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Sulla TAV occorre essere pragmatici. Con una buona dose di buon senso (le soluzioni di Becchi e Palma)

Una soluzione sulla TAV c’è, e l’abbiamo proposta su Libero di ieri. Articolo che riproponiamo di seguito.

Ma prima vorremmo porre l’accento su 4 aspetti che paiono non essere considerati dalle forze in campo:

1) non c’è nessuna urgenza che i lavori riprendano nell’immediatezza. Il Presidente del Consiglio deve pur avere il tempo di ridiscutere con la Francia alcune questioni strutturali sul prosieguo dei lavori e sul cercare soluzioni diverse in merito alla struttura stessa dell’Alta Velocità (modificare tragitti, gallerie, tunnel e quant’altro, nell’ottica di quanto previsto dal “contratto di governo”). Ma questo non significa dire NO alla TAV, anzi, significa cercare soluzioni condivise con la Francia, che finora è quella che ci ha messo meno denaro. Occorre ridiscutere alla pari, ma i bandi non devono essere fermati. Sbaglia infatti Di Maio quando dice che i bandi di lunedì non sono importanti;

2)  Già, i bandi. Lunedì 11 marzo il Telt (Tunnel Euralpin Lyon Turin) dovrà sbloccare 2,5 miliardi di euro per il tunnel, pena la perdita di 300 milioni di fondi europei. Bene. Li sblocchi. Il fatto che i lavori non riprendano adesso bensì dopo le europee (come abbiamo consigliato), non vuol dire affatto che dobbiamo perdere quei soldi. È in ogni caso denaro che verrà impiegato alla ripresa dei lavori dopo le elezioni di maggio. Un tempo sufficiente per trovare una diversa soluzione strutturale al tunnel e all’intera impostazione dell’Alta Velocità. I lavori sono lì da decenni, non saranno certo 3-4 mesi di rinvio a far crollare il mondo;

3) Mettere fretta al M5S sul punto è un errore politico. Di Maio & Co., con il loro 32,7% ottenuto il 4 marzo scorso, hanno concesso alla Lega (che alle politiche ha ottenuto il 17,4%) tutto quello che Salvini ha chiesto: zero sbarchi, decreto sicurezza, quota100, legittima difesa etc. Ora Matteo non può pretendere da Luigi un sì alla TAV in pochi giorni senza ridiscutere tutto quello che il M5S ha chiesto in merito ai lavori (sempre nell’ottica di quanto previsto dal “contratto di governo”). Su questo Salvini deve essere scaltro ed evitare a tutti i costi una crisi di governo, anche perché ad avvantaggiarsene sarebbero soprattutto Berlusconi e il Pd. Senza neppure la sicurezza che si torni a votare visto che il M5S potrebbe creare un’alleanza di governo col Pd di Zingaretti;

4) le penali. Ne abbiamo parlato ieri, e qui di seguito ne troverete un’argomentazione dettagliata. In buona sostanza le penali non dobbiamo pagarle adesso. Se i lavori riprendessero dopo le europee, al governo conviene farsi trascinare in causa e discutere lì tutti gli aspetti. Alle imprese converrà mollare il mazzo e accordarsi con lo Stato, anche perché il quantum delle penali riguarda solo i contratti firmati finora (del valore di circa 1,3 miliardi di euro) e non quelli futuri. Ad oggi, qualora lo Stato dovesse pagare tutte le penali, dovrebbe tirare fuori “solo” 400 milioni di euro e non 4,2 miliardi come paventa qualcuno.  Una differenza molto importante che va considerata. Insomma, sulle penali, alla fine della fiera a perderci potrebbe non essere lo Stato bensì le imprese.

Paolo Becchi e Giuseppe Palma

***

Qui di seguito il nostro articolo su Libero di ieri:

Tav o non Tav, questo è il problema. E non è certo un grattacapo di poco conto perché le due forze di governo, sull’argomento, sono su posizioni opposte. Da un lato la Lega che vede nell’alta velocità Torino-Lione un’occasione di sviluppo economico da portare a compimento, dall’altro il M5S che ha fatto sua la battaglia No-Tav, un ricordo delle origini.  Salvini ha dalla sua il mondo produttivo del Paese che non gli perdonerebbe una resa sull’alta velocità, Di Maio ha invece schierati con sé tutti gli abitanti della zona che si vedono devastare un territorio da un’opera che ritengono non solo inutile, ma dannosa. E poi ci sono le penali da pagare, anche perché il promotore pubblico responsabile della realizzazione e della gestione della futura linea ferroviaria Torino-Lione (Telt – Tunnel Euralpin Lyon Turin), l’11 marzo li dovrà sbloccare 2,5 miliardi di euro per il tunnel, pena la perdita di 300 milioni di fondi europei.

