Attualità
Spread Btp- Bund a 62 punti, sotto quello della Francia e mai cosi basso da 18 anni

Anche stamattina ottime notizie dal fronte spread, anche se la cosa ormai sembra non fare piu notizia, si registra l’ennesimo calo del differenziale tra i bund italiani e quelli tedeschi. Lo spread Btp-Bund che ieri è sceso a 62,8 punti base, nuovo minimo da quasi diciotto anni, cadenzando un nuovo passaggio simbolico e sostanziale per i mercati finanziari italiani. Il differenziale, storicamente percepito come termometro del rischio sovrano, si colloca oggi sotto quello francese (70 punti) e non lontano dai livelli spagnoli (43 punti), ridisegnando la geografia del rischio nell’area euro. Difficile non vedere in questa nuova discesa un premio per la manovra di bilancio appena varata e per la stabilità di un governo come quello italiano ormai considerato come uno dei più autorevoli in tutta Europa.
Il movimento è accompagnato da un rendimento del Btp decennale al 3,47%, contro il 2,84% del Bund tedesco. La compressione non è solo frutto di acquisti sui titoli italiani, ma anche di un contesto europeo in cui i rendimenti “core” restano elevati per effetto di politiche fiscali più espansive e di un nuovo equilibrio tra debito pubblico e sicurezza geopolitica.
Prima dell’insediamento del ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti e del governo Meloni, nell’ottobre del 2022, il differenziale era 251 punti base, il gap «fra i titoli di stato francesi (Oat) e i Btp italiani che già ad agosto aveva iniziato ad assottigliarsi, si è azzerato» spiega una nota del Mef, «un effetto visibile e misurabile del lavoro responsabile svolto dall’esecutivo in questi primi 3 anni». Le promozioni in serie delle principali agenzie di rating sono state la naturale conseguenza di questo trend virtuoso. E sono già molti gli osservatori che prevedono a breve nuove promozioni per un rating, che, a detta degli esperti, non sarebbe assolutamente adeguato alla situazione dei conti pubblici italiani.
Grande soddisfazioni per i risultati raggiunti, sono stati espressi dal Mef in una nota “Dal 2022 al 2025 lo spread ha rappresentato un indicatore chiave della solidità italiana, con benefici evidenti per imprese, famiglie e finanza”. Negli ultimi tre anni, sottolineano ancora da via XX Settembre, “il differenziale di rendimento tra i titoli di stato decennali italiani (Btp) e quelli tedeschi (Bund), considerati un punto di riferimento per l’affidabilità di un Paese, ha accompagnato l’Italia in un triennio di consolidamento economico, con ricadute favorevoli su tutti i principali attori del sistema”.
Con un debito superiore ai 3.000 miliardi (circa 135% del PIL), la riduzione dello spread non cambia la dimensione dello stock, ma abbassa il costo marginale del rifinanziamento. «Tutti fattori sono visti positivamente dai mercati e dalle agenzie di rating che hanno premiato la traiettoria di crescita e consolidamento fiscale del Paese» prosegue il Mef che ricorda i vari upgrade di S&P, Moody’s, Fitch, DBRS, Scope e KBRA.
Dall’inizio del 2024 ad oggi, continua la nota del Ministero, “lo spread si è mosso in un contesto di relativa tranquillità, riflettendo una maggiore fiducia degli investitori nella solidità economica dell’Italia e nelle sue politiche finanziarie. Lo spread, infatti, ha mantenuto una relativa stabilità e si è mantenuto su valori inferiori rispetto ai livelli visti durante i periodi di massima tensione. Ciò è stato possibile grazie ai segnali di una crescita economica stabile dell’Italia e all’attenzione del governo al contenimento del debito e al rispetto delle regole di bilancio europee”.
Ogni 10 punti base in meno sul costo medio delle nuove emissioni si traducono, a regime, in circa 3 miliardi di minori interessi cumulati nel medio periodo. A livelli di spread attuali, il Tesoro riesce a collocare titoli decennali a costi inferiori di oltre 120 pb rispetto al 2022, riducendo la pressione sulla spesa per interessi in un momento di rallentamento ciclico.
La compressione dello spread offre margini di manovra tattici sul deficit, in particolare per sterilizzare misure una tantum o sostenere investimenti pubblici. Ma i mercati stanno premiando l’Italia oltre per un allentamento fiscale, anche per una percezione di maggiore stabilità e prevedibilità.
In questo senso, lo spread basso è una condizione necessaria ma non sufficiente: un peggioramento strutturale dei saldi di bilancio verrebbe riflesso nei rendimenti, soprattutto in un contesto in cui la BCE non agisce più come acquirente netto di titoli sovrani.
Il calo del differenziale non segnala pressioni inflazionistiche. Al contrario, riflette aspettative di inflazione sotto controllo nell’area euro, una BCE vicina a un ciclo di allentamento graduale, e una domanda per i titoli italiani sempre più assimilata a quella dei “semi-core”.
Il rendimento reale dei Btp resta positivo, suggerendo che il mercato non sta prezzando un ritorno a politiche monetarie ultra-espansive, ma una normalizzazione ordinata.
L’Italia oggi paga meno della Francia in termini relativi, mentre la Spagna resta il benchmark dei Paesi “ex periferici”. Il messaggio dei mercati è chiaro: il rischio non è più valutato solo sulla dimensione del debito, ma sulla credibilità istituzionale, sulla durata media del debito e sulla resilienza macro.










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