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Trump, la Groenlandia e la “Guerra Fredda” dei Data Center: quando l’AI cerca il gelo artico (e non paga la bolletta)
Non è solo geopolitica: spostare i data center nell’Artico abbatte i costi del 60%. Ma Trump avverte Big Tech: “Gli americani non pagheranno per la vostra energia”. Ecco chi vince e chi perde nella corsa al freddo.

Vi ricordate quando Donald Trump, durante il suo primo mandato, espresse il desiderio di “comprare la Groenlandia” e mezza stampa mondiale rise, trattandola come l’ennesima stravaganza immobiliare di un miliardario annoiato? Ebbene, ride bene chi ride ultimo. A distanza di qualche anno, e con un nuovo mandato alle porte, quella che sembrava una boutade si rivela per ciò che era realmente: una lucida, cinica e strategica visione geopolitica ed economica.
Non si tratta solo di orgoglio nazionale o di aggiungere una stella alla bandiera a stelle e strisce. La questione è molto più pragmatica e si gioca su tre tavoli: la sicurezza militare nell’Artico, il controllo delle terre rare e, sorpresa, la sopravvivenza termica dell’Intelligenza Artificiale. Perché, a quanto riportato da diverse fonti d’informazione, Trump avrebbe deciso di puntare sull’ocupazione della Groenlandia dopo un incontro con le Big Tech che avrebbero presentato un piano per la costruzione di data center sull’isola.
Il Grande Freddo: un frigorifero naturale per l’AI
Siamo onesti: l’Intelligenza Artificiale è energivora e, soprattutto, scalda. Scalda terribilmente. I chip di ultima generazione necessari per addestrare modelli come ChatGPT o Gemini trasformano l’elettricità in calore con una rapidità impressionante. Raffreddare questi mostri di silicio costa una fortuna. Qui entra in gioco la Groenlandia.
Il piano, che vede coinvolti ex funzionari dell’amministrazione Trump e società come GreenMet, è di una semplicità disarmante: spostare i data center dove fa freddo, molto freddo. Utilizzare l’aria artica per il raffreddamento naturale (il cosiddetto free cooling) permetterebbe di abbattere la bolletta energetica di queste infrastrutture mastodontiche fino al 60%.
Non stiamo parlando di teoria. Esiste già un progetto concreto a Kangerlussuaq: una prima installazione da 300 MW (per intenderci, il consumo di una città di medie dimensioni) con l’obiettivo di espandersi fino a 1,5 GW nel giro di un anno. L’alimentazione prevista è un mix ibrido iniziale con chiatte a GNL, in attesa di costruire una centrale idroelettrica dedicata. La Groenlandia si candida così a diventare il laboratorio più freddo e costoso del mondo, dove la geopolitica si fonde con i bit.
La geopolitica del ghiaccio: Terre Rare e missili
L’interesse per l’isola danese non è meramente logistico, ma è una questione di sicurezza nazionale. L’Artico è diventato un teatro di posizionamento aggressivo per Russia e Cina. Pechino si definisce ormai una “potenza quasi artica” e Mosca ha militarizzato gran parte della sua costa nord. Gli Stati Uniti hanno bisogno di quel “pezzo di terra” per monitorare le rotte polari, controllare i sottomarini avversari e mettere le mani sugli enormi giacimenti di terre rare che si celano sotto il ghiaccio, risorse fondamentali per l’industria bellica e tecnologica che Trump non vuole lasciare in mani cinesi.
Il conflitto interno: Trump contro Big Tech
Tuttavia, c’è un aspetto economico populista che non va sottovalutato. L’espansione dell’AI rischia di far saltare il banco della rete elettrica americana. Le previsioni indicano un aumento del 17% della domanda di picco entro il 2030. Chi paga per le nuove centrali e le nuove reti?
Trump è stato chiaro su Truth Social: “Non voglio che gli americani paghino bollette più alte a causa dei data center”. Qui emerge il paradosso: Trump è alleato dei tecnocrati della Silicon Valley, ma non può permettersi che l’inflazione energetica colpisca il suo elettorato. Come sottolinea l’analista John Strand, stiamo assistendo a un fenomeno di esternalità negative da manuale: le Big Tech costruiscono fabbriche di dati che consumano come acciaierie, ma i costi di adeguamento della rete elettrica rischiano di essere socializzati sulle bollette dei cittadini.
