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Trump a Davos: il realismo brutale del “Capo” e la lezione all’Europa che affonda

Mentre i tecnocrati europei sorseggiano champagne discutendo di regolamentazioni climatiche che deindustrializzano il Vecchio Continente, a Davos è tornato l’Elefante nella cristalleria, ma . O meglio, il Leone. Donald Trump, 47° Presidente degli Stati Uniti, ha tenuto un discorso che non è solo una lista della spesa geopolitica, ma un manifesto di Realpolitik pura. Non giusto, a tratti sgradevole, ma realistico
Chi si aspettava un Trump “domato” dal secondo mandato si sbagliava di grosso. Quello che abbiamo visto sul palco del World Economic Forum è un leader nel pieno della sua potenza e, anche, della sua arroganza, forte di un’economia americana che corre (drogata da deficit keynesiani e deregolamentazione, certo, ma pur sempre in crescita) e che guarda un’Europa anemica con la pietà mista a disprezzo che il CEO di una multinazionale di successo riserva a una filiale in fallimento. Probabilmente, fosse per lui, griderebbe “You are fired” a molti leader europei.
Analizziamo il discorso di Trump non con le lenti deformanti del moralismo mainstream, ma con quelle del pragmatismo economico e strategico.
Ecco comunque il video completo:
La Groenlandia: Non un capriccio, ma l’Asset del Secolo
La stampa generalista si fermerà alle battute sull’acquisto dell’isola. Ma chi legge Scenarieconomici sa che bisogna guardare oltre. La Groenlandia non è un vezzo immobiliare: è il pivot geostrategico del XXI secolo. Trump lo ha detto chiaramente: “Vogliamo proteggere il mondo”. Tradotto dal “Trumpese”: l’Artico è la nuova frontiera dello scontro con Cina e Russia. Pechino si è definita “stato vicino all’Artico” e Mosca ha militarizzato la rotta del Nord.
- La visione strategica: Trump propone di costruire la “Greatest Golden Dome”, un sistema di difesa missilistica e di sorveglianza avanzata. Non è un sogno, è la Dottrina Monroe applicata al Polo Nord. Gli USA non possono permettere che un territorio così vasto e ricco di terre rare (fondamentali per la tecnologia) resti un vuoto geopolitico difeso solo simbolicamente dalla Danimarca.
- L’offerta: Trump offre investimenti massicci. È la classica mossa americana: Win-Win. Voi ci date la sovranità (o un controllo de facto totale), noi portiamo dollari, infrastrutture e sicurezza impenetrabile. L’alternativa? Lasciare che la Cina si compri l’isola pezzo per pezzo o che la Russia la minacci. Trump ha semplicemente detto ad alta voce ciò che il Pentagono pensa in silenzio da vent’anni. Niente invasione militare, ma alternativa fra cessione del controllo, e gratitudine, o diniego “e ce lo ricorderemo”.
La NATO: Basta “Scroccare”, il biglietto si paga
Sulla NATO, Trump non distrugge, ristruttura. Ha ricordato come, grazie alle sue pressioni, gli stati membri abbiano finalmente aperto il portafoglio. “Ho salvato la NATO”, ha tuonato: senza la sua minaccia di disimpegno anni fa, la Germania starebbe ancora spendendo l’1% del PIL in difesa, affidando la sua sicurezza interamente al contribuente americano.
Ora però alza l’asticella. Il legame tra Groenlandia e NATO è un discorso diretto e brutale. Il messaggio ai partner (o “clienti”, nella visione trumpiana) è semplice: La NATO serve alla sicurezza collettiva. La Groenlandia serve alla sicurezza collettiva (cioè, soprattutto, americana). Se voi europei bloccate l’acquisizione della Groenlandia, state bloccando la sicurezza. Ergo, la NATO non funziona. È un sillogismo brutale che mette l’Europa all’angolo: o si collabora sui grandi progetti strategici USA, o l’ombrello protettivo si chiude. Un accordo praticamente contrattuale più che politico che mette la NATO a rischio se non vi sarà un accordo sulla Groenlandia. La palla ora passa nel campo della Danimarca.
Trump è stato anche ingiusto, affermando che se ad essere sotto minacia fossero gli USA, gli altri paesi europei non accorrerebbero in suo aiuto, con questo dimenticando le vite di centinaia di soldati alleati sacrificati nelle guerre americane in Iraq e Afghanistan a cui gli europei avrebbero fatto volentieri a meno di partecipare. Qualcuno del suo entourage farebbe bene a ricordarglielo.
