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Euro crisis

Sapir: Lettera a François Hollande “uscire dalla camicia di forza dell’euro”

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Il prof. Jacques Sapir ha scritto una lettera aperta diretta al proprio presidente François Hollande (con un’analisi e un’esortazione che ricordano quelle rivolte dall’inglese Pritchard al premier italiano Renzi). Gli ultimi dati economici mostrano che la crisi è ancora in corso, e non finirà finché non sarà rimossa la causa fondamentale del disfacimento economico e politico dell’Europa: l’euro. È inutile e vile criticare l’austerità senza parlare di smantellamento della moneta unica, e in politica la viltà non paga.
 

 

di Jacques Sapir – 14 agosto 2014
 
Signor Presidente della Repubblica,
 
Il nostro paese sta assistendo da diversi anni ad una profonda crisi che non cessa di aggravarsi. Gli ultimi disastrosi dati dell’INSEE lo confermano. Con una crescita dello 0% nel primo semestre dell’anno, la situazione è oggettivamente grave. Questa crisi non scomparirà finché non verranno prese le necessarie decisioni nella direzione giusta. Le cifre che abbiamo visto smentiscono le varie dichiarazioni sue e del suo governo, che si sono susseguite fin dal 2012. Non c’è alcuna inversione di marcia nella curva della disoccupazione, e lei passerà alla storia come l’Hoover francese, che ad ogni bivio si aspetta di vedere la crescita. Dobbiamo riconoscere la verità.

La Francia è oggi sull’orlo della deflazione, e quest’ultima causerà una recessione ancora più profonda, con ancora più disoccupazione e più miseria per la popolazione. Questa crisi ha anche delle importanti conseguenze politiche. Essa limita progressivamente i suoi margini di manovra politica. Oltre a questo, l’impopolarità che la colpisce, e che non è affatto immeritata, mette in discussione la sua legittimità e la sua capacità di mantenere la carica presidenziale.

Il risultato di errori sia strategici che tattici

 
Questa crisi è in parte la conseguenza di errori che sono stati commessi tanto dal governo di François Fillon, quanto da quello di Jean-Marc Ayrault e a questo punto anche da quello di Manuel Valls. Prima c’era solo un errore strategico, ed era quello di aver creduto di poter ridurre il deficit in una situazione di bassa crescita e di inflazione calante. Solo la combinazione di crescita e di inflazione lo permetterebbe. Lei lo sa (o lo dovrebbe sapere). Il debito si riduce quando il deficit (in percentuale del PIL nominale) è inferiore all’aumento del PIL nominale stesso. Allo stesso modo, un forte aumento della crescita nominale porta automaticamente maggiori entrate fiscali, e questo permette di ridurre il deficit di bilancio. Guardate i numeri: il deficit si attesterà ad almeno il 4% del PIL nell’anno 2014. Con una inflazione dell’ordine dello 0,5% e una crescita reale dell’ordine dello 0,5% (per essere ottimisti) si dovrebbe ridurre la spesa pubblica del 3% del PIL per poter raggiungere la stabilizzazione del debito. Lo shock recessivo che ne risulterebbe sarebbe la morte per l’economia francese.
 
Questo errore strategico si è abbinato ad un errore tattico. La convinzione che il calo della spesa pubblica netta, ottenuta sia aumentando i prelievi fiscali che tagliando le spese sociali, non avrebbe avuto un impatto sulla crescita è stato un errore. Questo errore deriva dalla sottostima del moltiplicatore della spesa pubblica, che si riteneva fosse dell’ordine dello 0,5, mentre in realtà a quel tempo era compreso tra 1,4 e 1,6. Un errore conseguente, che è stato fatto da François Fillon come, a suo tempo, da Alain Juppé, è stato di non capire che la diminuzione di pensioni e salari avrebbe spinto le famiglie a risparmiare di più e quindi a consumare di meno, con un impatto negativo sulla crescita. Questi tre livelli d’errore hanno pesato fortemente sulla congiuntura economica della Francia dal 2011.
 
Di fronte alla tragedia che ci tiene legati, lei pensa di trovare una soluzione nel far saltare la regola, inclusa nel Trattato di Maasticht, del limite del deficit al 3%. Se lo fa, vorrà dire che il peso del debito, già elevato oggi, continuerà a crescere rapidamente. È un espediente di breve durata, signor Presidente! Un giorno o l’altro verremo raggiunti dalla realtà. Questo avrà inoltre delle profonde conseguenze sul funzionamento dell’Unione Europea. Se lei non lo fa, e se i nostri partner, stanchi dei continui tentennamenti dei vari governi francesi, non rimetteranno in discussione questa regola, Lei resterà politicamente isolato. Cosa resta, dunque, delle speranze generate dalla sua elezione, della sua volontà di riunire tutti i paesi del Sud dell’Europa? In realtà lei ha rovinato tutto nel momento in cui ha accettato di firmare, aggiungendo solo un codicillo ridicolo, il Patto di Stabilità. Signor Presidente, in politica la mancanza di coraggio si paga pesantemente.
 

