituisce il riconoscimento implicito del fatto che la diplomazia italiana ha operato correttamente sul piano umano e istituzionale, e che la responsabilità politica del segnale da inviare doveva essere assunta a livello governativo, non scaricata su chi, sul campo, ha dimostrato senso dello Stato e profonda empatia.

La linea seguita da Meloni e Tajani rivela una concezione non burocratica della politica estera: una diplomazia che non si rifugia dietro il linguaggio asettico delle note verbali quando sono in gioco vite spezzate, dolore collettivo e dignità nazionale. Difendere i propri cittadini, anche quando si trovano oltre confine, significa saper usare con fermezza e senza arroganza gli strumenti che l’ordinamento internazionale mette a disposizione.

In un’epoca in cui troppo spesso la politica rinuncia al valore dei gesti simbolicamente forti, il Governo italiano ha scelto la strada della responsabilità e della coerenza. Ha inviato un messaggio chiaro: l’Italia non alza la voce, ma non abbassa neppure lo sguardo quando ritiene che determinate decisioni producano un senso diffuso di ingiustizia e di offesa morale.

È proprio questo equilibrio — tra rispetto degli ordinamenti altrui e tutela dei propri cittadini — che rende il richiamo dell’Ambasciatore un atto politicamente corretto, diplomaticamente legittimo e umanamente necessario. Un atto che non indebolisce lo Stato italiano, ma ne rafforza l’autorevolezza e la credibilità internazionale.

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