Economia
Ritorno al baratto: l’Iran scambia petrolio con cibo per aggirare le sanzioni, ma il vero nodo è il blocco fisico navale
Come funziona il nuovo schema di baratto “petrolio in cambio di cibo” ideato dall’Iran per aggirare le sanzioni USA, mentre Trump e Netanyahu preparano la stretta finale sulle rotte marittime.
Nell’era dell’alta finanza, delle valute digitali e dei derivati complessi, la dura realtà della geopolitica costringe talvolta le nazioni a riscoprire gli strumenti economici più antichi della storia umana. Quando le sanzioni internazionali chiudono i rubinetti del sistema finanziario globale, la moneta fiat perde il suo potere e si torna inevitabilmente ai fondamentali dell’economia reale: lo scambio di beni fisici. È esattamente questa la strada intrapresa dall’Iran, che si trova oggi costretto a istituzionalizzare un sistema di baratto su vasta scala per garantire la propria sopravvivenza economica e sociale.
La nuova economia di Teheran: greggio in cambio di grano
Il Ministro dell’Agricoltura iraniano, Gholamreza Nouri Ghezeljeh, ha delineato un quadro da economia di guerra. A partire dal prossimo anno, il governo di Teheran permetterà agli importatori di beni di prima necessità di ricevere e vendere direttamente carichi di petrolio. L’obiettivo è finanziare le importazioni essenziali, come grano, medicinali e mangimi per animali, bypassando completamente il sistema bancario internazionale in dollari.
Sotto un profilo prettamente economico, la mossa è una risposta logica, per quanto disperata, a uno shock esogeno asimmetrico causato dalle sanzioni statunitensi. I numeri, seppur modesti rispetto al mercato globale, indicano una tendenza in forte accelerazione: il tetto per le operazioni di baratto è stato innalzato da 1 a 1,5 miliardi di dollari entro la fine di quest’anno. Per l’anno prossimo, la quota destinata all’importazione di alimenti e mangimi subirà un ulteriore incremento.
Il governo iraniano ha deciso di modificare radicalmente l’architettura di questo scambio, cercando di ridurre le inefficienze di un sistema già di per sé farraginoso. Bisogna vedere quanti commercianti di grano o di materie prime alimentari saranno in grado di creare una struttura che comprenda la vendita del petrolio.
| Caratteristica | Vecchio Schema di Baratto | Nuovo Schema Operativo |
| Attori principali | Trader petroliferi e intermediari finanziari | Importatori diretti di beni agricoli e di base |
| Flusso operativo | Il Ministero del Petrolio cede greggio ai trader, che lo vendono e finanziano terzi per l’import | Il Ministero dell’Agricoltura presenta gli importatori al Ministero del Petrolio per ricevere direttamente il greggio |
| Efficienza logistica | Bassa (doppia intermediazione e alti costi di commissione) | Migliorata (si tenta di accorciare la filiera commerciale) |
| Rischio sanzioni | Concentrato sui broker petroliferi noti | Distribuito su una nuova rete di attori commerciali |
Trasformare un importatore di cereali in un improvvisato broker petrolifero non è un’operazione priva di costi occulti. Significa dover piazzare greggio su mercati grigi, applicando forti sconti per ingolosire acquirenti disposti a sfidare le sanzioni di Washington.
La morsa di Washington e il “Massimo Pressione” 2.0
Mentre l’Iran cerca scappatoie commerciali, l’asse tra Washington e Tel Aviv si fa sempre più serrato. Durante un recente vertice alla Casa Bianca, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno concordato un rilancio in grande stile della campagna di “massima pressione” puntando proprio sul petrolio.
Il vero bersaglio di questa strategia, ancor prima dell’Iran, è la Cina. Pechino assorbe oggi oltre l’80% delle esportazioni di greggio iraniano, fornendo a Teheran quell’ossigeno finanziario essenziale per mantenere a galla l’economia statale. Un recente ordine esecutivo firmato da Trump fornisce al Dipartimento di Stato e a quello del Commercio un’arma letale: la possibilità di imporre dazi fino al 25% sui Paesi che continuano a fare affari con la Repubblica Islamica. L’appoggio di Pechino a Teheran è tale che Pechino ha donato un modello del caccia di quinta generazione J-20, a significare la propria disponibilità generale.
La risposta cinese non si è fatta attendere, ribadendo che la cooperazione bilaterale nel quadro del diritto internazionale deve essere rispettata. Tuttavia, la minaccia di dazi incrociati rischia di complicare ulteriormente le già fragili relazioni sino-americane, trasformando l’Iran nell’epicentro di una nuova potenziale guerra commerciale globale.
Diplomazia parallela e scetticismo diffuso
L’approccio statunitense procede su due binari che appaiono paralleli, ma che rischiano di collidere. Da un lato c’è il pugno di ferro economico e un visibile rafforzamento militare nel Medio Oriente; dall’altro, c’è un tentativo di dialogo.
Trump e Netanyahu concordano sull’obiettivo finale, ovvero impedire a Teheran di dotarsi di un arsenale nucleare, ma divergono nettamente sul metodo. Se il leader israeliano ritiene impossibile qualsiasi accordo affidabile con l’Iran, l’inquilino della Casa Bianca ha adottato un approccio più pragmatico: “Vediamo se è possibile. Facciamo un tentativo”. A guidare questi flebili negoziati a Ginevra, mediati dall’Oman, sono stati incaricati Steve Witkoff e Jared Kushner. Tuttavia, i diplomatici statunitensi restano profondamente realisti, valutando quasi a zero le probabilità che le parti possano accettare le rispettive richieste fondamentali.
Il problema per l’Iran è come inviare il Petrolio evitando il blocco navale. Immagine illustrativa AI
Il vero ostacolo per l’Iran: il blocco fisico
Nonostante l’ingegnosità finanziaria di Teheran e l’espansione dello schema di baratto, il vero tallone d’Achille della strategia iraniana non risiede nei fogli di calcolo o nei divieti bancari. Come sottolineato da molti analisti tecnici, il problema insormontabile sarà il blocco fisico.
Per esportare petrolio e importare grano non bastano accordi commerciali informali, ma servono navi, porti e rotte sicure. L’Iran si affida da tempo a una “flotta ombra” di vecchie petroliere che navigano con i transponder spenti per eludere i controlli. Ma se gli Stati Uniti e i loro alleati decidessero di passare da un embargo prettamente finanziario a un blocco navale de facto, intensificando le ispezioni fisiche e i sequestri nei colli di bottiglia marittimi, lo schema del baratto collasserebbe immediatamente. L’esempio del Venezuela è stato molto chiaro, in proposito.
Nessun importatore di grano può operare se le petroliere vengono fisicamente intercettate prima di raggiungere i porti asiatici. È sui mari, molto più che nelle stanze di compensazione bancaria, che si deciderà il futuro economico dell’Iran.
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