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Siria, svolta storica: i Curdi cedono i grandi pozzi petroliferi e si integrano nello Stato. La Pace benedetta da USA e Turchia terrà?
Siria: svolta storica, i Curdi cedono il petrolio e si uniscono all’Esercito. Pace fatta? Accordo storico a Damasco: le SDF lasciano i pozzi petroliferi e si integrano nello Stato. Plauso di USA e Turchia per la fine della guerra civile.

È la fine di un’era, o forse l’inizio di quella normalizzazione che il Medio Oriente attende da oltre un decennio. Le forze curde hanno completato il ritiro dal più grande giacimento petrolifero della Siria, segnando il passo decisivo nell’accordo di cessate il fuoco siglato con il governo siriano. Una mossa che, al di là della retorica diplomatica, sposta gli equilibri economici reali del Paese: le risorse tornano al centro.
Dopo giorni di intensi combattimenti, che hanno visto le forze governative avanzare verso nord-est catturando snodi chiave, Damasco e le Forze Democratiche Siriane (SDF) a guida curda hanno optato per il pragmatismo. Non più guerra aperta, ma integrazione.
L’accordo: petrolio e divise comuni
Il cuore dell’intesa non è solo militare, ma squisitamente economico e amministrativo. Come parte del cessate il fuoco globale, le SDF non verranno sciolte nel nulla, ma saranno integrate nelle istituzioni militari e statali siriane. Un passaggio che sancisce la fine dell’esperimento autonomista totale, in cambio di una legittimazione all’interno del nuovo assetto nazionale.
Il Presidente siriano Ahmed al-Sharaa ha confermato che l’accordo permetterà alle istituzioni statali di riaffermare il controllo su tre governatorati strategici, fino a ieri roccaforti curde:
- Al-Hasakah
- Deir Ezzor
- Raqqa
Non è un dettaglio da poco. In queste aree si concentra la quasi totalità della ricchezza petrolifera siriana. Per 14 anni questi pozzi sono passati di mano in mano, finanziando milizie, terrorismo e resistenze. Ora tornano sotto l’egida di Damasco. «Speriamo che la Siria ponga fine al suo stato di divisione e passi a uno stato di unità e progresso», ha dichiarato al-Sharaa dopo la firma. Un auspicio che, con i barili di petrolio sotto controllo statale, ha basi decisamente più solide.
La benedizione di Washington e Ankara
L’aspetto più interessante, per chi osserva le dinamiche geopolitiche con occhio disincantato, è la reazione degli attori esterni. Gli Stati Uniti, storici sponsor dei curdi, non gridano al tradimento, anzi. Tom Barrack, inviato speciale USA per la Siria, ha lodato l’accordo definendolo un percorso verso una “Siria unificata”.
C’è un cambio di paradigma evidente nelle parole di Barrack: «Il presidente al-Sharaa ha affermato che i curdi sono parte integrante della Siria». Washington guarda con favore all’integrazione del suo “partner storico” nella lotta all’ISIS all’interno delle forze del nuovo governo, che diventa così, di fatto, un membro della coalizione globale contro il terrorismo.
Anche la Turchia, che non ha mai nascosto il suo sostegno al presidente al-Sharaa, definisce l’accordo una «svolta storica». Per Ankara, vedere le SDF disarmare le pretese separatiste per integrarsi in uno stato amico è il miglior scenario possibile.
In sintesi: il petrolio torna a Damasco, i curdi entrano nell’esercito regolare, USA e Turchia applaudono. Sembra che il realismo politico, alla fine, abbia prevalso sulle divisioni ideologiche. Resta da vedere se l’integrazione sul campo sarà fluida come quella sulla carta, ma i presupposti economici per la stabilità ora ci sono tutti.
Domande e risposte
Qual è l’importanza economica del ritiro curdo dai giacimenti?
Il ritiro è fondamentale perché restituisce allo Stato centrale il controllo delle principali risorse energetiche del Paese (situate a Deir Ezzor e Al-Hasakah). Dopo 14 anni di guerra, la Siria ha bisogno dei proventi del petrolio per finanziare la ricostruzione e stabilizzare la valuta. Senza il controllo di questi asset, qualsiasi governo a Damasco resterebbe economicamente paralizzato e dipendente dagli aiuti esteri. È il carburante necessario, letteralmente e metaforicamente, per la ripartenza della macchina statale.
Cosa succede ora alle forze curde (SDF)?
Le SDF non scompaiono né vengono sconfitte militarmente in senso classico. L’accordo prevede la loro integrazione nelle istituzioni militari e statali siriane. Questo significa che i combattenti curdi diventeranno parte dell’esercito regolare o delle forze di sicurezza nazionali. È una soluzione di compromesso: i curdi perdono l’autonomia totale e il controllo esclusivo del territorio, ma ottengono legittimità, stipendi statali e garanzie di sicurezza, evitando un conflitto sanguinoso contro un esercito governativo in avanzata e sostenuto dalla Turchia.
Perché gli USA e la Turchia sostengono questo accordo?
È un trionfo della Realpolitik. Per la Turchia, l’integrazione delle SDF nello stato siriano elimina la minaccia di un’entità curda autonoma e armata ai suoi confini. Per gli Stati Uniti, l’accordo permette di stabilizzare la regione e mantenere l’influenza attraverso il nuovo governo unificato, assicurando che la lotta all’ISIS continui con forze regolari. Washington trasforma così un potenziale problema (l’abbandono dei curdi) in una soluzione diplomatica (l’unificazione della Siria), potendo così ridurre il proprio impegno militare diretto.








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