Partiamo da una considerazione politica.  La Lega, col suo 17,4% conquistato il 4 marzo dello scorso anno, ha finora ottenuto dall’alleato di governo tutto quello che voleva: decreto sicurezza, pugno duro sull’immigrazione, quota100, il voto contrario all’autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini e in questi giorni anche la legittima difesa. Insomma, col minimo sforzo Salvini ha capitalizzato al massimo le sue battaglie. Può, adesso, pretendere dal M5S una resa incondizionata anche sulla Tav?  Il 4 marzo dello scorso anno il Movimento avevano ottenuto il 32,7% dei voti, un aspetto che al tavolo delle trattative non può non essere ignorato. E come può il M5s presentarsi alle europee calando le brache sulla Tav?

Tutto sembrava dovesse risolversi nella riunione notturna tra Conte, Di Maio e Salvini di ieri  e invece l’intesa non è stata trovata (quantomeno per il momento) perché il M5S non può abdicare su due piedi anche su questo tema, in un momento piuttosto delicato, a causa di evidenti tensioni interne. Un cedimento di Di Maio anche sulla Tav avrebbe ora forti ripercussioni interne e esterne. Questo spiega il suo irrigidimento: non riuscirebbe a tenere i suoi se accettasse anche la Tav, subito dopo  aver mandato giù con difficoltà il boccone della legittima difesa.

Che fare allora? Una soluzione – a nostro avviso – ci sarebbe. Rinviare il problema a dopo le elezioni europee quando molto probabilmente i rapporti di forza saranno cambiati e si dovranno ridiscutere diverse cose anche del benedetto contratto di governo e tra queste potrebbe rientrare anche la Tav.

Resta però un problema di non poco conto, cioè il pagamento delle penali che – nella peggiore delle ipotesi – ammonterebbero a 4,2 miliardi di euro. Una cifra considerevole ma tutta da dimostrare, infatti il Ministero dei Trasporti ha già fatto sapere che le penali oggi vigenti – previste nella forbice tra il 10 ed il 30% – non vanno calcolate sull’intero importo occorrente al completamento dell’opera ma solo sui contratti effettivamente in essere, che ad oggi ammontano a circa 1,3 miliardi. Quindi le penali, allo stato attuale, non supererebbero la somma di 400 milioni di euro.  Il Ministero – va dato atto – giuridicamente non ha torto. Una pretesa di pagamento deriva da un’obbligazione scaturente da un contratto già esistente, cioè regolarmente sottoscritto dalle parti, e non da contratti che sarebbero sottoscritti in futuro qualora l’opera fosse completata.

È vero però che le imprese possono sin da subito mettere in mora lo Stato chiedendo il pagamento delle penali per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione dei lavori. Ma il governo potrebbe rifiutarsi di pagare subito e farsi trascinare in causa. Una volta dinanzi al Tribunale o all’organismo arbitrale nascerebbe una vertenza piuttosto lunga che verterebbe non solo sul quantum della cifra esatta delle penali, ma anche su altre questioni che l’esecutivo potrebbe sollevare. La cosa durerebbe per certo sin dopo le elezioni europee e allora una decisione favorevole alla Tav potrebbe essere “metabolizzata” anche dal M5S, nell’ambito di una revisione complessiva del programma di governo.  E già, ma le penali?

Per evitare lungaggini e costi esorbitanti di cause, consulenze tecniche e impugnazioni (il cui anticipo spetta a chi fa causa), alle imprese converrà trattare la rinuncia al pagamento delle penali in cambio del completamento dei lavori, una decisione che il governo prenderebbe comunque dopo le elezioni di maggio. A quel punto, un’azienda che avanza dallo Stato miliardi di euro a fronte della maggior somma scaturente dal completamento di un’opera pubblica, non si mette di certo a fare le pulci sulle penali.

Il Telt potrà dunque sbloccare la tranche da 2,5 miliardi già l’11 marzo, senza quindi perdere i fondi europei, ma il governo dovrebbe  riservarsi di valutare la ripresa dei lavori a partire da giugno. La Tav alla fine si farà, forse con qualche piccolo ritocco, forse dopo una consultazione popolare,  ma sono cose che non si possono risolvere in fretta e in pochi giorni,  ora ci vuole una tregua.

Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero di ieri, 8 marzo 2019


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