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REPUTAZIONE E CORRUZIONE (di Paolo Becchi)

Pubblichiamo con piacere il testo dell’intervento che il prof. Paolo Becchi avrebbe dovuto tenere a un convegno organizzato dalla Facoltà di Economia di Pavia giovedì 28 maggio scorso   http://news.unipv.it/?p=4107

L’invito alla partecipazione è stato disdetto pochi giorni prima, poiché alcuni relatori hanno manifestato il loro disappunto per la presenza del prof. Paolo Becchi considerata “persona non gradita”.

 

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Spesso oggi quando parliamo di corruzione facciamo immediatamente riferimento alle dinamiche dei sistemi politici, vale a dire a quel fenomeno che va sotto il nome di corruzione politica. Prima di soffermarmi su di esso vorrei però prendere le mosse da una considerazione più generale.

La corruzione è un fenomeno che in realtà investe pratiche sociali diversissime. Qualche esempio. L’attaccante di una squadra di calcio può essere corrotto facendo sì che non segni e che la squadra perda; il giudice può essere corrotto favorendo con la sua sentenza una parte; l’imprenditore può essere influenzato a vendere la sua azienda non al miglior offerente ma a chi gli assicura benefici extracontrattuali. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi, non ci sono aspetti della vita associata immuni dalla corruzione. Anche un professore universitario potrebbe attribuire il posto da assistente messo a concorso non al più bravo fra i concorrenti, ma a chi è disposto a garantirgli particolari vantaggi che possono essere non solo di natura economica.

Che cosa contraddistingue l’atto o attività oggetto di corruzione in quanto tale? A ben vedere ci troviamo sempre di fronte alla violazione di un obbligo da parte di un soggetto chiamato a prendere una decisione influenzato da un altro soggetto. Garzón Valdés ne ha dato questa definizione, parlando di «violazione limitata di un obbligo da parte di uno o più decisori con l’obiettivo di ottenere un beneficio personale extraposizionale dal soggetto corruttore in cambio della concessione di benefici per il soggetto corrotto o estorto che superano i costi della corruzione, del pagamento o del servizio estorto»[1]. Ma forse alcuni esempi ci aiutano meglio a capire la questione. L’attaccante è corrotto affinché non adempia all’obbligo di far vincere la sua squadra; il giudice affinché violi l’obbligo di giudicare in modo imparziale; l’imprenditore affinché non rispetti l’obbligo di vendere al miglior offerente; il professore affinché venga meno all’obbligo di far vincere il candidato migliore. Violando l’obbligo corruttore e corrotto hanno entrambi ottenuto un beneficio, senza per questo voler in generale mettere in discussione le regole del gioco. Si sono semplicemente comportarti come free-riders: da un lato aderendo in modo formale al sistema, dall’altro cercando di ottenere quei benefici che il sistema in quanto tale non è in grado di offrire. Gli attori hanno agito in modo corrotto nella speranza che i benefici conseguiti superassero i costi. Volevano massimizzare i loro interessi personali, sperando di non essere scoperti e di subire le relative sanzioni.

Insomma, “hanno fatto i furbi”, sperando di farla franca. Se non vengono scoperti il gioco può continuare, se invece vengono beccati succede qualcosa che travalica il mero calcolo “costi/benefici”. Infatti, a parte i guai giudiziari cui i corrotti vanno incontro, la società oggi reagisce duramente (e spesso molto più sul corrotto che sul corruttore). Quale squadra di calcio assumerà un attaccante che si è comportato così slealmente nei confronti dei suoi compagni di gioco? Ancora più della punizione in questo caso è la stigmatizzazione sociale del comportamento sleale a costituire il miglior disincentivo per la pratica corruttiva. La persona che si è fatta corrompere perde lo status sociale che aveva, perde la faccia, e se intende ricostruire una sua immagine lo potrà eventualmente fare cambiando lavoro. Il corrotto, una volta scoperto, ha perso la sua reputazione individuale e non sarà facile per lui riacquistarla. Forse sbaglio, ma ho l’impressione che sia proprio questo rischio di mettere a repentaglio la propria reputazione a far sì che la corruzione fra privati nelle nostre società sia ancora un fatto piuttosto occasionale. Non tutte le domeniche troviamo attaccanti disposti a commettere un “illecito sportivo”, indipendentemente dal fatto che esso possa essere qualificato anche come “illecito penale”. Allo stesso modo è piuttosto infrequente trovare professori che al posto di bravi ricercatori assumano come assistenti belle ragazze. Da un punto di vista socio-psicologico si potrebbe concludere che le motivazioni che possono spingere alla corruzione sono tenute di solito a freno da quel sentimento di lealtà che contribuisce a cementare diverse aggregazioni sociali. Un soggetto privato ci pensa due volte prima di farsi corrompere perché sa che comportandosi slealmente, a parte i guai giudiziari cui andrà incontro, mette in pericolo la sua reputazione. Ecco perché questo tipo di corruzione riguarda free-riders. Ora, in una qualsiasi società ci sono dei parassiti perché accanto agli onesti ci sono sempre anche i furbi, ma una società di soli parassiti non può sopravvivere a lungo. Anche ammesso, come alcuni sostengono, che un certo grado di corruzione possa, per così dire, oliare il sistema – i vizi che diventano virtù pubbliche di mandevilliana memoria – i suoi presunti vantaggi sociali tendono a scomparire quando il fenomeno diventa pervasivo. Il problema cioè sorge non dove alcuni “possono essere comprati”, ma per dirla con Jon Elster “dove tutti possono essere comprati”[2] e resta oscuro che cosa si stia in realtà comprando. Insomma, la corruzione diventa un serio pericolo sociale quando non è costituita da fatti episodici, occasionali ma acquista un carattere sistemico, penetra in un settore importante della vita associata e si diffonde come un virus che non sembra lasciare scampo.

