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Un intervallo alla propaganda europeista (vol. 1): l’Unione europea non è l’Europa

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Una volta si diceva: conoscere per deliberare. Gran bella verità, da rispolverare più che mai in vista delle prossime elezioni europee. Che voi decidiate di andare o di non andare alle urne, l’appuntamento può rappresentare comunque un’occasione per rispolverare tutti i barbatrucchi e le fallacie con cui ci ha ammorbato la formidabile macchina della propaganda europeista negli ultimi trent’anni. Dunque, mettetevi comodi che il viaggio, a puntate, comincia. Ogni tanto, un intervallo fa bene.

Partiamo dall’inizio, cioè proprio dal nome “Europa”.

Nei discorsi sull’Europa, uno degli equivoci più grandi è proprio la parola in sè. E non è colpa dell’Europa, beninteso. Semmai del fatto che “Europa” è un vocabolo ambiguo che si presta a una pluralità di interpretazioni e di significati. Quindi, la colpa è di chi approfitta di tale ambiguità semantica per inquinare i pozzi del dibattito. Ma facciamo un passo indietro, per capire meglio.

Le fallacie semantiche si hanno quando si impiega, nel discorso, un termine ambiguo oppure una frase interpretabile in più modi, magari contrapposti.

Per esempio, se dico che Giovanni adora la pesca, posso intendere almeno tre cose. Che a Giovanni piace il frutto “Prunus persica”, che Giovanni si diletta nell’esercizio della “pesca sportiva” finalizzata alla cattura di trote e affini o, ancora, che Giovanni è una persona altruista ed è contento se può dare una mano alla “pesca di beneficienza” della propria sagra parrocchiale. L’ambiguità può essere anche pertinente non già a una singola parola, ma al costrutto complessivo di una frase. Se apprendo – dalla locandina di un giornale – che “è stato investito un uomo con lo scooter”, può significare sia che un uomo è stato investito “da” uno scooter, sia che un uomo in scooter è stato investito da qualche altro veicolo.

Ebbene, nel caso del processo di unificazione europea, ci troviamo dinanzi a un’applicazione all’ennesima potenza di tale fallacia linguistica. Essa riguarda proprio il cuore stesso dell’impero, per così dire, o la madre di ogni discorso sull’Europa. E cioè la parola su cui quel dibattito si regge: Europa.

Ammesso che ci sia stato mai un dibattito serio, meditato e approfondito.

Cosa vuol dire Europa? È un termine univoco o equivoco? E se è equivoco, esso viene deliberatamente impiegato proprio per sfruttarne la sua capacità persuasiva fuorviante? Vi do subito le risposte così facciamo prima. “Europa” è un termine equivoco ed è scientemente impiegato per manipolare l’opinione pubblica.

Infatti, è oramai invalso nei dibattiti e anche negli scambi di battute, tra la gente comune, l’abitudine di chiamare “Europa” la “Unione europea” e di usare la locuzione “Europa” ogniqualvolta ci si riferisce a organi o enti o uffici o istituzioni dell’Unione europea.

Si parla comunemente di uscire o non uscire “dall’Europa”. Oppure si afferma (come già visto) che ce lo chiede “l’Europa” o, ancora, si evidenzia come “l’Europa ha bisogno di più poteri” o – immancabile – che ci vuole più “Europa”.

Ebbene, l’equivoco innescato dall’utilizzo indiscriminato del vocabolo “Europa” genera tutta una serie di ricadute.

Innanzitutto, la prima e la più grave consiste nell’effettuare una indebita commistione tra il continente europeo, la sua tradizione, i suoi abitanti, da un lato, e l’organismo transnazionale sorto per via di trattati intergovernativi e recante il nomen di “Unione europea”, dall’altro.

Le due cose sono molto diverse tra loro. Anzi, sono radicalmente opposte.

Un conto è l’Europa intesa come spazio geografico continentale, storicamente abitato da una pluralità di gruppi etnici e di differenti nazionalità, corrispondente grossomodo ai confini di quel lembo estremo del continente asiatico a cui è stata attribuita, da tempo immemore, la denominazione di Europa. Un altro conto è l’Unione europea quale costrutto giuridico-amministrativo nato con il Trattato di Maastricht stipulato il 7 febbraio del 1992 ed entrato in vigore, in Italia, il primo di novembre del 1993.

Molti cosiddetti “sovranisti” amano assai l’Europa intesa nel primo senso e detestano invece l’Unione europea. Le due cose possono benissimo andare di pari passo. Si può essere abitanti dell’Europa ed essere anche abbastanza orgogliosi di appartenere a un continente con una lunghissima storia: addirittura, la culla e la fucina della cosiddetta civiltà occidentale.

