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Seul rompe le righe: il distacco dagli USA, l’occhiolino a Pechino e la grande incognita Trump
Seul abbandona i caccia americani e giapponesi nel Mar Giallo e protesta contro il Pentagono. Il nuovo governo progressista punta a sganciarsi da Washington per non irritare la Cina, ma l’asse economico con la Casa Bianca rischia ora di saltare.

I bombardieri strategici americani B-52H Stratofortress sono tornati a solcare i cieli dell’Asia Orientale, scortati dai caccia intercettori giapponesi. Fin qui, ordinaria amministrazione per chi osserva le dinamiche del Pacifico. La vera notizia, tuttavia, risiede nel rombo dei motori che non si è sentito. La Corea del Sud ha disertato clamorosamente le esercitazioni congiunte del 16 e 18 febbraio, optando per un’assenza strategica che fa molto rumore nei corridoi del Pentagono. E Seul non si è limitata a disertare, ma ha persino alzato la voce contro l’alleato storico.
Il quadro geopolitico nella Prima Catena di Isole sta mutando con una rapidità impressionante, guidato dalla nuova amministrazione progressista sudcoreana di Lee Jae-myung. L’idea di un blocco monolitico a guida statunitense, pronto a contenere l’espansionismo cinese, sembra scricchiolare sotto i colpi di una “diplomazia pragmatica” che somiglia sempre più a un vero e proprio smarcamento tattico.
Le esercitazioni della discordia e l’incidente nel Mar Giallo
Per comprendere la gravità della frattura, occorre analizzare nel dettaglio la natura delle ultime operazioni militari. Tra il 16 e il 18 febbraio, gli Stati Uniti hanno dispiegato assetti strategici pesanti, facendo decollare i B-52H dalla base di Andersen, sull’isola di Guam. Il piano originario di Washington prevedeva una massiccia esercitazione trilaterale, un segnale inequivocabile di deterrenza integrata. Invece, i bombardieri americani si sono trovati a volare sul Mar Cinese Orientale e sul Mar del Giappone scortati esclusivamente dagli F-15 e dagli F-2 della Koku Jieitai (la Forza Aerea di Autodifesa Giapponese).