Ahimè, è proprio questo che è successo in Italia dove la corruzione da fatto “privato” è diventato elemento strutturale del sistema politico. In questo caso il fenomeno non è più fisiologico, ma patologico. E non investe più soggetti “privati”, ma soggetti “pubblici” nell’esercizio delle loro pubbliche funzioni. Il caso tipico è l’accettazione da parte di un pubblico funzionario di una somma di denaro (la cosiddetta “tangente”) in cambio di un trattamento di favore per il corruttore. Ad esempio: l’appalto pubblico lo vincerà non chi ha offerto il progetto migliore ma chi ha pagato la tangente, al politico che deve decidere al riguardo. Ci sono altri casi di corruzione, ma questo è sicuramente il più diffuso.

Il fenomeno in Italia, negli anni del declino della Prima Repubblica, era tanto esteso che Bettino Craxi, uno dei protagonisti di quella stagione, dichiarò alla “Zeit” (30. 12. 1994): “Il sistema era così. Siamo tutti peccatori.” Non era che la conferma di quella sorta di chiamata in correità con la quale Craxi, nel discorso alla Camera del 3 luglio 1992, aveva tentato di ottenere dal Parlamento una soluzione politica, e non giudiziaria, delle inchieste che stavano ormai dando il colpo definitivo alla Prima Repubblica: «Non credo che ci sia nessuno in quest’Aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro». Solo anni dopo, anche l’ex segretario amministrativo della DC, Severino Citaristi, ammetterà: «tutti sapevano tutto. L’illecito finanziamento cominciò con la costituzione dei partiti. Nessuno poteva sopravvivere senza i fondi neri degli industriali e quando dico nessuno intendo dire che tutti li hanno presi. Su questo non ci piove»[3].

Dopo la cosiddetta Tangentopoli degli anni 90 le cose cambiarono? I partiti di allora sono stati effettivamente spazzati via dalle inchieste giudiziarie (con l’esclusione dell’ex Partito Comunista) e Craxi è diventato il capro espiatorio di un’intera classe politica. Tutta l’attenzione si concentrò su Mani Pulite, mentre altre mani, quelle del Governo Amato, finivano nelle tasche degli italiani con il prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti. E questo per non abbandonare subito, come era necessario fare, lo SME. Mentre proseguiva lo smantellamento dell’economia italiana, la corruzione riprese in sordina ben presto a funzionare come prima[4]. Tanto rumor per nulla. Come ha ammesso l’ex magistrato Gherardo Colombo, protagonista della stagione di Mani Pulite, «Il livello di corruzione in Italia è uguale a quello di ieri. Preciso, identico. […] Nel periodo in cui investigavo avevamo la chiara impressione che la corruzione fosse un sistema. Ma non credo che oggi la diffusione del fenomeno sia molto diversa. Sostanzialmente lo standard è lo stesso»[5].

