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Conti pubblici

TO TAX OR NOT TO TAX

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Pare che, di riffa o di raffa, chi ha una casa o un’impresa, dopo avere scampato il pericolo di essere arrotato dal camion dell’Imu, finirà triturato dal treno di un’altra salva di imposte dai nomi fantasiosi. In questo campo è facile dire cose gradite. Basta imprecare contro il governo e ricordare quanto guadagnano e quanto prendono di pensione i politici e le persone importanti nel nostro Paese. Basta sottolineare che il peso del fisco è insopportabile, che la nazione è in depressione e che la disoccupazione è tragica. Tutte cose vere. E però, anche a non avere simpatia per la compita democristianeria di Enrico Letta, a queste constatazioni si possono contrapporre considerazioni altrettanto vere. Dal momento che anche a Palazzo Chigi sanno come la pensano gli italiani, se potessero diminuire le tasse invece di aumentarle, se potessero esonerare la casa, i negozi (che chiudono) e i capannoni da tutti i pesi fiscali che li opprimono, forse che non lo farebbero? Forse che i soldi che ci chiedono se li mettono in tasca? Forse che non sanno quanto li renda impopolari tutto questo parlare che si fa di tasse, contributi, imposte, accise e prelievi di sangue? Se dunque si comportano come si comportano è da pensare che ciò facciano perché costretti da un’ineludibile necessità. E rimane solo da chiedersi quale sia e se sia veramente “ineludibile”.

L’Italia ha vissuto per decenni al di sopra dei propri mezzi, facendo debiti. Si pensi ai membri di una famiglia che per anni ed anni abbiano goduto di un certo tenore di vita e ad un certo punto si vedano chiedere di abbassarlo notevolmente: la resistenza è naturale. Ognuno reputa in perfetta buona fede che quello che ha sempre avuto sia stato un suo diritto, rimanga un suo diritto e non possa essere né eliminato né ridotto. Lo stesso per l’Italia. Noi teniamo talmente ai vantaggi cui siamo stati abituati che non permettiamo assolutamente che lo Stato ce ne privi. Solo che, per non privarcene, l’erario o fa nuovi debiti o ci tassa di più. Ma per quanto riguarda i debiti abbiamo un doppio stop. Da un lato ci siamo impegnati con l’Unione Europea a non sforare un deficit del 3% del pil, dall’altro – avendo già un debito di oltre 2.030 miliardi, in aumento per giunta – c’è il pericolo che i creditori si allarmino e non comprino più i nostri titoli. Ciò provocherebbe il nostro default e il crollo del sistema economico europeo. Dunque il governo è nella tenaglia di una necessità “giuridica” (sostenuta anche dalle promesse di eventuale aiuto) da un lato, e da una necessità economica dall’altro.
Infatti la nostra depressione è drammatica, non se ne intravede la fine e tuttavia allo Stato non rimane che tassarci di più. Rischiando di uccidere la pecora invece di tosarla. E poiché tutto ciò somiglia ad un incubo, rimane da vedere se sia proprio necessario usare l’aggettivo “ineludibile”.

Qui la risposta si fa difficilissima. Indubbiamente, se ci fosse un modo facile di svalutare drammaticamente, di uscire dall’euro e di ripartire da zero, è quello che faremmo. Ma, a parte il fatto che questo programma somiglia ad un’apocalisse, il diavolo si nasconde nei particolari. Come uscire dall’euro? In accordo con l’Unione Europea o contro di essa? E che ne sarebbe del nostro debito? E quali le conseguenze sulle nostre importazioni, sui nostri salari, su tutta l’economia nazionale? Chi pagherebbe il conto più pesante? Quale sarebbe la situazione del Paese, dopo una simile decisione? In quanti anni ci riprenderemmo? È probabilmente per questi interrogativi che a Palazzo Chigi sono in buona fede, convinti che la situazione attuale, con tutti i suoi guai, sia migliore di quella che avremmo cercando di uscire dall’impasse. Ma hanno ragione?

Il dubbio non riguarda solo noi. Non è soltanto l’Italia ad essere incastrata fra la padella e la brace, lo sono anche altri Paesi europei importanti, a partire dalla Spagna e dalla stessa Francia. La politica economica di Berlino – asse portante dell’Eurozona – è stata recentemente accusata da Washington di essere all’origine della depressione continentale. Gli americani hanno ragione? Nessuno può dirlo, però l’ipotesi che l’attuale politica economica europea sia sbagliata non è una semplice sciocchezza, se la fa anche il Presidente Obama. E ovviamente non per sua personale ed estemporanea iniziativa.
Il problema dell’Italia e dell’Eurozona è l’attuale modello economico sbagliato, che nessuno vuole modificare. Solo il futuro ci dirà se lo si potrà mantenere ancora a lungo, o se una crisi scioglierà con un doloroso colpo di spada un nodo che si credeva insolubile.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it


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