Keir Starmer e il “Grande Malato” britannico
Un passaggio che ha fatto gelare la sala è stato quello dedicato al Primo Ministro britannico, Keir Starmer. Trump non ha usato mezzi termini, inserendo il leader laburista nel calderone dei fallimenti europei. Mentre lodava i successi dell’economia USA (borsa ai massimi, disoccupazione ai minimi), ha indicato Starmer come l’esempio di ciò che non bisogna fare.
- L’attacco: Trump ha dipinto Starmer come un leader “molto impopolare” che sta gestendo il declino di una nazione un tempo grande. Ha citato le politiche “woke” e le tasse elevate del governo britannico come veleno per la crescita.
- Il confronto: Agli occhi di Trump, Starmer rappresenta l’élite globalista che piace a Davos ma che impoverisce la classe media. “Guardate i suoi numeri, guardate la loro economia”, ha detto, contrapponendo la deregolamentazione americana alla stagnazione britannica. Per Trump, Starmer è irrilevante perché non ha “leverage”, non ha leva economica. È solo un altro burocrate che gestisce il declino, mentre Trump costruisce cupole d’oro.
L’Europa e i Dazi: La sveglia necessaria
L’Europa è stata trattata non come un alleato paritario, ma come un mercato che necessita di una correzione. La minaccia di dazi (dal 10% al 25%) sugli paesi che ostacolano i piani USA sulla Groenlandia è la pistola sul tavolo. Ma c’è una visione di fondo più ampia: Trump vede l’Europa come un continente suicida.
“Non stanno andando nella direzione giusta”.
Ha ragione? Guardando i dati macroeconomici, è difficile dargli torto. Mentre gli USA innovano e spendono, l’UE si avvita in recessioni tecniche e vincoli di bilancio. I dazi di Trump potrebbero essere, paradossalmente, lo shock esogeno che costringerà Bruxelles a svegliarsi: o si crea un vero mercato interno potente e una difesa autonoma, o si finisce vassalli. Trump preferisce trattare con vassalli obbedienti o con competitor forti, non con alleati deboli e lamentosi.
Conclusioni: il Re è nudo e non vuole rivestirsi
In conclusione, cosa ci portiamo a casa da questo discorso?
- L’America First è sistemica: Non è una fase passeggera. Gli USA useranno la loro potenza economica e militare per ridisegnare la mappa delle risorse globali (Groenlandia inclusa).
- Il primato dell’economia reale: Trump misura il successo in posti di lavoro, PIL e missili, non in “soft power” o conferenze sul clima. E i mercati, cinicamente, sembrano dargli ragione.
- La fine dell’ipocrisia atlantica: L’era in cui l’Europa poteva criticare gli USA mentre si faceva proteggere gratis è finita.
Trump può non piacere per i toni, per l’arroganza, per lo stile da immobiliarista del Queens. Ma a Davos, in mezzo a tanti leader che recitano un copione stanco, lui è sembrato l’unico ad avere un piano preciso per il futuro della sua nazione, per qunto il suo discorso sia stato a braccio e, talvolta, ripetitivo.
Domande e risposte
Perché Trump insiste tanto sulla Groenlandia proprio ora?
La questione è duplice: risorse e strategia militare. Con lo scioglimento dei ghiacci (ironia della sorte), l’Artico diventa navigabile e le sue risorse accessibili. La Cina brama quelle terre rare e la Russia controlla già gran parte della costa artica. Trump, con pragmatismo imprenditoriale, vuole chiudere il “Gap GIUK” (Groenlandia-Islanda-UK) in modo definitivo, rendendo il Nord America una fortezza inespugnabile. Non è un capriccio, è la mossa preventiva di una superpotenza che vede arrivare la tempesta.
Cosa intende Trump quando attacca Keir Starmer?
Trump usa Starmer come “spaventapasseri” ideologico. Il premier britannico incarna tutto ciò che il MAGA detesta: socialismo fabiano, politicamente corretto, tasse alte e debolezza internazionale. Attaccando Starmer, Trump manda un messaggio all’elettorato americano (“Ecco cosa succede se votate a sinistra”) e avverte gli altri leader europei: se seguite quella strada di declino economico e sottomissione alle logiche “woke”, per l’America diventate irrilevanti o addirittura un peso.
I dazi minacciati sono davvero negativi per l’economia USA?
La teoria economica classica direbbe di sì (inflazione importata), ma nella “Trumponomics” i dazi sono un’arma tattica, non solo fiscale. Servono a forzare il “Reshoring” (il rientro delle aziende in patria) e a costringere le controparti a negoziare accordi migliori. Finora, l’economia USA ha mostrato una resilienza sorprendente a queste misure, grazie a un mercato interno fortissimo e all’indipendenza energetica. Trump scommette che l’Europa abbia più bisogno del mercato USA di quanto gli USA abbiano bisogno dell’Europa.







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