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Soldi “gratis” e caos sociale: il caso Alaska smonta un pregiudizio duro a morire
Un decennio di dati dall’Alaska smentisce i critici dei sussidi: distribuire contanti a tutta la popolazione non aumenta incidenti, morti o caos sociale. Lo studio della NYU che riapre il dibattito sul reddito universale.

Il dibattito sui trasferimenti monetari diretti, che si tratti di Reddito di Base Universale (UBI) o di altre forme di sostegno al reddito, è da sempre polarizzato. Da un lato ci sono i sostenitori del sostegno alla domanda aggregata, convinti che mettere denaro in tasca ai cittadini sia il modo più efficiente per stimolare l’economia e garantire dignità. Dall’altro si schiera la nutrita schiera dei “moralizzatori” economici, secondo i quali distribuire contanti senza vincoli (i cosiddetti no-strings-attached) porterebbe inevitabilmente al disastro sociale: spese dissolute in alcol e droghe, comportamenti irresponsabili e un generale aumento del caos.
Ebbene, la realtà dei dati sembra aver dato una sonora lezione ai pregiudizi. Un nuovo, massiccio studio condotto dalla New York University (NYU), in collaborazione con la UCSF School of Medicine, ha analizzato quello che è forse il più grande esperimento naturale al mondo in questo campo: il Permanent Fund Dividend (PFD) dell’Alaska. La conclusione? Dare soldi alla gente non crea il caos, non aumenta gli incidenti e non porta a una scia di morte.
L’esperimento Alaska: un laboratorio a cielo aperto
Per chi non lo sapesse, l’Alaska rappresenta un caso unico, quasi un sogno proibito per ogni economista che vuole studiare il comportamento economico. Dal 1982, lo Stato distribuisce a ogni singolo residente (bambini inclusi) un assegno annuale, finanziato dai proventi delle royalties petrolifere. Non si tratta di un sussidio di disoccupazione o di una misura contro la povertà selettiva, ma di un diritto universale.
Le cifre non sono simboliche: l’importo varia ogni anno, oscillando solitamente tra i 1.000 e i 2.000 dollari a persona. La distribuzione avviene in un’unica soluzione, generalmente in autunno. Questo crea uno scenario perfetto per i ricercatori: un’iniezione di liquidità massiccia, simultanea e prevedibile su un’intera popolazione.
Se le teorie dei critici fossero fondate, i giorni successivi al “Pay Day” dell’Alaska dovrebbero assomigliare a un bollettino di guerra, con ospedali intasati da traumi dovuti ad abusi o comportamenti spericolati. Ma i dati dicono altro.
Lo studio: 11 anni sotto la lente d’ingrandimento
La ricerca, pubblicata sull‘American Journal of Epidemiology, ha adottato un approccio rigoroso, analizzando un arco temporale di ben undici anni, dal 2009 al 2019.
Il team, guidato dalla sociologa della NYU Sarah Cowan e che ha visto la partecipazione dell’ex Chief Medical Officer dell’Alaska Anne Zink, ha incrociato due enormi database:
- Il Registro dei Traumi dell’Alaska, che traccia tutte le lesioni gravi trattate negli ospedali.
- Le Statistiche Vitali, che registrano tutti i decessi.
L’obiettivo era verificare due ipotesi “catastrofiche”:
- Che i tassi di lesioni traumatiche aumentassero nei giorni successivi all’incasso dell’assegno.
- Che i tassi di mortalità (in particolare per cause non naturali come incidenti, omicidi o suicidi) subissero un’impennata.
Si voleva valutare se, nei giorni successivi, i comportamenti fossero talmente erratici e strani da portare a un aumento degli incidenti. I risultati sono stati tranquillizzanti.
I risultati: la noiosa stabilità dei dati
I risultati sono stati tanto chiari quanto deludenti per i detrattori dei sussidi diretti. Ecco cosa è emerso dall’analisi dei numeri:
- Nessun picco di traumi: Nei giorni e nelle settimane immediatamente successivi al pagamento, non si è registrato alcun aumento statisticamente significativo delle lesioni gravi.
- Mortalità invariata: Non c’è stata alcuna evidenza di un aumento dei decessi, né per cause generali né per cause “innaturali” (spesso legate all’abuso di sostanze).
- Uniformità geografica: Il dato è coerente sia nelle zone rurali che nelle aree urbane come Anchorage e Fairbanks, che per demografia e struttura assomigliano a molte città di medie dimensioni degli Stati Uniti continentali.
Per facilitare la comprensione della portata dello studio, riassumiamo i dati chiave nella seguente tabella:
| Parametro Analizzato | Dettagli dello Studio | Risultato Post-Pagamento |
| Periodo | 2009 – 2019 (11 anni) | – |
| Campione Traumi | 36.556 casi ospedalieri | Nessuna variazione significativa |
| Campione Decessi | 43.170 certificati di morte | Nessuna variazione significativa |
| Finestra Temporale | 7 giorni e 30 giorni dopo il bonifico | Trend stabili |
| Tipologia Erogazione | ~$1.500 medi (annuali, universali) | Nessun impatto negativo sulla salute pubblica |
Perché è importante per l’economia e la politica
Questo studio si distingue dai precedenti per la sua ampiezza e per il fatto di coprire l’intera popolazione, non solo fasce marginali. Alcune ricerche passate avevano dato risultati contrastanti, ma spesso si basavano su campioni limitati o finestre temporali ristrette. Qui abbiamo un decennio di dati su un’intera popolazione statale.
La dottoressa Anne Zink, co-autrice dello studio, ha sottolineato un punto cruciale: “Come medico d’urgenza temevo che il PFD annuale portasse a danni immediati, ma i dati a livello di popolazione mostrano che non c’è associazione temporale tra il trasferimento di denaro e l’aumento di traumi o mortalità”.
In termini economici, questo smonta la narrazione paternalistica secondo cui il cittadino medio, o peggio quello a basso reddito, sia incapace di gestire un surplus di liquidità senza farsi del male. La “follia da spesa” che porta al pronto soccorso semplicemente non esiste nei dati. Esiste invece un sostegno al reddito che, come dimostrato da altri studi citati dagli autori, è uno strumento efficace per ridurre la povertà.
Razionalità contro pregiudizio
Le critiche ai trasferimenti monetari (che spesso sentiamo ripetere anche in Italia contro ogni forma di sussidio) si basano sovente su aneddoti o su una visione pessimistica della natura umana, piuttosto che su evidenze empiriche.
Lo studio dell’Alaska ci dice una cosa semplice: le paure sono infondate. Quando le famiglie ricevono denaro, tendono a usarlo per le loro necessità, non per distruggersi. Certo, l’Alaska è un caso specifico con una sua cultura, e la cifra non è eccessiva, ma il fatto che i risultati tengano anche nelle aree urbane suggerisce che queste conclusioni siano esportabili.
In un’epoca in cui si ridiscutono i meccanismi di welfare e si guarda con interesse (o orrore, a seconda della scuola di pensiero) all’idea di reddito universale, sapere che l’iniezione di liquidità non si traduce in costi sanitari aggiuntivi o perdite di vite umane è un dato macroeconomico fondamentale. Forse è tempo di trattare i cittadini come agenti economici razionali, e non come bambini da tutelare dai propri portafogli.







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