Nel contempo, si può ritenere folle il progetto di unificazione coatta di popoli, nazioni e Stati dalle tradizioni più diverse e la loro fusione in un crogiuolo indistinto di apparati burocratico-amministrativi. Un crogiuolo destinato a diventare, nelle intenzioni dei suoi architetti, un Superstato accentrato e dispotico dal nome di “Stati Uniti d’Europa”, baluardo della grande finanza internazionale e paladino, in primis, degli interessi di quest’ultima.

La fallacia di cui stiamo parlando ha l’effetto perverso di incenerire all’istante la elementare distinzione di cui sopra. L’Europa è diventata l’Unione europea. Dire Europa significa dire Unione europea. E viceversa. Con il risultato paradossale che anche persone sinceramente “europeiste”, finiscono bollate come “antieuropeiste” per il semplice fatto di essere accesamente contrarie all’Unione europea, ai suoi organi rappresentativi, alle sue regole idiote così come venute a consolidarsi.

Sottrarsi alle nefaste conseguenze di questa fallacia è di fondamentale importanza se vogliamo recuperare spazi di libertà, di espressione e di agibilità democratica.

Ci si può sentire europei e, tuttavia, odiare cordialmente la sovrastruttura giuridica e istituzionale che ha inchiavardato le singole sovranità nazionali; riducendo così gli stati dell’Unione a scolaretti tenuti a rispettare regole rigidissime a pena di severissime sanzioni. Non stiamo qui a tediarvi raccontandovi quali siano queste regole e quali le relative contravvenzioni.

Basti, tuttavia, por mente ad alcuni dettagli semantici rivelatori. Sapete come si chiama la procedura cui può essere sottoposto uno Stato membro della UE che non si adegua alle raccomandazioni della Commissione europea? Braccio correttivo. Proprio così: “braccio correttivo”, come la sezione speciale punitiva di un penitenziario destinato ai galeotti più cattivi e pericolosi.

Come già più volte evidenziato, l’Unione europea ha, letteralmente, fagocitato le potestà auto-decisionali di ciascuno Stato componente. Ha, in altri termini, depotenziato le nazioni appartenenti del requisito principale indispensabile per poter considerare, a pieno titolo, una comunità civica alla stregua di uno Stato: la sovranità.

In passato, questo tipo di soluzione tranchant, a danno di un Paese indipendente, la si otteneva soltanto per via di conquista militare, di occupazione territoriale, di annessione politica ad opera di un altro Stato invasore o di un Impero. Oggi, grazie all’impiego di sofisticate tecniche di manipolazione, si è pervenuti (quasi) allo stesso risultato per via pacifica. E l’idea che si sia davvero realizzato un colpo di Stato, anzi una molteplicità di singoli “colpetti di Stato” – tanti quanti sono (27) i componenti attuali della UE – non è il retaggio malato di complottismo di qualche mente deviata e populista. Lo dicono gli stessi artefici del progetto unionista. Lo ripetono quasi ogni giorno dagli schermi delle televisioni e attraverso il megafono dei media più diffusi: bisogna superare gli egoismi nazionali mediante “cessioni di sovranità”.

Le stesse cessioni che, per Mario Monti, costituivano il frutto proibito e allettante della crisi: la crisi – per il noto senatore a vita – comportava, per definizione, cessioni di sovranità.  Ancora, le stesse cessioni che ci condurranno, volenti o nolenti, a quella sovranità europea di cui ha parlato il presidente Mattarella.

Orbene, proprio la intrinseca natura del programma sotteso all’attuale Unione europea e agli Stati Uniti d’Europa che paiono oramai alle viste, dovrebbero renderci particolarmente sensibili e attenti alla fallacia di cui stiamo parlando.

Se accettiamo lo stratagemma retorico, subdolo e infingardo, di equiparare Unione europea ed Europa tout court ci convinceremo che è europeista solo chi è anche favorevole alla deriva anti-democratica odierna: in atto da quando la UE è nata e ha cominciato a consolidarsi con una marcia a tambur battente e a tappe forzate.

Se, invece, ci sottraiamo a questo giochino, se teniamo fermamente distinti tra loro i concetti di Europa e di UE, potremmo accorgerci di un fatto singolare: moltissimi cosiddetti “sovranisti” sono molto più europeisti degli aficionados della UE. Lo sono perché amano un’Europa fondata, soprattutto e in primo luogo, su libertà e democrazia dove trionfano sempre e comunque i valori della autonomia e indipendenza dei popoli. La autonomia e l’indipendenza dei singoli Stati appartenenti – se non altro per motivi geografici – al territorio europeo.