La Groenlandia quindi è l’unica soluzione possibile: li le centrali elettriche possono essere realizzate senza occupare terreni coltivabili e comunque non c’è problema a trovare correnti fredde per controllare la temperatura dei processori. I problemi tecnici sono però enormi: le centrali dovrebbero essere o a GNL (emissioni di CO2) o nucleari (con i realtivi problemi).
Inoltre costruire sul permafrost polare è una sfida piena d’incognite che non è detto sia vincente: questo terreno gelato è solido fino a che gelato, ma sottoposto a calore potrebbe perdere la propria consistenza e portare a cedimenti strutturale pesanti. Non è un’impresa impossibile, ma complessa, con risultati non semplici. In teoria la soluzione più sicura sarebbe mantenere il terreno sempre gelato.
Chi vince e chi perde nel “Progetto Groenlandia”
Se analizziamo questo complesso scacchiere artico, possiamo individuare chiaramente chi trae vantaggio da questa operazione e chi, invece, rischia di pagare il conto più salato:
- L’Amministrazione USA (Il Vincitore Strategico): Donald Trump porta a casa il risultato più pesante. Ottiene una presenza militare rafforzata in un’area critica come l’Artico, togliendo spazio di manovra a Russia e Cina. Inoltre, si assicura l’accesso diretto a giacimenti di terre rare essenziali per l’indipendenza tecnologica americana. Il rischio è limitato a qualche tensione diplomatica con la Danimarca e l’Europa, un prezzo che la Casa Bianca sembra disposta a pagare volentieri.
- Big Tech (Il Vincitore Economico, ma con rischi): Google, Meta e Amazon vedono nell’operazione un’opportunità d’oro. Spostando i server al freddo, tagliano i costi operativi in modo drastico (-60% sulla climatizzazione) e accedono a energia potenzialmente a basso costo. Tuttavia, la vittoria non è priva di incognite: costruire sul permafrost è una sfida ingegneristica enorme, la logistica è un incubo e il calore generato dai server rischia di sciogliere le fondamenta stesse su cui poggiano.
- Il Consumatore Americano (Il Soggetto da Proteggere): Sulla carta, il cittadino comune dovrebbe “vincere” la promessa di stabilità delle bollette. Trump si erge a difensore del potere d’acquisto, evitando che i costi dell’infrastruttura elettrica necessaria all’AI ricadano sulle famiglie. Ma se il piano fallisse, o se le Big Tech riuscissero a scaricare comunque i costi sulla rete nazionale, il consumatore sarebbe il vero perdente, costretto a finanziare indirettamente i profitti della Silicon Valley attraverso bollette gonfiate.
- La Groenlandia e la Danimarca (Vittoria di Pirro): L’isola riceverà investimenti massicci in infrastrutture, porti e centrali idroelettriche, creando lavoro e indotto. Tuttavia, il prezzo è una perdita di sovranità de facto. La Groenlandia rischia di diventare un protettorato tecnologico-militare americano, con un impatto ambientale significativo e una dipendenza totale dalle decisioni prese a Washington.
L’economia reale bussa alla porta del digitale
Costruire nell’Artico non è uno scherzo. Le stagioni edilizie sono corte e la fisica non fa sconti. Ma il progetto segnala un cambio di paradigma: l’era dell’energia infinita e a costo zero per il digitale è finita. La “nuvola” non è eterea: è fatta di cavi, cemento, chip e megawatt. Trump, con il suo pragmatismo brutale, ha capito che per mantenere la supremazia tecnologica serve l’hardware (la Groenlandia) e l’energia, ma ha anche capito che non può far pagare il conto all’elettore della Pennsylvania. Se la soluzione sia spostare tutto tra gli orsi polari o obbligare Big Tech a pagare le infrastrutture, lo vedremo presto. Di certo, la Groenlandia non è più solo ghiaccio: è il nuovo fronte caldo della guerra economica mondiale.







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