Basti pensare alla recente vicenda sul Mose di Venezia (il contestato sistema di dighe mobili contro l’acqua alta, un affare da oltre 5 milioni di Euro). Ebbene, l’inchiesta ha portato all’arresto del Sindaco di Venezia, membro del Partito Democratico e all’arresto dell’ex Governatore della Regione Veneta e attualmente deputato di Forza Italia. Vale la pena riportare qualche passo di un’intervista rilasciata da Claudia Minutillo, ex segretaria di Giancarlo Galan: “Giravano così tante tangenti che Galan faceva pure confusione fra questo o quell’imprenditore, questa è la verità. Il sistema era quello (…). Eravamo in grado di corrompere molte persone, politici, magistrati, generali, al punto che quando decisi di parlare temevo che qualcuno dei finanziari potesse fare il doppio gioco. Quando sei dentro a un sistema malato pensi che tutto sia malato[6].” Quello che più ha fatto scalpore è però come sia stato possibile il coinvolgimento della vicenda del Sindaco, noto avvocato nonché professore universitario, considerato sino ad allora persona “al di sopra di ogni sospetto”. L’impressione che se ne ricava è che appena una persona diventa politico di professione non riesca a sottrarsi ad una pratica corruttiva connaturata a tal punto al sistema che il corrotto quasi neppure più si accorge della corruzione.

È possibile spiegare un fenomeno del genere sulla base delle “motivazioni personali” che spingono anche il politico a farsi corrompere per accrescere i suoi guadagni, nonostante guadagni già abbastanza? Quando è il sistema ad essere corrotto, quando la corruzione per così dire diventata “oggettiva” ha poco senso chiedersi perché il soggetto sia disposto a rischiare il suo posto di lavoro pur di ottenere un tornaconto economico. Anche la reputazione, che sta sicuramente a cuore al politico, non gioca quel ruolo disincentivante che vale per le altre professioni. Un calciatore corrotto ha finito la sua carriera, un politico corrotto sparisce per un po’ di tempo e poi si ripresenta alle elezioni godendo delle clientele che con la corruzione era riuscito a crearsi. Del resto un sistema che si alimenta attraverso la corruzione può ben riaccogliere al suo interno i corrotti. Un ruolo decisivo lo svolgono i media tradizionali, televisione e giornali. Hanno la memoria corta, dimenticano facilmente e, sino ad oggi, l’immagine pubblica del politico è data da questi mezzi di comunicazione.  Le recenti inchieste dell’Expo, di Mafia Capitale, il “caso Lupi”, sembrano già dimenticate. Ed ha ragione Raffaele Cantone, il Presidente dell’Autorità nazionale Anticorruzione, quando preferisce parlare di un «complesso sistema del malaffare italiano» che starebbe alla base dei singoli episodi di corruzione[7].

Non ci si deve dunque stupire se il Parlamento italiano sia ancora pieno di corrotti. Con la massa di denaro che esso muove diventa esso stesso un centro di corruzione. Risorse pubbliche che dovrebbero essere impiegate per il bene della comunità vengono invece utilizzate per alimentare quella che è stata definita “la casta”[8]. Nel 2008 sono stati erogati ai partiti 800 milioni di Euro per “rimborsi elettorali”, il doppio di quanto spende la Germania. La massa annuale del finanziamento indiretto è enorme: 250 milioni per indennità e rimborsi ai parlamentari, 3 miliardi circa per gli organi rappresentativi territoriali (regioni, province, comuni), 3 miliardi distribuiti a più di 300.000 consulenti per le pubbliche amministrazioni. In Italia paghiamo con risorse pubbliche persino i viaggi agli ex-parlamentari.

C’è chi in un’ottica neoliberista afferma che si risolve il problema limitando il ruolo dello Stato: meno Stato = meno corruzione. La colpa dunque sarebbe dello Stato “interventista”. Per la verità questa argomentazione non vale per lo Stato in quanto tale, ma per quello Stato che – come in Italia – è diventato ostaggio dei partiti. Sono loro che hanno fatto sì che la corruzione sia diventata uno dei mali endemici della politica italiana. D’altronde bisogna stare attenti a non fare della corruzione un alibi: c’è, certo, una correlazione negativa tra corruzione politica e crescita economica, ma sarebbe sbagliato ritenere sufficiente eliminare la corruzione per rilanciare l’economia. Chi oggi in Italia continua a parlare di corruzione e dimentica la battaglia per recuperare la sovranità monetaria rimuove dallo scenario politico la questione veramente decisiva. Non si vuol con ciò negare che l’abuso di risorse che si ha con la corruzione abbia effetti negativi sulla fiducia nelle istituzioni, in una situazione di crisi che sta riducendo sempre più milioni di cittadini sotto la soglia di povertà. La casta politica continua imperterrita nei suoi affari, mentre le famiglie italiane spesso non riescono più ad arrivare alla fine del mese. Circola una massa di denaro difficilmente controllabile. Se è vero che il potere tende comunque a corrompere non mancano certo qui i mezzi per farlo. L’Italia è al 69esimo posto nel mondo per corruzione in una lista che comprende 177 Paesi (Corruption Perceptions Index 2013, redatta dall’Org Transparency International). E per l’Italia il problema evidenziato è proprio il settore pubblico e l’abuso di potere.