In definitiva, un’altra Europa è possibile. Per esempio, un’Europa composta da nazioni fieramente sovrane e tuttavia affratellate da un afflato solidaristico e di amicizia reciproca. Stiamo parlando di una comunità di Stati collaboranti tra loro, ispirati dall’ideale della pace e connessi da un comune senso di responsabilità rispetto ad alcuni grandi temi. Punto e a capo. Stati però gelosi, quanto al resto, della normale, sacrosanta, preziosa autonomia sovrana di cui essi sono già dotati in base alle rispettive costituzioni nazionali.

Vi sembra una cosa impossibile? Forse agli sventurati nati dopo Maastricht. Ma chiunque abbia avuto la fortuna di sperimentare l’Europa di quel bel dì, o chiunque si sia dato pena di studiarla su qualche serio libro di storia, sa benissimo che questa era la situazione creatasi nel secondo dopoguerra.

Vi ricordate come si chiamava la UE prima di chiamarsi UE? Comunità economica europea. Ed era nata in virtù dei Trattati di Parigi del 18 aprile 1951 (istitutivo della CECA) e di Roma del 25 marzo 1957 (istitutivo della CEE e dell’Euratom). Rapporti di collaborazione sinergica. Cosa impediva agli Stati europei di continuare su questo piano – per così dire, soft – di mutua cooperazione? Nulla. Ma qualcuno, lassù, la pensava in modo diverso. Voleva a tutti i costi arrivare a un obiettivo “imperiale” molto simile a quello coltivato da altri celebri dittatori della storia europea, come Napoleone e Hitler: soggiogare sotto un unico centro di comando i singoli staterelli continentali in modo da tenerli al guinzaglio di una briglia molto, molto corta. A beneficio di chi? Non certo dell’Europa o degli europei. Semmai di quella Unione europea che costituisce lo strumento per un governo dell’economia senza Stato. O, se preferite, per un governo “automatico” dell’economia senza fastidiose interferenze democratiche, e quindi popolari. Così da attribuire, di fatto, la governance economica, e dunque la governance delle stesse democrazie, a quelle entità trans-nazionali e sovra-statuali che rispondono agli interessi del grande capitale privato, della finanza speculativa e degli oligopoli conseguenti.

A tal proposito, amici miei, vi do una dritta. Una delle obiezioni preferite del “volpone” europeista è la seguente: “Eh, ma ti dimentichi la Dichiarazione Schuman!”. Di cosa si tratta? Del discorso con il quale il Ministro degli Esteri francese Robert Schuman, il 9 maggio 1950 (a partire dal 1985, la Festa dell’Europa si celebra, proprio per questo, in tale data), espose la propria idea di “Europa unita”. Esso rappresenterebbe la prova di come, fin da principio, il progetto europeo fosse dichiaratamente e pubblicamente indirizzato nel senso e nel verso di una unione politica.

Come rispondere? Semplice. Innanzitutto, il fatto che questo “nobile padre” vagheggiasse una missione non implica, automaticamente, che si trattasse anche di una missione “giusta”. Né, tantomeno, significa che i popoli condividessero le “illuminate” prospettive di Schuman. Ma – soprattutto, e in realtà – in quel documento non c’è scritto quanto gli unionisti pretendono; e cioè la “predizione” di una unione politica destinata, per ciò stesso, ad avverarsi: in ossequio al più classico meccanismo delle self fulfilling prophecy, ovverossia delle profezie che si autorealizzano.

Tale memorandum, semmai e piuttosto, certifica l’intenzione francese di arrivare a una sorta di direttorio franco-tedesco in grado di imporsi sul resto del continente. E ciò non solo “quaglia”, per una inquietante coincidenza (ovviamente non voluta) con l’obbiettivo imperiale di un Napoleone (francese) o di un Hitler (tedesco), ma è stranamente sovrapponibile alle intenzioni del Trattato di Aquisgrana siglato il 22 gennaio 2019 dalla Merkel e da Macron.

Morale della favola? Una volta che abbiano preso consapevolezza di ciò (dell’artificio retorico in esame), anche i sovranisti possono tornare a rivendicare un uso diverso, e non distorto, della parola “Europa” e di tutte le sue variegate declinazioni e aggettivazioni: europeo, europeista, europeismo.

Anzi, bisognerebbe addirittura cominciare a rimarcare, nei dibattiti e nei confronti dialettici pubblici, il fatto che la UE, intesa come struttura, non solo non è l’Europa, ma è quanto di più lontano e diverso possa esservi rispetto ai valori di democrazia, libertà, indipendenza che stanno alle radici della storia europea.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com


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