La camicia di forza dell’euro

 
Ma la situazione attuale è radicata, in realtà, anche dentro cause più profonde, e in primis nell’unione economica e monetaria, la cosiddetta “eurozona”. L’eurozona costringe tutti i paesi ad avere lo stesso tasso di inflazione. Tuttavia le condizioni strutturali dell’economia francese fanno sì che essa abbia un determinato tasso d’inflazione “naturale” – altrimenti detto tasso d’inflazione compatibile con la piena occupazione dei fattori produttivi – ed esso è superiore a quello dell’economia tedesca. Infatti in pochi anni si è stabilito un importante divario di competitività tra i due paesi. Oltre a ciò, il tasso di cambio dell’euro va bene alla Germania ma non alla Francia. Se la Francia vuole avere un tasso d’inflazione identico a quello tedesco, deve accettare di avere una crescita assai inferiore alla sua “crescita potenziale”. Tuttavia, ciò comporta scarsi investimenti e di conseguenza una perdita di competitività, che in questo caso sarebbe dovuta al mancato progresso tecnico e non più solo al livello dei prezzi. Inoltre è chiaro che le relazioni tra Francia e Germania sono destinate a deteriorarsi, dato che i due paesi hanno necessità opposte in materia di politica economica, e anche demografica. La Germania, avendo una popolazione in diminuzione, può anche permettersi una crescita debole. Il PIL pro-capite aumenterà sempre più rapidamente del PIL. Per la Francia, se si vuole che il PIL pro-capite aumenti, si dovrà avere una forte crescita. L’imcompatibilità delle esigenze di politica economica di questi due paesi condannano l’eurozona, oppure condannano un paese a subire la politica dell’altro. Questa situazione porta con sé il rischio di nuovi conflitti in Europa. Lei, che spesso parla con enfasi alle commemorazioni del centesimo anniversario della guerra del 1914-1918, questo dovrebbe saperlo. L’euro uccide la Francia, ma ucciderà anche l’Europa.
 
Di tutto ciò lei era informato fin dall’estate del 2012. Ma ha creduto possibile giocare d’astuzia mentre i problemi richiedevano decisione e coraggio. Ancora una volta, in politica, la mancanza di coraggio è stata pagata pesantemente.
 

Guardi in faccia la realtà

 
Siamo di fronte alla questione essenziale: si deve rimanere nell’eurozona? Il solo argomento che le resta è di tipo politico. Lei sostiene che la fine dell’euro significherebbe la fine dell’Unione Europea. Ma l’UE sta già morendo davanti ai nostri occhi. Dov’era lei quando si doveva intervenire in Mali? Dov’era quando si trattava di dare un aiuto militare decisivo alla regione autonoma del Kurdistan? Ci ritroviamo soli come sempre, o con degli alleati che non hanno nulla a che fare con l’UE, quando si devono gestire queste crisi. Nel frattempo, per fare fronte a queste crisi le nostre forze diminuiscono, e ciò soprattutto a causa dell’impatto dell’euro, ma anche a causa delle politiche che sono state fatte per – come si dice – “salvare” l’eurozona. La nostra economia è in declino, la nostra industria collassa. Le nostre forze armate sono in uno stato di tragica deprivazione. Signor Presidente, lei deve guardare in faccia la realtà. Anche se è sgradevole, anche se alcune cose su cui lei aveva investito molto ora si rivelano sbagliate, Lei non può evitare di fare un esame di coscienza. Lei ha voluto la posizione nella quale ora si trova. Ci ha lavorato per anni, per raggiungerla. La fortuna è venuta in aiuto dell’ambizione, e lei è stato eletto Presidente della Repubblica. Questa posizione implica, e anche esige, di liberarsi dei rami secchi della propria ideologia.
 

Scelte radicali

 
Signor Presidente, la gravità della situazione esige da parte sua degli atti importanti, degli atti decisivi. Lei deve riconoscere che il governo Valls è un fallimento, e trarne le conseguenze. Lei deve, soprattutto, mettere immediatamente la Germania di fronte alle sue responsabilità. Nessun paese può, all’interno di un’unione economica e monetaria, avere un avanzo strutturale come quello tedesco. Si deve dunque uscire dall’eurozona, e prendere atto che la soluzione più probabile è che alla fine la Francia esca. Non usciremo da soli. Appena sarà dato l’annuncio della nostra uscita, e questo si può fare piuttosto rapidamente, come lei sa bene, anche l’Italia, la Spagna, il Portogallo e il Belgio annunceranno di volerci imitare. La Grecia seguirà rapidamente. La rottura dell’eurozona renderà possibile per la Francia far sentire nuovamente la propria voce. Un accordo di co-fluttuazione dei tassi di cambio potrà essere firmato con alcuni paesi. La svalutazione che seguirà, tanto verso la zona del dollaro quanto verso la Germania, restituirà all’economia francese le forze necessarie per affrontare le sfide del 21° secolo.
 
Signor Presidente, è ancora possibile riprendere il controllo, ma non rimane molto tempo. A lei la scelta. Deve nominare un nuovo governo, e soprattutto un nuovo Primo Ministro, un uomo deciso ma anche di esperienza, poi deve prendere la decisione di mettere la Germania di fronte alla realtà, e uscire dall’euro. Con questo gesto lei può diventare il leader dell’Europa meridionale. In alternativa, per evitare il declino nel quale lei sprofonda ogni giorno di più, dovrebbe riconoscere il fallimento e dimettersi. Ci vuole una certa statura per prendersi la responsabilità del fallimento conseguito dal maggio 2012 ad oggi. Ma sappia, in ogni caso, che se non farà né l’una cosa né l’altra, si condannerà a un’impopolarità ogni giorno più grande, a una perdita di legittimità ogni giorno più profonda – che mina la sua funzione e, attraverso di essa, la stessa Repubblica – e nel migliore dei casi, ad una fuga tra i fischi.
 
Voglia accettare, signor Presidente della Repubblica, l’espressione dei miei sentimenti più tristi, ma fieramente repubblicani.
 
Jacques SAPIR

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