Questo spiega il successo, superiore ad ogni aspettativa, del Movimento 5 Stelle alle elezioni politiche del febbraio 2013. L’indignazione contro la corruzione dei partiti è stato il cavallo di battaglia del Movimento. E non vi è dubbio che questo movimento abbia portato un’aria nuova in Parlamento: ciascun eletto si è autoridotto lo stipendio a 5000 euro lordi mensili, rinunciando a indennità di carica e plafond vari. Nessuno degli altri partiti ha però fatto altrettanto. E mentre il Parlamento è alle prese con riforme istituzionali progetti di legge anticorruzione seri sono stati  accantonati. Anche l’approvazione, in questi giorni, del Ddl sulla corruzione non sembra che essere una “trovata” pubblicitaria preelettorale, limitandosi, di fatto, al ripristino del reato di falso in bilancio e ad un generale – quanto, probabilmente, del tutto inefficace – aumento delle pene per i delitti contro la pubblica amministrazione.

Eppure qualcosa è cambiato, in questi anni. Con il Movimento 5 Stelle è emerso un nuovo elemento, che potrebbe avere un effetto dirompente, anche nella comunicazione politica: l’uso della rete. Mi sono soffermato su questo aspetto in un articolo pubblicato su Paradoxa (n. 3, 2013, Cyberspazio e democrazia. Come la rete sta cambiando il mondo). Qui vorrei sottolineare solo un punto. Nella rete la reputazione è tutto, non ci si può nascondere, e domina la trasparenza. Inoltre, a differenza di giornali e televisioni la rete ha una grande memoria: tutto è segnato ed archiviato ed i cittadini, adeguatamente informati, non possono più essere presi per i fondelli dai partiti. Ecco, l’antidoto al virus della corruzione: la fine della partitocrazia e la nascita di nuovi movimenti dei cittadini che decidono utilizzando sempre più quegli strumenti di democrazia diretta che grazie alla rete acquistano nuove potenzialità. Il fine: una politica libera dalla corruzione senza più filtri tra potere e cittadini. La parola d’ordine “l’onestà tornerà di moda”, esprime perfettamente questa visione.

Moralismo digitale? Consentitemi di rispondere – e con ciò concludo il mio intervento – con una considerazione di natura schiettamente filosofica. Per Kant persino un popolo di diavoli poteva costruire uno Stato e dobbiamo ritenere che avrebbe potuto dire la stessa cosa anche per i corrotti; il primo a rendersi conto che una base morale fosse una condizione necessaria per la convivenza statale è stato Hegel, quando nella sua Filosofia del diritto ha introdotto la morale tra il diritto (astratto) dei privati e lo Stato. Credo che avesse ragione Hegel. In uno Stato in cui la corruzione dilaga non sono più i singoli individui a perdere la loro reputazione, ma è lo Stato stesso a perderla e con essa, la sua credibilità nella comunità internazionale. E tuttavia uno Stato non può reggersi soltanto sull’onestà dei cittadini, ha bisogno di far valere la sua sovranità se vuole continuare ad essere Stato.

Paolo Becchi

Professore ordinario di Filosofia del Diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Genova

 

[1] E. Garzón Valdés, Acerca de la tesis de la separación entre Moral y Política, in Id.,, Derecho, ética y política, Madrid, CdeEC, 1993, p. 36.

[2] J. Elster, The Cement of Society. A Study of Social Order (1989).

[3] S. Citaristi, intervista in Il Giornale, 7 novembre 1998, p. 3.

[4] Cfr.. G. Mannozzi, Tangentopoli non è mai finita, in www.lavoce.info, 2010; N. Fiorino, E. Galli, La corruzione in Italia, Bologna, Il Mulino, 2013.

[5] G. Colombo, «Potevamo scoprire Tangentopoli negli anni ‘80», intervista di Marco Sarti, in Linkiesta, 22 maggio 2015.

[6] A. Pasqualetto, Potevamo corrompere chiunque, in Il Corriere della Sera, 3 agosto 2014.

[7] R. Cantone, G. Di Feo, Il Male Italiano, Milano, Rizzoli, 2015.

[8] Cfr. S. Rizzo, G.A. Stella, Così i politici italiani sono diventati intoccabili, Milano, Rizzoli, 2007.

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