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Sicurezza energetica: Perché l’Italia non può ancora dire addio al Carbone
Gas bloccato e rischio blackout: perché l’Italia è costretta a riaccendere le centrali a carbone per salvare le bollette.

In un mondo ideale, il 31 dicembre 2025 avrebbe dovuto segnare la fine dell’era del carbone in Italia. Le ciminiere di Torrevaldaliga Nord a Civitavecchia e di Brindisi Sud (Cerano) avrebbero dovuto smettere definitivamente di fumare, segnando il passaggio verso un futuro dominato dal gas e dalle rinnovabili. Tuttavia, la realtà geopolitica del 2026 ha costretto il Governo a una brusca inversione di marcia: con un emendamento strategico, il termine del phase-out è stato ufficialmente spostato al 31 dicembre 2038.
Una scelta di realismo geopolitico
La decisione non nasce da un desiderio di inquinare, ma da una necessità di sopravvivenza del sistema elettrico nazionale. Mentre le due centrali sarde di Fiumesanto e Portoscuso continuano il loro percorso specifico legato all’insularità, il destino dei giganti di Civitavecchia e Brindisi è strettamente legato alla stabilità dei flussi di gas internazionali.
Il fattore scatenante di questa proroga è l’instabilità nel Medio Oriente, culminata con la chiusura simbolica e parziale dello Stretto di Hormuz. Questo braccio di mare è il “collo della bottiglia” attraverso cui passa circa il 20% del gas naturale liquefatto (GNL) mondiale. Con le forniture dal Golfo Persico in serio dubbio e i prezzi del gas pronti a schizzare verso l’alto, affidarsi esclusivamente al metano per la produzione elettrica sarebbe un azzardo imperdonabile per la sicurezza nazionale. Il Giappone ha preso una decisione simile sul carbone.
La funzione di “Paracadute” di Torrevaldaliga e Brindisi
Mantenere operative, o in regime di “riserva fredda”, queste centrali garantisce all’Italia un’autonomia fondamentale.
- Torrevaldaliga Nord (1.980 MW): Rappresenta il polmone energetico del Centro Italia e del Lazio. Senza la sua capacità produttiva, un eventuale calo nella pressione dei gasdotti metterebbe a rischio la stabilità della rete nella capitale.
- Brindisi Sud (2.640 MW): Con i suoi quattro gruppi di generazione, è una delle centrali più potenti d’Europa. La sua posizione strategica nel Mezzogiorno funge da bilanciere per l’intero sistema elettrico nazionale.
In un momento in cui le rotte del gas sono minacciate, il carbone — pur con i suoi limiti ambientali — offre un vantaggio inestimabile: è una materia prima facile da stoccare, meno soggetta ai ricatti geopolitici dei gasdotti e acquistabile da una platea diversificata di fornitori globali.
Verso il 2038: un Ponte, non un ritorno al Passato
La proroga al 2038 non deve essere letta come una rinuncia alla transizione ecologica, ma come la costruzione di un “ponte” più solido. L’obiettivo rimane quello di riconvertire questi siti in poli di energia pulita, idrogeno e logistica avanzata. Tuttavia, la crisi di Hormuz ci ha ricordato che la transizione deve essere sicura.
Riattivare o mantenere in stand-by il carbone significa proteggere le industrie e le famiglie italiane dai blackout e dai rincari energetici insostenibili. In questo scenario di guerra fredda energetica, la pragmatica decisione di conservare il carbone si rivela non solo opportuna, ma essenziale per la sovranità nazionale.







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