Un caccia F 2 della Koku Jieitai (Japan Air Self-Defense Force) (U.S. Air Force photo by Staff Sgt. Devin M. Rumbaugh)
Il governo Lee ha declinato l’invito formale, temendo le inevitabili ritorsioni diplomatiche di Pechino. Ma la tensione è esplosa letteralmente in volo il 18 febbraio, quando i jet statunitensi, supportati da caccia F-16 appartenenti alle Forze USA in Corea (USFK), si sono spinti a ridosso della Zona di Identificazione Aerea cinese (CADIZ) nel delicatissimo quadrante del Mar Giallo. La reazione di Pechino è stata immediata: scramble dei caccia cinesi e conseguente stallo ad alta quota con i velivoli americani.
La reazione della Corea del Sud non si è fatta attendere, ma il bersaglio delle ire di Seul non è stata la Cina. Il Ministro della Difesa sudcoreano, Ahn Gyu-back, affiancato dal Capo di Stato Maggiore Jin Young-sung, ha formalmente protestato al telefono con il comandante delle USFK, il Generale Xavier Brunson. L’accusa mossa agli americani è pesante: non aver informato preventivamente Seul su operazioni militari condotte a due passi da casa e focalizzate esplicitamente sul contenimento cinese, con il rischio concreto di trascinare la penisola in un conflitto regionale non desiderato.
Il nuovo ruolo delle Forze USA e l’ossessione per la “Difesa Indipendente”
Questo episodio evidenzia un silente, ma drastico, cambio di dottrina da parte del Pentagono. Le forze americane stazionate in Corea del Sud non sono più viste esclusivamente come un deterrente statico contro le intemperanze di Pyongyang, ma come una pedina di “flessibilità strategica” in chiave anti-cinese. Un’evoluzione logica dal punto di vista americano, ma considerata politicamente tossica dall’attuale esecutivo di Seul.
Non si può analizzare questa svolta senza guardare al drammatico contesto interno. Il 19 febbraio, l’ex presidente conservatore Yoon Suk-yeol è stato condannato all’ergastolo per l’insurrezione legata al grottesco tentativo di imporre la legge marziale nel dicembre 2024. L’amministrazione progressista di Lee Jae-myung non si sta limitando a governare, ma sta smantellando in modo sistematico l’eredità del suo predecessore. Se Yoon aveva scommesso la propria presidenza su un allineamento incondizionato con Washington e Tokyo contro il blocco sino-russo-nordcoreano, Lee sta percorrendo la strada opposta.
Il 20 febbraio, in un duro discorso alle accademie militari unificate, il Presidente Lee ha criticato aspramente la “mentalità dipendente” delle forze armate, definendo l’idea che la Corea non possa difendersi da sola una “percezione obsoleta da consegnare al museo del passato”. La priorità assoluta di Seul oggi è l’OPCON (Operational Control), ovvero il trasferimento formale e definitivo del comando operativo in tempo di guerra dagli USA alla Corea del Sud. Riprendere il controllo totale del proprio esercito significa, nella logica di Lee, assicurarsi che Washington non usi la penisola come trampolino di lancio per difendere Taiwan.
A questo si aggiunge la decisione, annunciata il 18 febbraio dal Ministero dell’Unificazione, di ripristinare unilateralmente le restrizioni dell‘accordo militare “9.19” del 2018 con la Corea del Nord. Questa mossa riattiva la no-fly zone sul confine e depotenzia gravemente le capacità di ricognizione alleate. Un azzardo tattico che Seul considera un ramoscello d’ulivo verso Pyongyang e verso la Cina, ma che il Pentagono osserva con crescente allarme.
Tabelle di confronto: Il cambio di paradigma a Seul
| Parametro Strategico | Era Yoon Suk-yeol (Conservatore) | Era Lee Jae-myung (Progressista) |
| Esercitazioni Congiunte | Piena partecipazione trilaterale (USA-JAP-ROK) | Rifiuto, limitazione ad assetti bilaterali difensivi |
| Posizione sulla Cina | Contenimento attivo nella First Island Chain | Bilanciamento, rifiuto di manovre provocatorie |
| Accordo Militare “9.19” | Sospeso per incrementare la sorveglianza (ISR) | Ripristinato, riduzione della sorveglianza al confine |
| Ruolo USFK | Asset integrato contro minacce regionali | Relegato rigorosamente alla difesa anti-Nord |
L’elefante nella stanza: I rapporti con Trump e il rischio economico
Questo netto posizionamento sudcoreano apre un fronte di assoluta incertezza nei rapporti con la Casa Bianca di Donald Trump. Finora, le relazioni tra la nuova amministrazione americana e il governo Lee sembravano reggere su un precario, ma funzionale, equilibrio economico. Accordi commerciali, rassicurazioni sui dazi e investimenti infrastrutturali hanno fatto da collante, ma la geopolitica, specialmente per questa Casa Bianca, non si fa solo con i fogli di calcolo.
Cosa accadrà quando Washington, storicamente insofferente verso gli alleati che non contribuiscono in pieno allo sforzo strategico comune, realizzerà che Seul si sta sfilando dal contenimento cinese per flirtare con Pechino?
Donald Trump è un presidente squisitamente transazionale: protegge chi paga e chi si allinea. La riluttanza della Corea del Sud a operare nel Mar Giallo, unita alla protesta ufficiale contro i generali americani, rischia di far percepire Seul non più come un partner affidabile, ma come un free rider della sicurezza asiatica. Se il governo Lee insisterà in questa “autonomia strategica”, frammentando il fronte alleato proprio mentre l’asse Cina-Russia-Corea del Nord marcia compatto, le tensioni militari finiranno inesorabilmente per contagiare l’economia.
È pura miopia strategica pensare che si possano mantenere floridi scambi e corsie preferenziali sui dazi con gli Stati Uniti, mentre si boicotta l’architettura di sicurezza che il Pentagono sta faticosamente costruendo nel Pacifico. Washington osserva, annota le assenze alle esercitazioni e, come la storia recente insegna, prima o poi presenta il conto.







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